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Antonello Venditti: voglio vedere oltre

Ecco perché mio figlio paga il biglietto ai miei concerti

Ven 27 Gen 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 8

Non è solo un musicista Antonello Venditti. In un bar di Trastevere, a Roma, in cui entrambi fumiamo una sigaretta di nascosto, si finisce per parlare di tutto. Di musica e di un paese, il nostro, disastroso e disastrato, di sentimenti, di anima e di etica. Da decenni sulla cresta dell’onda, non ama prendere posizioni comode. Ora si gode l’uscita dell’album “Unica”, i singoli in radio e il tour che partirà da Roma l’8 marzo, giorno del suo sessantatreesimo compleanno.

Cominciamo con le cose “importanti”: la tua Roma si sta comportando davvero bene.
«E io lo dicevo da quando tutti ne sancivano il fallimento. Amo il calcio e mi piacciono quelli come Luis Enrique, tutti d’un pezzo e con una concezione etica ed estetica di questo gioco. Che, a dirla tutta, in questo periodo storico non è né tanto bello, né tanto pulito».

Passando alla musica, sembri ad un punto di nuova maturazione e di svolta in questo album.
«Credo dipenda dal rapporto con il pianoforte. Prima per me era il centro di tutto, poi da fratello maggiore è diventato un ostacolo. Temevo mi impigrisse la mia autosufficienza col piano, che mi tenesse legato sempre alla stessa musica. Così ho sviluppato il rapporto con altri strumenti e musicisti, soprattutto nel mio studio di Colle Romano. E questo mi ha fatto sperimentare, immaginare un mondo diverso. Parto dalla musica, i testi non nascono né prima né dopo, ma in viaggio. Ora sento di più tutto ciò che ho attorno, Hendrix e Dylan, Rolling Stones e Leonard Cohen, ma anche Tenco, De André e Paoli. E cerco tutti loro nel mio lavoro, sento tutte queste anime, mi confronto con loro e con il mio tempo mantenendo sempre il mio stile».
 
L'impressione è quella di un Venditti più intimista nella scrittura. Questo è un mondo troppo brutto per essere raccontato?
«Un disco nasce attraverso ciò che vivi. Questo è un album personale, che parla di un periodo della mia vita, ma anche, forse il più universale, perché si inserisce nel momento storico del nostro paese: c'è l'incertezza sul lavoro e sull'amore, del migrante e delle speranze che hai dentro. Io cerco di trasformare questo in positivo, in un sogno, provo a far diventare vera la favola, immedesimandomi in tutti i personaggi delle mie canzoni come in “Oltre il confine”. E sono io anche “La ragazza del lunedì” e “(Santa) Cecilia”, non più simboli femminili di una vecchia società, ma esempi di donne autonome, coraggiose, persino martiri per le loro idee. Ci stiamo svegliando dalle tante cazzate che ci dicevano e ci dicevamo prima».

Spesso spiazzi con le tue posizioni. Ora come ti collochi rispetto a quest'Italia disastrata?
«Sono sempre stato un comunista atipico, anche se odio le etichette che vogliono racchiudere idee così grandi in parole così piccole. Ora, se lo vuoi sapere, odio la parola equità e non solo perché mi fa pensare a Equitalia. Perché la si usa al posto di giustizia sociale, che deve essere la nostra vera aspirazione. La sua assenza devasta lo Stato, che non sa conservare quello che ha - soprattutto nella cultura e nel patrimonio naturale e monumentale -, e che agisce sempre, come succede ora, in emergenza. E l'emergenza crea, ovviamente, precarietà».
 
