acquaesapone Soldi
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Uscire dalla corruzione

A 20 anni da mani pulite, l’Italia crolla nella classifica della corruzione. Adesso via i partiti

Ven 27 Gen 2012 | di Francesco Buda | Soldi
Foto di 2

Impoveriti, non poveri. Contaminati, non marci, affetti da un virus che succhia il sangue al Paese. «Corruzione patologica», l'ha definita Marco Ristuccia procuratore generale della Corte dei Conti, l'organo giudiziario che controlla i conti pubblici. «Un male che pervade tutto il sistema», secondo il presidente della stessa Corte Luigi Giampaolino.
La conferma arriva dagli osservatori stranieri: nella nuova classifica mondiale della corruzione, presentata a dicembre scorso dall'autorevole organizzazione indipendente Transparency International, siamo scesi dal 63° al 69° posto su 183 Paesi. Quartultimi tra i 27 dell'Unione Europea, peggio di noi solo Grecia, Romania e Bulgaria. E al livello planetario stiamo dopo Ghana, Bhutan, Botswana, Rwanda, Namibia, Capo Verde o Cuba. La graduatoria va da zero a 10, a malapena la Repubblica tricolore è riuscita a strappare un misero voto di 3,9 (nel 2009 era 4,3). Un crollo rovinoso, visto che solo 10 anni fa questa stessa classifica ci vedeva alla 40esima posizione, valutati con 5,2 su 10. Il Sultanato del Brunei, monarchia assoluta islamica, si attesta a 5,7.

UN CRAC PROFONDO
Meno competitiva, afflosciata, poco innovativa, piena di banche avare, arraffone e intrecciate coi politici, disordinata, con regole farraginose oppure ottime ma inapplicate o applicate male, non più appetibile per gli investitori stranieri, tartassata. La nostra amata penisola è prigioniera di questo quadro che ingabbia l'economia. Tutto è collegato e la corruzione fa da  collante. Questo crac complessivo è espresso dal colore dello Stivale sempre più vicino al rosso nella mappa mondiale del CPI (pagina precedente), l'Indice della corruzione percepita, tracciata da Transparency International. «Altra mappa interessante ma poco conosciuta – dice ad Acqua & Sapone Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency Italia – è quella sulla QOG, la qualità del governo in Europa (vedi pag. seguente), emersa in una ricerca pubblicata nel 2010 dall'università di Goteborg, Svezia». L'analisi mette in relazione la cosiddetta governance proprio coi livelli di corruzione ed evidenzia che c'è stretta relazione tra queste due realtà: l'Italia va dall'azzurro al blu scuro, come i Paesi meno avanzati e più corrotti del vecchio continente, mentre i migliori sono colorati con varie gradazioni di rosso (Svezia, alcune aree di Germania e Regno Unito) fino al granata scuro che indica i più “puliti” come Danimarca e Finlandia. La scala della corruttela va da meno di 1,5 a più di 1,5. Noi siamo ai bassifondi rispetto a questo “pilastro”, non superiamo il “meno uno”. Dato che si affianca, guarda caso, ad altri 3 indicatori forniti dalla Banca Mondiale e riportati dai ricercatori svedesi: l'Italia è terzultima per “efficacia del governo”, “applicazione della legge” e grado complessivo “della qualità del governo”.


CORRUZIONE CHE PROSCIUGA
Possibile che stiamo messi così male? In fin dei conti il CPI, l'indice mondiale della corruzione, riguarda la “percezione” dei rappresentanti del mondo dell'impresa e della finanza. Sì, ma si basa su tutta una serie di valutazioni, misure e ricerche internazionali su pubblica amministrazione, economia e legalità elaborati da autorevoli esperti, agenzie ed organizzazioni come la Banca Mondiale. E a spulciare i dati e i vari indicatori che messi insieme danno la sintesi rappresentata da Transparency, c'è da prendere il bastone e fare piazza pulita: per il Country Risk Service and Country Forecast, che rileva rischi, servizi e previsioni nei vari Paesi, siamo come la violentissima Colombia e la sconvolta Tunisia (voto 3,2). Idem per quanto riguarda il Global Insight Risk Rating, la pagella sui rischi globali: peggio di Lituania, Ghana, Swaziland, Lesotho, Marocco, Namibia, Kiribati e molti altri Paesi che consideriamo minori. Insufficienti anche secondo il Political and Economical Risk Consultancy Asian Intelligence 2010, che ci pone abbondantemente dopo Croazia e Montenegro, e peggio pure di Colombia e Perù. Con 4,6 il regime cubano ci sorpassa pure nelle analisi del World Economic Forum Executive Opinion Survey, che ci assegna un pessimo 3,6, sempre su una scala che arriva a 10. In fatto di competitività il World Competitiveness Yearbook assegna alla patria della mitica Vespa e della migliore moda lo stesso voto della Colombia, nota per ben altre esportazioni. Poco meglio del Kazakistan o di Kiribati. L'IMD, il prestigioso International Institute for Management Development  ci colloca al 40esimo gradino nella classifica della competitività 2010, sotto tutti i Paesi avanzati, dopo le Filippine. Competitività italiana meno vivace di Mongolia, Bahamas, Zambia, Brunei e Albania secondo la Banca Mondiale che nel rapporto Doing Business ci ha declassati dal numero 83 all'87 su 183 economie analizzate.

