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Alex Zanardi: la mia sopravvivenza č ancora inspiegabile

Dalla Formula Uno alla tv, passando per le Olimpiadi: la testimonianza di un fuoriclasse

Ven 27 Gen 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 7

Non vuol essere considerato un eroe, né suscitare pietismo: ma, se ti fai illuminare dal suo sguardo e ti fai scaldare l’anima dal suo sorriso, non puoi fare a meno di ammirare l’incontaminata fierezza di un campione rimasto bello come un bambino. Alessandro Zanardi, il mitico Alex di tanti appassionati di automobilismo di tutto il mondo, non finisce mai di lottare e di stupirci.

 

Dopo la recente medaglia d’argento ai Campionati Mondiali, anche la vittoria e il record all’ultima Maratona di New York. Qual è il prossimo obiettivo?

 

«Da quando ho scoperto l’handbike (bicicletta che si muove tramite delle manovelle mosse dalle braccia umane - ndr), mi alleno tutti i giorni per partecipare a luglio alle Olimpiadi di Londra: ho scoperto per caso questo bellissimo sport e mi sono sentito subito… tagliato per praticarlo! Certo, sono passato dai 400 km/h delle corse automobilistiche ai 40 km/h di questa innovativa bicicletta, ma l’entusiasmo è lo stesso».

 

Ti senti realizzato per le tue tante conquiste?

 

«Nella mia vita ho fallito alcuni obiettivi, ma ne ho raggiunti tanti altri che sembravano impossibili: questo non mi fa sentire realizzato, perché dentro ho sempre una spinta a migliorarmi. È bello godere dei risultati raggiunti, ma, finché abbiamo un respiro, possiamo sempre fare qualcosa in più. Il compito di ognuno è partire, mettersi in movimento: poi le opportunità, anche inaspettate, arrivano. Purtroppo oggi, soprattutto attraverso la televisione, c’è la tendenza a credere che i traguardi si possono raggiungere con molta facilità. Ma io mi sento molto fortunato, perché sono ancora capace di sognare come un bambino e di lottare per realizzare i miei sogni».

 

Come è nata la tua passione per le gare automobilistiche?

 

«Ricordo che quando avevo dieci anni già sognavo di correre in Formula Uno! Naturalmente sembravano solo delle fantasie, ma più tardi i miei genitori, addolorati per la morte della mia sorella maggiore in un incidente stradale, pur di non comprarmi il motorino, mi proposero di sperimentare il go-kart. Quello sport mi appassionò subito e diventò motivo d’unione della mia famiglia: papà era il mio meccanico e consigliere, mentre alle gare partecipavano tutti, anche mia madre. Però, quando maggiorenne decisi di fare il salto in F3, loro erano assolutamente contrari! Finalmente, per una serie incredibile di coincidenze, nel 1991 arrivò anche l’esordio in F1, come sostituto dell’allora giovane Schumacher».

 

Cosa hai ricevuto in dote dai tuoi genitori?

 

«La mia è una famiglia di origini umili: mio padre era idraulico e mia madre una casalinga che lavorava tantissimo. Non potevano aiutarmi nei compiti di scuola, ma mi hanno donato dei valori che si sono rivelati molto preziosi per la mia esistenza. Mio papà era un uomo meraviglioso, deciso e geniale, simpaticissimo ma anche molto irascibile; mia mamma era semplice e concreta. Insieme mi hanno trasmesso un grande ottimismo, tanta ironia e la voglia di non arrendermi mai».

 

Sono passati 10 anni dal grave incidente che hai subìto. Che ricordo ne conservi?

 

«Dopo una stagione non esaltante in F1, nel 2001 tornai a gareggiare nella difficile Indy Car americana, nella quale avevo già ottenuto molti successi. Stavo vincendo la terz’ultima gara, sullo stesso circuito tedesco dove pochi mesi prima era morto Michele Alboreto; al rientro in pista dopo una breve fermata ai box, slittai su una macchia d’olio e fui investito, ironia della sorte, da un pilota di nome Alex come me, ma di cognome Tagliani. Il fortissimo impatto tagliò in due la mia auto e mi troncò di netto le gambe; la mia sopravvivenza è ancora scientificamente inspiegabile: rimasi per più di 50 minuti con un solo litro di sangue in corpo, subii 7 arresti cardiaci e mi fu data l’estrema unzione con l’olio del motore. Oggi sono felice di essere ancora qui pienamente vivo!».  

 

Cosa provasti al risveglio dopo una settimana di coma?

 

«Ero intontito dal dolore e dai farmaci, ma fui felice di sapere da mia moglie Daniela, una donna incredibile, che ero ormai fuori pericolo. Con il mio connaturato ottimismo pensai solo che, anche con l’amputazione sopra il ginocchio di entrambe le gambe, avrei sicuramente trovato il modo di essere ancora uomo, marito e padre, oltre che di portare avanti le mie tante passioni. Ognuno ha le occasioni per partire e ripartire, per dimostrare e dimostrarsi che la vita è un'opera da accendere: è stato difficile e bellissimo ricostruire la mia esistenza, ma non ho qualità particolari, come qualcuno è portato a pensare. Ho fatto tutto per amore della vita, della mia in particolare. Però sono molto felice quando un bambino mi fa i complimenti o quando un ragazzo mi racconta che la mia storia l'ha aiutato a vincere l'apatia e ritrovare la fiducia».

 

Cosa hai imparato dalla tua sofferenza?

 

«Quando ero all’apice del successo, pieno di onori e riconoscimenti, pensavo che mi sarei suicidato: se per un incidente fossi rimasto menomato; poi ho capito che le cose importanti sono altre. Attraverso la sofferenza ho potuto conoscere una parte nuova e migliore di me: dentro di noi c’è qualcosa di profondo che nel momento del bisogno viene fuori. Negli ospedali ho incontrato molte persone che, senza avere la mia popolarità, lottano per superare problemi gravissimi, ma anche tante altre che non riescono a liberarsi della rabbia nei confronti della vita».

 

Come hai affrontato la tua esistenza quotidiana?

 

«Sono davvero fortunato, perché, oltre a non essermi mai fermato a piangere sulla mia disgrazia, ho superato presto l’imbarazzo che molti disabili hanno nei confronti degli altri. Per certi versi la mia esistenza è anche migliorata. Ho ripreso a correre in automobile e ad esprimere la mia grande passione per lo sport, soprattutto per la barca e il nuoto. Prima andavo spesso in piscina con mio figlio Niccolò: fare i tuffi con me era il suo divertimento preferito! Dopo l’incidente, stimolato dal mio bambino, non mi arresi, vinsi la  vergogna per il mio fisico e inventai delle protesi speciali con le quali posso tuffarmi anche in acqua e utilizzare la barca! Incoraggiato dai successi, ho studiato anche il modo per poter sciare con le mie protesi, anche se mi dicevano che nessuno ci era mai riuscito: è fantastico stare in alta montagna con la mia famiglia e gli amici. Inoltre, per muovermi quotidianamente e portare mio figlio a scuola, uso il quad (quadriciclo fuoristrada - ndr) che mi permette anche di rivivere la mia antica passione per le moto».

 

Le vicissitudini ti hanno aiutato ad avvicinarti alla tua anima?

 

«Penso che non ci sia molta differenza tra corpo ed anima: li considero l’uno l’attrezzo di lavoro dell’altra. Credo che ognuno di noi abbia un proprio rapporto con il soprannaturale e con una dimensione che va al di là del compito da svolgere in questa esperienza terrena. Sono assolutamente convinto che ogni essere umano non è solo il frutto di una casuale combinazione chimica».

 

Qual è il tuo rapporto con Dio?

 

«Dio è in noi e, guardandoci dentro, abbiamo la capacità di trovare ogni risposta, comprendendo cosa è giusto o sbagliato, senza dover necessariamente leggere un libro di religione o un codice di leggi. Avere fede significa credere che in noi c’è una coscienza, un pezzo di Dio che Lui ci ha donato. Se ho una protesi mal funzionante, non chiedo all’Altissimo di aiutarmi: prendo una chiave e cerco di aggiustarmela da solo! Naturalmente, rispetto chi, alzando gli occhi al cielo e chiedendo aiuto, trova la motivazione per fare certe cose; ma questo non è il mio atteggiamento abituale. Ricordo però un momento per me particolarmente difficile: a quarantacinque giorni dall’incidente, appena dimesso dall’ospedale di Berlino, mia moglie fu ricoverata d’urgenza per un’ernia e la notte mi ritrovai da solo in casa con mio figlio che urlava per una grave otite. Stavo per arrendermi e mi sono rivolto a Dio, chiedendo aiuto per superare quella prova: subito mio figlio si è addormentato e il giorno dopo mia moglie fu operata con successo!».

 

Si è da poco conclusa la trasmissione “E se domani” che hai condotto su Rai Tre. Come valuti questa tua nuova avventura?

 

«Dopo l’incidente ho avuto la possibilità di cimentarmi in molte nuove esperienze e ho potuto scegliere secondo le mie passioni. Fare il presentatore televisivo è stata una bellissima sfida, ma ammetto che mi ha procurato un po’ d’ansia e nelle prime puntate… mi tremavano le gambe! Volevo riuscire ad essere diretto ed autentico, temendo di dare l’impressione di cercare visibilità. All’inizio ero titubante, ma mia moglie mi ha spronato a gettarmi in questa nuova avventura. Daniela cerca ogni occasione per farmi stare un po’ a casa: sono sempre in giro, visto che, oltre a continuare a correre con le automobili, pratico tante discipline sportive ed ho molti interessi... Sono un tipo curioso e le domande sono il segreto della vita!».                            

 

 


 

ATLETA SENZA LIMITI

 

Zanardi nasce a Bologna il 23 ottobre 1966 e a tredici anni inizia a gareggiare nei go-kart. Nel 1991 esordisce in F1 dove colleziona quarantuno presenze, ma notorietà e successi li ottiene soprattutto negli USA nel popolare campionato Indy Car,  dove conquistò il titolo per due anni consecutivi (1997 – 1998). Nel settembre 2001, durante una gara in Germania, subisce un pauroso incidente dal quale esce miracolosamente vivo, ma con l’amputazione completa delle due gambe. Sostenuto dall’amore della moglie Daniela e del loro bambino Niccolò, forte di una grande dignità e fiducia nella vita, dopo una lunga riabilitazione, Alex inizia una nuova e vivacissima esistenza. Tornato in pista, nel 2005 conquista il Campionato Italiano di Superturismo; inoltre, scopre gli sport paraolimpici e subito conquista grandi successi internazionali con la handbike, con la quale rappresenterà l’Italia alle prossime Olimpiadi di Londra 2012. L’ultima sfida la vince in tv, dove ha recentemente presentato su Rai Tre le due edizioni del programma “E se domani”.

 


 

TESTIMONE SOLIDALE

 

Tutta l’esistenza di Alex Zanardi è una testimonianza concreta del valore della vita e delle immense potenzialità di ogni essere umano. Da sempre attento alla solidarietà verso i più deboli, dopo il grave incidente del 2001, l’atleta bolognese residente in provincia di Padova è divenuto ancora più attivo nel sostenere le cause dei disabili: tra le tante iniziative, oltre al Progetto SciAbile, scuola di sci per persone con deficit motori, sensoriali e psichici, citiamo l’associazione Bimbingamba che offre aiuto e protesi a bambini che hanno perso i loro arti. «Nel corso della mia vita – dice Alex - ho avuto la possibilità di trasformare una passione in una professione, ho fatto mille cose belle, ho girato il mondo ed è anche grazie alle tante esperienze accumulate, che, quando il destino ha messo sulla mia strada la prova più difficile, non solo l’ho superata, ma anzi, per certi aspetti è diventata un’opportunità. Ora ho un modo di restituire al prossimo una parte di quella fortuna che ho avuto in dote dal destino».

 


 

ZANARDI DA CASTELMAGGIORE

 

Tutta l’esistenza di Alex Zanardi è una testimonianza concreta del valore della vita e delle immense potenzialità di ogni essere umano. Da sempre attento alla solidarietà verso i più deboli, dopo il grave incidente del 2001, l’atleta bolognese residente in provincia di Padova è divenuto ancora più attivo nel sostenere le cause dei disabili: tra le tante iniziative, oltre al Progetto SciAbile, scuola di sci per persone con deficit motori, sensoriali e psichici, citiamo l’associazione Bimbingamba che offre aiuto e protesi a bambini che hanno perso i loro arti. «Nel corso della mia vita – dice Alex - ho avuto la possibilità di trasformare una passione in una professione, ho fatto mille cose belle, ho girato il mondo ed è anche grazie alle tante esperienze accumulate, che, quando il destino ha messo sulla mia strada la prova più difficile, non solo l’ho superata, ma anzi, per certi aspetti è diventata un’opportunità. Ora ho un modo di restituire al prossimo una parte di quella fortuna che ho avuto in dote dal destino».


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