Sembra, più di un tempo, di esser tornati al padronato e alla schiavitù. Esagero?
«Forse, ma neanche tanto. I padroni non finiscono mai. Quanti ne abbiamo? I padroni delle fabbriche, i padroni delle banche, i disegni delle P2, 3 o 4, di Gelli, la visione berlusconiana del mondo, le ragioni massoniche che fanno tanta fantapolitica e che forse, al di là di folkloristiche rappresentazioni, rappresentano un potere altro. Impossibile individuare chi devi sconfiggere e allora, per farlo, devi ripartire dal singolo individuo. Dobbiamo lottare per la libertà, senza compromessi. Una volta dissi che dovevamo dare la musica ai pirati, perché loro mostrano spesso di conoscerla, di ascoltarla con attenzione. è un paradosso, naturalmente. Il punto è che anche internet, vedi Facebook, alla fine diventa un monopolio. E ciò che dobbiamo combattere è proprio questa concentrazione di potere, qualunque esso sia. Io in questo disco canto la libertà, perché è ciò da cui dobbiamo ripartire. Internet, ad esempio, ha reso più libera la musica? Io non credo: gli ha consegnato il consumo da Ipod, distratto e frammentario. E questa non è libertà».

Marrazzo firma la prefazione al tuo album. Hai scritto canzoni per Zeman e Di Bartolomei. Ami i diversi o quelli che altri chiamano i “perdenti”?
«Credo che non esistano gli errori, ma solo la vita. La società troppo spesso determina l'esistenza e la morte delle persone, la comunicazione conta più della verità. Io voglio vedere oltre, cercare la persona, andare oltre il risultato della calunnia, al di là del falso idolo. Naturalmente sono casi profondamente diversi: Di Bartolomei è il campione fragile, a cui devi stare vicino. Maradona è stato salvato anche da chi tifava per lui fuori dall'ospedale, ne sono sicuro. E invece noi i migliori, i più coraggiosi come Zdenek, come DiBa, li calunniamo, li emarginiamo. E non solo nello sport, penso anche a Tortora: sono anni che vorrei scrivere una canzone per lui, mi fa soffrire solo pensare a ciò che gli è stato fatto. In “Tradimento e passione” c'è anche lui. La popolarità in questo paese, a volte, diventa una colpa. Anzi, un indizio di colpevolezza, perché in un paese meritocratico nessuno pensa che il successo sia figlio del talento».
 
Forse perché siamo un paese corrotto? E non parlo solo di tangenti o accordi sottobanco, ma anche, appunto, di raccomandazioni, piccoli imbrogli, gestioni familiari del potere.
«Tutti pensano alla clientela, al privilegio perché questo è il nostro modo di ragionare. Ci sono tanti modi di corrompere: dalla mazzetta allo scambio di favori tra potenti. Corrotto è chi cerca la scorciatoia, chi forza i binari della correttezza per un proprio vantaggio personale. Anche e soprattutto nelle piccole cose. Ecco perché allo stadio mi faccio la tessera, ecco perché mio figlio ai miei concerti paga il biglietto. è sempre una questione di etica».

Come si possono cambiare le cose?
«Guardando avanti, non ponendosi limiti o facendo compromessi. Se invece continuiamo a seguire la tendenza di togliere e tagliare sempre, invece di aggiungere e differenziare, non andremo mai avanti. E invece qui servono nuovi posti di lavoro? Li togliamo ad altri. Serve una pluralità dell’informazione? Si fa chiudere un giornale. Bisogna invertire questo stato di cose».              
                              



LE DATE DEL TOUR
Dall’8 marzo al via il tour nei Palasport di Antonello Venditti.
• 8 e 9 marzo ROMA (PalaLottomatica)
• 17 marzo ACIREALE - CT (Palasport)
• 24 marzo CONEGLIANO - TV (Spes Arena)
• 27 marzo MILANO (Mediolanum Forum)
• 31 marzo ANCONA (Pala Rossini)
• 12 aprile PERUGIA (Pala Evangelisti)
• 14 aprile BOLOGNA (Pala Dozza)
• 19 aprile GENOVA (105 Stadium)
• 21 aprile TORINO (Pala Olimpico)
• 23 aprile FIRENZE (Nelson Mandela Forum)
• 26 aprile BARI (Palaflorio)
• 28 aprile NAPOLI (Palapartenope)
• 9 luglio VERONA (Arena)


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