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Riccardo Scamarcio: timido finché non parlo di politica

Gli immigrati? E' grave già definirli un problema

Ven 08 Mag 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Difficile resistere agli occhi di Riccardo Scamarcio. Perché il ragazzo ha uno charme naturale di cui è profondamente consapevole - e che ogni tanto lo fa incedere in un tono di voce un po’ didascalico - oltre che di una capacità recitativa che va ben al di là della tecnica, classico viso “che si mangia la telecamera”. Uno dei pochi, se non l’unico divo italiano, è la scommessa stravinta del cinema italiano del nuovo millennio e una delle punte di diamante della generazione di fenomeni (per intenderci quelli di Romanzo criminale: Favino, Germano, Rossi Stuart, Santamaria, Trinca, lui…). Ora ha oltrepassato i confini nazionali, dopo la comparsata per Abel Ferrara, perché il maestro Costa-Gavras lo ha scelto come protagonista assoluto del suo “Verso l’Eden”, odissea di un immigrato ingenuo nell’Europa che odia i diversi, li sfrutta, li devasta. Lui, Elias, partendo da un barcone di clandestini e da un villaggio vacanze, incorre in piccoli e grandi incontri che ci mostrano come “la sviluppata società occidentale” sia solo un meschino centro di interessi egoisti e violenti. Un on the road forse troppo elementare e naif, ma che fa pensare. Un film sbagliato ma utile, che Riccardo difende a spada tratta, con la passione che ha per le cose in cui crede.
Un Candido alle prese con un viaggio della speranza. Strano ruolo…
«Siamo tanto pieni di Lucignoli, di una rappresentazione del problema dell’immigrazione così demonizzato che il cinema dovrebbe distaccarsi dallo stile televisivo, documentaristico per raccontare in modo originale questo problema di grande attualità. Per andare oltre. E la scelta di Costa-Gavras di edulcorarlo, di porlo sulla relazione a due tra un occidentale e un emigrante, è quella giusta e non è casuale, perché così si responsabilizzano i cittadini».
Pensiamo all’Italia, travolta sempre più da onde, anzi ronde xenofobe. Qual è l’errore peggiore che viene fatto nel nostro paese?
«C’è stato un uso strumentale dell’immigrazione a seconda dei periodi. Il problema, ma è già fastidioso e ingiusto definirlo tale, è costante, ma se ne parla solo a tratti, secondo le convenienze politiche o mediatiche. Quando serve o quando non ci sono più notizie, ecco arrivare il babau dell’immigrato pericoloso. Governo e giornalisti sono corresponsabili di come tutto questo venga affrontato, estremizzato. E invece bisogna agire con misure serie e costruttive, risolvere il “problema” e non cavalcarlo».
Tu hai attinto ad esperienze personali?
«Certo, e ho avuto esperienze positive e negative, come è giusto e naturale che sia: l’immigrato è una persona, con i pregi e i difetti di tutti. I migranti sono spesso per noi un’entità strana, quando ne parliamo li astraiamo. Noi usiamo le parole e i fatti per semplificare o complicare, ma loro sono uomini e donne. Molti li definiscono un problema, eppure sono spesso una risorsa. Io sono pugliese, ricordo ancora la nave piena di immigrati nel porto di Bari: ricordo una rissa sfiorata, ma anche tanti amici che ora si sono inseriti nella società, hanno imprese, lavori, famiglie».
Sembri diverso dopo questo film. Ti ha cambiato questo lavoro?
«Forse sono cresciuto. Al di là dell’eventuale successo di “Verso l’Eden”, questo film rimane fondamentale nella mia crescita umana, mi sono sentito parte di un progetto che non si pone come obiettivo il successo popolare né una denuncia propagandista, ma solo quello di cercare di infondere una visione più semplice, vitale, persino ottimista della vita e dei problemi. Quello di pensare che un mondo migliore è possibile, anche grazie a un solo gesto di un singolo. E per chi è cresciuto nella mia generazione e nel mio mondo è un regalo: chi ha la mia età è nato e cresciuto in una concezione catastrofista del futuro, per noi le cose possono andare solo peggio rispetto al presente e al passato. E questo alimenta l’egoismo e il cinismo. Prendere parte a un film che vuole infondere bellezza, morbidezza, comprensione e tolleranza, anche con scene violente e forti, è qualcosa di profondo e importante. La realtà non è la televisione, che la filtra costantemente. Il cinema, diversamente, la reinventa e la trasforma, altrimenti non sarebbe un’arte».
