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24) Nel posto giusto

Ho scelto di diventare maestra perché il mio obiettivo è occuparmi della prossima generazione

Lun 05 Dic 2011 | di Emanuela Costa | concorso iPad

Ho 21 anni e faccio parte dei giovani d’oggi, di questa mia generazione tanto criticata: senza valori, senza aspirazioni, senza sogni, incapaci di lottare, di credere in qualcosa e di cambiare il mondo intorno a noi. 
Il mio obiettivo? La generazione successiva. 
Non m’importa di smentire queste credenze, di giustificare me ed i miei coetanei: io voglio costruire un futuro fatto di rispetto, senza distruggere il presente. Voglio diventare maestra. 
Per farlo sono dovuta andare via da casa, a studiare in una città non mia, entrare bruscamente nel mondo “dei grandi”.
Avete mai avuto la sensazione di essere esattamente dove dovreste essere? Io l’ho provata nel preciso istante in cui ho messo piede in una prima classe di scuola primaria, sotto lo sguardo curioso ed indagatore di più di venti bambini; l’ho percepita come una certezza quando, intimorita dalle risatine e dalle occhiate di quel folto numero di seienni, la docente di classe mi ha presentato loro come “la nuova maestra”. Così ha avuto inizio il mio tirocinio, il mio nuovo ingresso a scuola, dall’altra parte della cattedra. Dentro di me ho saputo che ero nel posto giusto, e che ci sarei voluta rimanere per sempre.
Le mie armi? Pazienza, gentilezza, perseveranza. Ed un sorriso, quello sempre. Come si fa a non ricambiare il sorriso di chi ha ancora immensa fiducia nella vita, di chi crede incondizionatamente nell’amore, di chi è così senza pudore, senza malizia, senza paura?
Il senso comune sostiene che il compito di un maestro sia quello d’insegnare, non tutti sanno che questo letteralmente significa “lasciare un segno”, e solo un buon docente sa che in fondo si tratta sempre di uno scambio. Imparo da loro così come lascio che essi imparino da me. Sento che il segno che quei bambini mi hanno lasciato dentro sarà indelebile, il loro ricordo la mia personale battaglia contro questo mondo: il desiderio di poter contribuire ad educare al meglio il futuro.
Me ne vado a testa china, così come sono arrivata. C’è solo una sostanziale differenza: se prima la mia inquietudine era preoccupazione e spavento, adesso è celata commozione. 
Le loro grida festose al suono della campana d’uscita hanno scatenato qualcosa nel mio profondo, che tutte le parole del vocabolario non mi aiuterebbero a descrivere. So solo che voglio esserci, che quello per me non sarà un lavoro, ma la mia più grande passione, una fonte inesauribile di emozioni.  

 
 
 
 

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