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Michael Winterbottom: Amo l’Italia…

Winterbottom ha scelto il cinema libero e indipendente

Mer 21 Dic 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Un volto aperto, intelligente, un sorriso rassicurante e sincero, modi garbati e diretti. Michael Winterbottom è uno che potrebbe fare film a Hollywood - i divi lo stimano, l’America lo apprezza -, ma ha scelto il cinema libero e indipendente. Lo fa con un understatement tutto britannico che ha punte d’italianità: il nostro paese, infatti, è nel suo cuore. Ha fatto un film che si chiama “Genova” - e sembrava conoscerla meglio dei genovesi -, ha girato nel Sud Italia. Lo abbiamo incontrato alll’Abu Dhabi Film Festival, che ha ospitato il suo “Trishna”, splendida storia d’amore e, purtroppo, violenza che ha come protagonista una straordinaria Freida Pinto.

Per la terza volta lei adatta, attualizzandolo, Thomas Hardy. Cosa la affascina tanto di questo autore?
«Credo che sia in parte dovuto al periodo nel quale l’ho scoperto. Come succede spesso per i libri, la musica, i film, molto dipende dal periodo della vita in cui scopri un’opera o un artista. Io ho letto Hardy da adolescente, quando sei più permeabile e influenzabile. Lui tratta di persone comuni e mostra il mondo dal loro punto di vista con molta simpatia ed empatia, ma al tempo stesso li crede capaci di essere protagonisti di grandi atti, di storie e tragedie importanti, li rende a suo modo eroi. Personalmente credo che Hardy sia molto più radicale di quanto la gente di solito non lo consideri. Come pochi altri sa mostrare il quadro generale di un mondo e di un’epoca e sa raccontare come le forze presenti nel contesto sociale e umano possano fare pressione su uomini e donne. Può trattarsi della religione - visto che lui è molto critico verso la Chiesa - o di altro, ha sempre una riflessione doppia sulla realtà, sulla persona  e su come potrebbe comportarsi se inserita in un contesto, tempo o luogo diverso».
 
Ha girato in India, come il suo connazionale Danny Boyle. Ha raccontato una donna moderna nell’India contraddittoria del nuovo millennio, come lui. E come il regista premio Oscar ha scelto Freida Pinto. Quando l’ha scelta ha pensato al confronto “scomodo”?
«L’idea di girare nel Rajahstan l’abbiamo avuta 8 o 9 anni fa. Non trovavamo gli attori giusti, abbiamo rinviato il progetto, poi ho incontrato Riz Ahmed che ho trovato subito perfetto per il ruolo controverso di Jay. Poco dopo sono incappato in Freida - ancora non aveva fatto “The Millionaire” - e ne sono rimasto folgorato. La sua incredibile bellezza rendeva credibile il colpo di fulmine del ragazzo: è affascinato da lei ma non la capisce, non la conosce veramente e non fa lo sforzo necessario per entrare dentro la sua anima. La sua mancanza di immaginazione, il suo mancato sforzo fa sì che lui ne sia innamorato e faccia l’amore con lei perché la desidera, non perché la ami. Sembra una storia banale, ma per me è fondamentale: siamo in un mondo in cui si vogliono le cose e le persone, ma non si apprezzano né si provano sentimenti forti per esse. E Trishna, troppo pulita, onesta, ingenua, entusiasta finisce per essere passiva, fino al finale drammatico. Forse è troppo pura per questo mondo».

Cosa l’ha conquistata di lei?
«Freida ama le grandi sfide, si mette alla prova con registi di livello che abbiano una visione artistica dell’opera, cerca riferimenti culturali simili ai miei, potevamo dialogare. E poi sceglie accuratamente i film e cerca di costruirsi un profilo anche se questo, a volte, può costringerla ad accettare piccoli ruoli. Ed è molto accurata nel lavoro. Un esempio? Per capire il contesto in cui viveva il suo personaggio ed entrare nella parte ha passato settimane a contatto con la famiglia di un nostro autista, con i bambini, con i nonni, ci ha parlato a lungo e ha intrecciato un rapporto molto stretto con loro.
Anche qui, come in molti altri film suoi, la colonna sonora ha un ruolo importantissimo».

Cos’è per lei la musica?
«Ogni volta che cambi musica modifichi il significato del film: è semplicemente fondamentale. Una delle cose che mi fanno soffrire di più del lavorare con bassi budget - e fidati, me ne intendo - è che spesso quando inizi a filmare devi già avere in mente la musica che vuoi, come metterla e dove. Invece mi piacerebbe poterla scegliere man mano che vedi crescere la storia. In questo caso con  Amit Trivedi, un compositore di Bollywood che, peraltro, interpreta proprio il suo ruolo nel film, è stato diverso e molto interessante perché abbiamo potuto parlare delle musiche prima di fare il film e prima che lui le componesse. E con il suo collega  Shigeru Umebayashi si è creato un rapporto simile, perché gli ho mandato un cd con delle musiche tradizionali che mi piacciono molto, per fargli capire in che direzione stavamo andando, e lui ha composto in base a quelle indicazioni. Ne è uscito fuori un lavoro bellissimo anche perché, lo ammetto, sono stato davvero fortunato a incontrarli».
 
Quale è il suo rapporto con l’Italia?
«Mi piace molto la Puglia e Genova, ho vari progetti in Italia perché lavorare da voi è un’esperienza bellissima. Abbiamo fatto una commedia che è uscita in sala in alcuni paesi e in Inghilterra sul piccolo schermo, una sorta di “Road Trip” su due uomini di mezza età e sull’amicizia che cresce durante il loro viaggio. Ora vorrei girare a Perugia, stiamo  pensando alla storia dell’assassinio di Meredith Kercher».                     

 



Da Firth alla Jolie
Splendido cinquantenne - è nato a Blackburn il 29 marzo del 1961 -, Michael Winterbottom è un cineasta indipendente molto prolifico che ha girato una trentina di opere tra cinema e tv. Applaudito a Cannes con “Benvenuti a Sarajevo” (1997), “Wonderland” (1999), “24 hour party people” (2002) e “A mighty heart” (2007), Orso d'Argento nel 2006 a Berlino con “Road to Guantanamo”, ha girato film in tre continenti. Impegnato politicamente - come dimostra un'opera come “The shock doctrine” -, non ha mai avuto paura di scuotere il suo pubblico con film dai contenuti forti come “9 songs” o “The Killer inside me”. Nel suo carnet di attori ha grandi interpreti, da Colin Firth ad Angelina Jolie.
 


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