Sei cresciuto anche nella carriera. Ti aspettano sfide importantissime a breve.
«Mi rendo conto che salto i gradini tre alla volta, sono stato fortunato e in qualche caso ho aiutato la sorte. Perché ho imparato una lezione importante: i no che dici spesso sono più decisivi dei sì. Io cerco di fare sempre del mio meglio, convinto al 100%. Anche quando facevo “Tre metri sopra il cielo” era così: solo che allora ero più ragazzo. Step allora mi era vicino, per età e caratterialmente, ora forse sono più maturo e posso fare altro».
Tu sei una delle punte della generazione di fenomeni del cinema italiano. Una nidiata straordinaria.
«è vero, la nostra è una crescita di gruppo. Penso a Elio Germano: se hai accanto uno bravo come lui, riesci a dare il meglio. Penso a Jasmine Trinca o a Giovanna Mezzogiorno. E ancora alla mia amica Laura Chiatti. Dicendola tutta, non credo siano gli attori il problema del cinema italiano».
Tornando al film, come si fa a interpretare un uomo puro e ingenuo come Elias?
«In questo caso ho cercato di spogliarmi di tutti i miei consapevoli vezzi e modi di recitare sui quali mi appoggio. Gettarmi via e ricostruirmi, proprio per non essere costruito. E dovevo fare tutto solo attraverso gli occhi, il mio personaggio quando non è muto è incomprensibile, dovevo essere e non apparire. Costa-Gavras è stato fondamentale, mi ha lasciato libero sul set e gli altri attori sono stati straordinari. Come i miei dialoghi impossibili con i camionisti tedeschi! E poi c’era questa chiave surrealista: a molti non piacerà la fine, io l’ho adorata. Perché si va oltre l’analisi mortifera sugli extracomunitari, il capire che non esiste “noi” e “loro”. E che chi ha un problema, eventualmente, siamo noi occidentali».
In che senso, quale sarebbe?
«Guarda la solitudine dei personaggi che incontrano Elias. È tremenda, siamo soli, e si vede anche nella frustrazione e nello sfruttamento, anche sessuale, che tutti operano su di lui, trattato da oggetto e non da uomo».
“Il grande sogno” è in uscita il 24 aprile ed è già attesissimo.
«È un pezzo di autobiografia di Michele Placido. Io sono il poliziotto con ambizioni d’attore che era lui e che si trovò in mezzo agli scontri a Valle Giulia. In “La prima linea” (è sul set dal 9 febbraio) di De Maria sono il terrorista Sergio Segio, e lì non lavoro di fantasia, sono cose, peraltro terribili, realmente accadute. Capisco il timore dei familiari delle vittime degli anni di piombo, posso solo dir loro che io faccio questo film perché ci può servire a capire quel periodo. E poi questo copione e questo personaggio sono molti complessi: parliamo di uno che ha pagato con 25 anni di carcere e che poi si è pentito. Vogliamo andare a vedere com’è potuto succedere quell’orrore: un ruolo perdente e cattivo, per comprendere».
Perché è così difficile in Italia parlare del passato, soprattutto del passato terrorista?
«E te lo devo dire io? Scrivetelo voi giornalisti, non è un attore a potersi assumere questa responsabilità. Sei tu il giornalista, fai una ricostruzione storica e parla di Piazza Fontana o delle stragi per mano di chi non voglio neanche citare (stragi di stato - ndr). E poi perché una guerra strisciante tra stato e antistato esiste ancora e nessuno si schiera più. E forse la contrapposizione tra fascisti e comunisti, l’assenza delle idee e forse anche delle ideologie, ora è un male, ha creato un vuoto di valori. Così come il fatto che un giornalismo schierato e intellettualmente onesto ormai scarseggia. Ma basta, che io in verità sono un timido e solo quando parlo di politica mi lascio andare».


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