ADDIO LIBERTÀ ECONOMICA
Malaffare, mazzette, “aiutini” e clientelismi non riguadano solo gli aspetti giudiziari. Erodono la credibilità, la solidità e la salute economica e sociale di una nazione. Nel Rapporto sulla libertà economica pubblicato a gennaio dall'Heritage Foundation – Wall Street Journal, tra le 10 libertà economiche c'è proprio la “Libertà dalla corruzione”. Siamo precipitati al n. 68,  sotto la voce “repressed”, peggio di Paesi come Colombia, Rwanda, Azerbaijan sotto la voce “per lo più non liberi”. La corruzione è uno dei principali indicatori che incidono sulla possibilità di essere governati bene, di lavorare e fare affari in modo sereno ed efficiente, che mina la concorrenza e impoverisce aziende, istituzioni e persone. In questa speciale graduatoria mondiale abbiamo perso 5 punti negli ultimi 5 anni, piombati al 92esimo posto al livello globale e penultimi tra i 27 membri dell'Unione Europea, dove peggio di noi sta solo la fallita Grecia. È il terzo anno consecutivo che registriamo una diminuzione della libertà economica. Ora il nostro punteggio è 58,2, sotto la media mondiale (59,5).
«Questa volta a incidere negativamente – spiegano gli esperti dell'Istituto Bruno Leoni, che ha collaborato con l'Heritage Foundation a stilare l'indice della libertà economica – sono soprattutto l'aumentare della corruzione percepita e l'incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche».
A ciò si aggiungono come punti più deboli «la spesa pubblica, la libertà del lavoro, oltre alla più ampia incertezza del quadro normativo e all'insostenibile pressione fiscale». Siamo infatti al 169° posto per libertà fiscale.

 



UN CANCRO CHE COSTA CARO
La corruzione è una tassa occulta, ci costa 60 miliardi di euro l'anno secondo la Corte dei Conti. Cioè mille euro a persona, bebè compresi. «La Comunità Europea stima il peso della corruzione intorno all'1% del Pil – ricorda la Brassiolo, presidente di Transparency Italia –, mentre al livello globale secondo la Banca Mondiale questo valore arriva al 3%». Difficile misurare con esattezza questi costi, ma certo siamo in ordini di grandezza spropositati. Di sicuro, il gravame è ancora più pesante e iniquo, più alto delle somme che intasca il corrotto. Un appalto truccato, un ente malgestito, un ospedale realizzato male o amministrato senza criteri di efficienza e scrupolosità, un concorso aggiustato creano danni sociali incalcolabili, non limitati alle mazzette o allo sperpero di denaro. Riducono la qualità della vita, inquinano la vita pubblica, drogano l'economia e la pubblica amministrazione, avvelenano la collettività. La crisi in corso ne è la riprova.

IL VIRUS DEI PARTITI COPRE TUTTO
E su tutto c'è l'ombra e il tanfo dei partiti politici. Altro che proteste dei soliti arrabbiati o la moda dell'antipolitica, qui la bocciatura arriva dal mondo della ricerca e della finanza internazionale. «L'ordinamento legale è vulnerabile a interferenze di ordine politico – sottolineano all'Istituto Bruno Leoni -, la diffusa corruzione ha favorito una cultura di illegalità e l'evasione fiscale e ha indebolito il rispetto per la magistratura. Il sistema finanziario, per quanto relativamente ben sviluppato – scrivono gli esperti –, è soggetto a interferenze politiche». Cioè anche sulle banche incombe la partitocrazia. «Sembra mancare soprattutto un forte impulso politico a perseguire etica ed integrità», si legge nei risultati preliminari di ENIS, indagine in corso condotta dal Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità per conto di Transparency International Italia.
«Rimane il punto aperto dei partiti politici, che continuano a disporre di notevoli risorse – si legge nei primi risultati dell'indagine – soprattutto economiche, più o meno mascherate in forme diverse e praticamente sottratte ad ogni controllo». Basti pensare al trucco dei rimborsi elettorali, con cui hanno aggirato il referendum che nel 1993 aveva abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Anche al livello planetario sono ritenuti i soggetti più corrotti, come rileva il Barometro globale della corruzione 2010 di Transparency International. In Italia, alla domanda “da 1 a 5, in che misura ritieni siano affetti da corruzione?”, i partiti politici conquistano 4,4. Segue il Parlamento, bocciato a pieni voti con 4 su 5. Un giudizio più grave che in Iraq, Uganda, Zambia, Bangladesh o Vietnam. E mentre la media Ue di coloro che dichiarano di avera pagato una mazzetta è del 5%, da noi il dato sale al 13%.

PEGGIO DI DRACULA
«Persone che vivono, direttamente e indirettamente, di politica: 1,3 milioni. Costi: 18,3 miliardi di euro l'anno, che salgono a 24,7 per colpa del sovrabbondante sistema istituzionale», ha scritto L'Europeo di luglio 2011. Solo nel 2010 la Presidenza del Consiglio ha speso complessivamente 4,7 miliardi. Coi risultati che abbiamo tristemente elencato (solo in parte) fin qui.
Li abbiamo strapagati per che cosa? Nel Rapporto Paying Taxes 2012, in fatto di Carico fiscale complessivo la Banca Mondiale ci mette al 170° posto tra le 183 economie analizzate, con una percentuale del 68,5%, il più pesante in Europa, a fronte di una media mondiale del 43,4%. A che pro? Dove sono tutte le strade, gli ospedali, le scuole (non a rischio), la giustizia, la ricerca, la cultura, la tutela dell'ambiente, la televisione pubblica? Più tasse meno servizi, ecco la morale di questa brutta favola. La benzina costa più del vino a causa delle accise, cioè tasse. Continuare a insistere su questi “salvatori della patria” è da autolesionisti.

VIA QUESTA CLASSE “DIGERENTE”
Sanità, calcio, edilizia, burocrazia, finanza e assicurazioni, lavori pubblici, settore farmaceutico, multinazionali, tutto sotto questa cappa. Il tutto “fa scopa” con l'evasione fiscale e l’invadenza statale. Uno Stato da un lato pressante, che appioppa una montagna di tasse ed è troppo presente nell'economia, gestendo circa il 52% dell'intera torta della ricchezza nazionale, e quindi molto esposto alla corruzione. E dall'altro non realizza ciò che dovrebbe con i soldi che rastrella tartassando i sudditi. Confonde, ostacola, rallenta, scoraggia con l'iper-regolamentazione e la burocrazia elefantica e lenta addosso alle imprese e ai cittadini. Un labirinto di competenze che espone gli enti a quell'“ungere” che ingrassa pochi ed inceppa gli ingranaggi della vita economica, sociale, amministrativa. Siamo praticamente falliti a causa della corruzione e della negligenza dei politici e la soluzione non può arrivare se non si elimina la corruzione. I partiti si pongono come la soluzione, ma il problema sono loro. C'è una maggioranza in Italia fatta da persone perbene, pulite. C'è ora bisogno che caccino questi partiti. Pensare di fargli ancora gestire tutto, sarebbe come mettere Dracula a fare il guardiano del centro trasfusioni! Via questa classe digerente, sì digerente, come un pachiderma insaziabile incapace di fare qualcosa di buono. Per dirla con il nostro direttore, “Non guardiamoli, quelli ipnotizzano”, come ha scritto nell'editoriale del numero di gennaio. Altrimenti, al risveglio stavolta ci ritroveremo senza portafogli e senza prospettive. Definitivamente saccheggiati.



