acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Così la multa si trasforma in tassa

Un miliardo e 140 milioni nelle casse dei Comuni assetati di soldi. E quasi mai si paga per violazioni che minacciano la sicurezza delle strade...

Gio 01 Dic 2011 | di Armando Marino | Attualità

C’è una tassa che ci attende in agguato ogni volta che mettiamo in moto l’auto: ogni giorno in Italia vengono comminate oltre 26.000 multe. In un anno i Comuni capoluogo hanno incassato dalle sanzioni automobilistiche un tesoretto da 1 miliardo e 140 milioni, parola dell’Aci. 

Sulla carta paragonare le contravvenzioni a una tassa sarebbe sbagliato: rispettare il codice della strada è doveroso, non solo per senso civico e perché è una legge come le altre, ma anche perché molte delle violazioni delle norme di circolazione rappresentano un pericolo per gli altri automobilisti. 

E allora chi sbaglia paga, che c’entrano le tasse? Sulla carta sarebbe così, nella pratica già l’analisi delle multe pagate nel 2010 dagli italiani fa capire che l’odioso foglietto appiccicato sul parabrezza dal vigile urbano non è solo una punizione a chi non rispetta le regole, ma è anche un messaggio del Comune. Un messaggio che parla di una ormai endemica fame di soldi da parte delle casse pubbliche.

ZTL: LA PRIMA FONTE
La prova? La prima fonte di multe oggi sono le Ztl: nel 2010 sono piovute 8,5 milioni di multe ad automobilisti entrati in aree a traffico ristretto. Al secondo posto della classifica ci sono i divieti di sosta: altri 2,7 milioni di multe. E a fronte di questi dieci milioni di contravvenzioni per comportamenti scorretti, ma che, salvo casi particolari, non sono pericolosi, sono state elevate solo 500mila multe per eccesso di velocità. E la dura lotta promessa contro la guida in stato di ebbrezza? Poco più di seimila multe. Praticamente nulla in confronto alle 182mila multe per documenti di circolazione non in regola. I numeri provano che ai Comuni poco interessa garantire la sicurezza sulle strade, colpendo chi si comporta in  modo pericoloso. L’obiettivo è chiaramente fare cassa, andando a rastrellare denaro laddove è più facile. Per le Ztl basta una telecamerina. E i divieti di sosta si contestano alle auto mentre sono ferme, perché faticare correndo dietro a chi sfreccia a 200 all’ora in centro o impelagarsi nella difficile contestazione dell’ubriachezza al volante, che comporta alcol test ed esami delle urine per mettersi al riparo da successive contestazioni in tribunale?

PER L’AUTO SPENDIAMO UN CAPITALE
Ogni anno, stima l’Aci, spendiamo per l’auto tra acquisto, tasse, benzina, assicurazione, una fortuna colossale: 170 miliardi. Le amministrazioni comunali, controllando le strade, hanno capito che si tratta di un mercato ricchissimo, una fonte enorme di introiti. E con un po’ di furbizia il salasso può essere operato senza nemmeno rendersi troppo antipatico ai propri elettori. Volete un’altra prova? Se i Comuni si preoccupassero della sicurezza, dovrebbero reinvestire buona parte dei proventi delle multe nel miglioramento delle condizioni delle strade, la segnaletica, i semafori. Invece ogni anno l’Aci è costretto a protestare perché la maggior parte delle amministrazioni ignora la legge, che non prevede sanzioni per chi non la rispetta. «Gli automobilisti si aspettano – insiste Enrico Gelpi, presidente dell’Automobil Club – che almeno 570 milioni di euro già nelle casse dei Comuni siano stanziati subito per una mobilità più sicura ed efficiente». Campa, cavallo... Anche perché è chiaro che c’è una precisa volontà politica dietro a questo fenomeno. 

LE NUOVE LEGGI
Basta guardare alle leggi approvate negli ultimi anni. I tagli dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni sono stati pesantissimi negli ultimi anni. Le  multe non si toccano o è rivolta. E poi sono la tassa perfetta: non si chiama tassa e colpisce i cattivoni. O no? In realtà i pochi dati che provengono dai giudici di pace parlano di oltre il 50% dei ricorsi vinti dagli automobilisti in molte città. E le contravvenzioni sono rapidamente diventate la causa più frequente di ricorso al giudice di pace (nel 2009 erano arrivati a 700.000), anche se molti preferiscono pagare piuttosto che perder tempo. Ma anche questa risorsa di giustizia per l’automobilista salassato andava arginata. 

FINANZIARIA 2010: COLPO DI GENIO
Il colpo di genio è arrivato con la finanziaria del 2010, che ha introdotto l’obbligo di pagare un diritto fisso di 37 euro per ogni ricorso, che aumenta se la multa è superiore a 1.100 euro. Se si vince il ricorso, il costo della marca da bollo è perso comunque, i 37 euro versati allo Stato potrebbero essere recuperati, facendoseli rimborsare dal Comune. Ma non è automatico, bisogna imbarcarsi in un ulteriore percorso amministrativo-legale. Insomma una tagliola che vuole dissuadere chi è stato sanzionato per violazioni minori, tipo Ztl e divieto di sosta. Il ricorso contro la multa salata arrivata per un vero comportamento pericoloso, tipo sfrecciare a 200 all’ora, continua a essere economicamente sensato. Sulla carta, il contributo è stato introdotto per scoraggiare i ricorsi di chi, pur avendo commesso la violazione, ci vuol “provare” e finisce con l’intasare i giudici di pace. Ma questa giustificazione non regge, visto che da una parte è stato introdotto il freno ai ricorsi contro le multe, dall’altro si sono ampliate le competenze dei giudici di pace, aumentando il valore massimo delle cause che possono gestire, proprio per risarcirli del mancato carico di lavoro derivato dal calo dei ricorsi stradali, poi puntualmente verificatosi nel 2010 e 2011. Ma c’è una ulteriore norma-tagliola:  dal 1° settembre, i tempi per fare ricorso contro la multa sono stati dimezzati, da 60 a 30 giorni, dando un’ulteriore stretta ai ricorsi e proteggere così il salvadanaio dei Comuni: il portafogli dell’automobilista.

 

 


Salta lo scippo a favore delle assicurazioni
In molti avevano gridato allo scandalo: nei mesi scorsi si era fatta strada la bozza di un decreto che voleva mettere ordine nei risarcimenti danni per le vittime di incidenti stradali. La materia, effettivamente, ha bisogno di chiarezza, visto che per molto tempo si è andati avanti a discrezione del giudice. Col risultato che una spalla rotta veniva pagata con una certa cifra a Bolzano e magari il doppio a L’Aquila o viceversa. Negli ultimi tempi in realtà era emerso un punto di riferimento: una tabella dei risarcimenti messa a punto dal tribunale di Milano e diventata ben presto un modello per molti giudici. Il decreto avrebbe potuto limitarsi a prendere atto della tabella e invece la bozza approvata conteneva un taglio gigante alle cifre fissate dai giudici milanesi: fino al 40% in meno. Un bel regalo alle assicurazioni giustificato, come al solito, in modo nobile: evitare abusi e contribuire così a un calo dei premi assicurativi, ovviamente lasciato questo alla buona volontà delle compagnie. La rivolta delle associazioni degli utenti della strada ha fermato il sopruso: il decreto, almeno per ora, è stato bloccato. Non resta che vigilare. 


Condividi su: