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Stewart Stern: Io, il papÓ di giovent¨ bruciata

James dean, ragazzo straordinario

Ven 27 Gen 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Incontrare Stewart Stern, padre di “Gioventù bruciata”, amico fraterno di James Dean, significa incontrare la memoria storica del cinema americano.

Candidato a due premi Oscar per il film “Teresa” e per “La prima volta di Jennifer”, impossibile non chiederle di James Dean, suo grande amico.
«Era un ragazzo straordinario, ero molto legato a lui. Ricordo ancora che me ne andai via dal set di “Gioventù bruciata” per lui. Ray era geloso del mio rapporto con il suo protagonista, avevamo un nostro codice “mucchesco”».

Questa ce la deve spiegare.
«Ricordarlo alla mia età è un po’ buffo, ma noi, per giocare, muggivamo. Lo facevamo per salutarci, ma anche per non farci capire dagli altri».

Ok, torniamo al set di “Gioventù bruciata”. Come mai lei si autoesiliò?
«Jimmy, dopo “La valle dell'Eden”, aveva molte perplessità su questo film: lo preoccupava passare dal grande Elia Kazan a Nicholas Ray. Affidò a me la decisione, si fidava solo del mio giudizio. E, dopo essere sparito per una settimana a New York, tornò in California solo per me. Aveva deciso di chiudere, ma poi si fece rivedere sul set, sapeva quanto fosse importante per la mia carriera quella sceneggiatura: era la prima dopo tanto tempo che non lavoravo. Quando tornò, me ne andai io. Eravamo troppo vicini, come fratelli e, inevitabilmente, la mia presenza avrebbe minato l'autorevolezza di Nicholas Ray, il regista. A cui chiesi di tenermi informato quotidianamente: ovviamente non lo fece...».
 
Insomma, James non era poi così diverso dal ragazzo fragile e spavaldo che interpretava...
«Era imprevedibile e selettivo: era sempre a cena da me, ma, se arrivava qualcuno che non gradiva, se ne andava. Prima di entrare, spegneva la moto, saltava la mia siepe, spiava dalla nostra finestra per valutare gli altri invitati e solo allora decideva se rimanere».

Ora gli scrittori del cinema sono molto sottovalutati. Anche se il loro sciopero ha fermato tutta l'industria. Che cos'è cambiato?
«Tutto e niente. Dipende da che parte stai, in quale “famiglia”. Prendi Leonardo Di Caprio, “protetto” da Martin Scorsese e da un gruppo di lavoro che può fare ciò che vuole, come quello che ruota attorno a quel grande talento che è Matt Damon. Per non parlare di George Clooney, che ormai è un ministudio attorno a cui si è creata una piccola industria. Un altro grandissimo è Clint Eastwood. Se sei in quei giri, vieni trattato bene, sei un intoccabile».

Ma c’è un’altra Hollywood...
«Hollywood, è inutile negarlo, ha mantenuto il suo cinismo, le sue ingiustizie. Non è cambiata molto, ha solo imparato a non esagerare. Anche ai miei tempi c'erano i superprotetti, il problema è che c'erano, forse, eccessi maggiori. La Warner Bros, allora, era un postaccio. Il patriarca Jack, ora incensato da tutti, era uno che fumava i suoi sigari e la cenere la buttava sulla testa dei suoi sottoposti, soprattutto gli attori, tanto per far capire chi comandava. E io, per avergli proposto una sceneggiatura in cui un comprimario di colore faceva valere i suoi diritti civili e umani, sono entrato nella sua lista nera. Aveva un carattere insopportabile, aveva la sensibilità di un bove, era un razzista. Proprio Dean, un giorno, forse per ribellarsi, schiodò la targhetta “toilette” e l'avvitò al posto di quella dell'ufficio di Warner. Rido ancora, fu uno scherzo geniale. Ecco, questa capacità di ribellarsi col sorriso, con la beffa, era un altro dei pregi che adoravo di James».

Ora comandano i soldi?
«Sì. Magari uno sceneggiatore indipendente la sua occasione la trova, ma viene giudicato solo per il successo commerciale e non gli si danno seconde possibilità. Come succede ai film: vanno male? Li tolgono dalle sale, non si aspetta come si faceva un tempo. La pellicola rimaneva in sala quel tanto che il passaparola potesse permetterle di essere valutata per il suo effettivo valore. Ora ci sono questi cervelloni che rimangono alle loro scrivanie, che schiacciano l’arte con i loro freddi numeri, con la loro ignoranza e la loro avidità. Non ci sono più la curiosità per le culture diverse e la voglia di specificità: questo sta distruggendo non solo il cinema, ma anche la società».

È tutto da buttare?
«No, va detto che un miglioramento c'è stato: le star ora accettano ruoli che un tempo avrebbero rifiutato e a volte, ancora si riescono a fare film che sfuggano alla logica del profitto».

Il più grande merito di “Gioventù bruciata”?
«Ha fatto capire che essere diverso andava bene, sessualmente, politicamente, individualmente. Ha finalmente “perdonato” chi non era normale, almeno secondo le regole ottuse e arretrate della società che l'aveva preceduto».   
 


              
RAGAZZO PRODIGIO
Ragazzo prodigio, Stewart Stern, dopo aver collaborato a soggetti e sceneggiature, a trentatre anni - lui è nato nel 1922 ed è ancora in gran forma - scrisse quel capolavoro che è Gioventù bruciata (1955). Al protagonista di quel film dedicò, due anni dopo, La storia di James Dean, unico suo film da regista: tuttora il più bel documentario sul divo, ancora pieno del dolore di chi, evidentemente, sentiva d'aver perso un fratello. Nipote del fondatore della Paramount Pictures, Adolph Zukor, fu per due volte candidato all'Oscar e trovò successo anche negli anni Sessanta con Missione in Oriente e La prima volta di Jennifer, diretto da Paul Newman, di cui era amico come con Dean e un altro mito, Dennis Hopper, per cui scrisse Fuga da Hollywood. è apparso, come attore, nel cult Ammazzavampiri, nel 1988.


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