GUARDIAMOCI DENTRO
L'Italia si deve guardare dentro: se siamo arrivati ad una classe politica “digerente”, onnivora, è perché il Paese è poco trasparente. «In Italia c'è stata una tolleranza dei cittadini rispetto ai comportamenti illeciti – ci dice la presidente di Transparency Italia -, molte cose ritenute altamente disdicevoli all'estero in qualche modo vengono tollerate, anche se ora di meno, per il retropensiero per cui si dice “vabè, avrà sbagliato, ma può capitare che serva anche a me”. Ora però questo sta cambiando, c'è meno accettazione e la percezione che chi svolge attività istituzionali non può e non deve prestarsi a certe situazioni, tipo il sottosegretario dimessosi poco fa. È una condizione mentale che ci mette in questa situazione. Non accettare la corruzione dev'essere la norma, senza bisogno di considerare eroi le persone che la contrastano, in questo periodo più che mai – è l'appello di Maria Teresa Brassiolo di Transparency Italia».
La ricerca ENIS sull'integrità dei sistemi-paese analizza 13 “pilastri” come fondamenta che tengono in piedi le nazioni, il termometro della situazione e della tenuta di politica, società, economia e cultura. Ebbene, da noi in nessuno di essi «esiste un sistema efficace e indipendente di valutazione e gli eventuali risultati non sono resi pubblici - riporta la ricerca ENIS - L'Italia è un paese che non ama farsi valutare. Non solo la valutazione delle prestazioni (efficienza ed efficacia) è scarsa, mancano anche sistemi per valutare l'operato dei soggetti attori dal punto di vista qualitativo». Il contrario della tanto sbandierata meritocrazia.
Non si vuol far vedere quanto si vale e la qualità del lavoro resta spesso un mistero, misurarla è un tabù. Dunque siamo tutti coinvolti, tutti chiamati a metterci del nostro e ad uscire allo scoperto. Chi vale non teme di manifestarsi: circa 7 italiani su 10 – dice il Barometro della corruzione globale 2010 redatto da Transparency – ritengono che “i cittadini comuni possono fare la differenza nella lotta alla corruzione” e ben oltre l'85% dichiara che darebbe “supporto ad un amico o a un collega nella lotta alla corruzione”. Ecco la vera maggioranza. Senza “Porcellum”!                         




Consenso minimo
Vera democrazia sarebbe poter decidere di mandare tutti a casa in un sol colpo. Basterebbe una norma, la legge del “consenso minimo” o “minimum placet” che preveda che,
in caso di affluenza inferiore al 50%, le elezioni si debbano considerare da ripetere con candidati e formazioni assolutamente nuovi, il cui principale merito sarà non avere avuto nulla a che fare con alcun candidato precedente!
Alberico Cecchini



Striscia… l’informazione
Un ruolo fondamentale contro la corruzione è quello dell'informazione. In Italia purtroppo ingiustizie e malaffare sono scoperti e divulgati più da comici e altri personaggi che dalla stampa, tanto che nella classifica della libertà di stampa 2011 siamo scivolati dal 72° al 75° posto, peggio, ad esempio, di Belize, Ghana, Benin. Siamo l’unico Paese occidentale classificato “parzialmente libero” anziché “libero”. C'è anche chi denuncia, strilla, sbugiarda come “Striscia la Notizia”. Però perché non fanno inchieste sulle lobby? Cioè su chi davvero comanda e danneggia milioni di cittadini? Basti pensare al mercato dell'energia, ai partiti, alla telefonia o alla sanità e al sistema televisivo. Non basta mettere alla berlina i ladri di polli.



LA CASTA NON VUOLE CEDERE      
La legge contro la corruzione è pronta, ma ferma in Parlamento

Tra le quasi 200mila leggi approvate in Italia, di cui circa 18mila in vigore, la “classe digerente” partitocratica non è stata capace di approvare e rendere operative le norme anticorruzione, bell'e pronte dal 1999. Ossia da quando anche l'Italia ha firmato la Convenzione civile e penale sulla corruzione del Consiglio d'Europa. Convenzione firmata, ma mai ratificata dal Parlamento italiano. Perché? La casta non doveva nemmeno fare chissà quale sforzo, il disegno di legge le è stato fornito da esperti autorevoli consultati ad esempio dall'Onu e dall'Unione Europea.  «Il disegno di legge anticorruzione c'è, lo abbiamo presentato noi, ma è fermo in Parlamento – spiega ad Acqua & Sapone Maria Teresa Brassiolo presidente di Transparency International Italia –: al Senato è passato rapidissimamente, ma alla Camera sono molto più tiepidi e non abbiamo verificato particolare interesse». La legge aiuterebbe a combattere non solo la corruzione negli uffici pubblici, ma pure nel settore privato. Prevede infatti il reato di “corruzione in affari privati”. Ad esempio, il capetto dell'ufficio acquisti di un'azienda non avrebbe tutto il campo libero che ha ora. Altra proposta seria già pronta, ma inattuata dalla “classe digerente” tricolore, sono i Patti di Integrità negli appalti pubblici: chi non li sottoscrive o non è pulito, viene escluso dall'affare. «Neanche l'istituzione di un'Autorità Anticorruzione indipendente, stabile ed efficace, come previsto dalla Convenzioni UNCAC, OCSE e GRECO – ricorda rammaricata la Brassiolo – ha trovato finora spazio in Italia e così è per la protezione efficace per coloro che segnalano negligenze e malversazioni, le “vedette civiche”, come stabilito nell'ultimo G20». 






Condividi su: