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Un bimbo è sano finchè non è malato

Andrea Satta, leader dei Tetes DE Bois, scrive un libro di favole che nasce dalla sua esperienza di pediatra

Mar 28 Feb 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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L’ambulatorio pediatrico del noto cantante-scrittore Andrea Satta è sempre pieno, ma non solo di piccoli pazienti da visitare. Ci sono anche tanti giochi e colori, con porte, finestre e termosifoni di tante tonalità, che aiutano i bambini a sentirsi a proprio agio di fronte a quell’originale medico-artista senza camice, spesso seduto a terra con loro. All’appuntamento per l’intervista, il poliedrico Andrea arriva con la sua inseparabile bicicletta, pedalando sorridente sotto i fiocchi di neve che hanno imbiancato Roma a febbraio.

Siamo abituati ad ascoltarti nei dischi dei Tetes de Bois e ad applaudirti su palchi più o meno stravaganti. Ora ci hai sorpreso con questo libro “Ci sarà una volta – Favole e mamme in ambulatorio”.
«Provo una strana sensazione: per me è normale esibirmi in televisione o nei concerti, ma è la prima volta che mi espongo pubblicamente nel mio quotidiano ruolo di medico di base».

Come nasce l’idea di un libro di favole?
«Il mio ambulatorio pediatrico è in un paese della periferia romana, dove quasi il 40% delle nascite avviene in famiglie straniere; inoltre, mi sono accorto che tra i miei circa mille iscritti ci sono bimbi di trentacinque nazionalità e di tutti i continenti! Un giorno una mamma africana mi raccontò della sua solitudine e che, da quando otto anni fa era arrivata in Italia, aveva parlato solo con due persone nella sala d’attesa del mio studio. Mi chiesi cosa potevo fare per promuovere maggiori scambi e relazioni umane: due anni fa lanciai allora l’idea di riunire una volta al mese le mamme con i loro figli nel mio ambulatorio per raccontare nelle loro lingue le favole che le facevano addormentare quando erano piccole. Iniziammo con quattro madri straniere e una italiana, che con semplicità e qualche piatto tipico, raccontavano antiche favole che ho raccolto in questo libro “Ci sarà una volta – Favole e mamme in ambulatorio”. È stato subito un grande successo e ora molti medici mi hanno chiamato da tutta Italia per avere consigli su come svolgere la stessa attività nel loro ambulatorio».

È difficile confrontarsi con famiglie di tante culture diverse?
«Naturalmente si notano molte diversità all’interno delle famiglie, ma ci sono alcuni elementi in comune: ad esempio, le nonne troppo invadenti mortificano il ruolo delle mamme e la loro maturazione. Ma la situazione più difficile la vivono i papà: quelli assenti non sono padri, ma non sopporto quelli che fanno i mammi. I maschi dovrebbero essere più presenti, lasciando un ruolo di primato alla propria compagna, aiutandola senza prevaricare e senza sottomettersi: è complesso e, soprattutto, difficile riuscirci a lungo».

Come concili i tuoi tanti interessi artistici con la professione medica?
«Faccio il pediatra da quindici anni e amo profondamente i bambini: è attraverso di loro che ho conosciuto il mondo. Il rapporto con i più piccoli mi dona moltissimo e mi offre tanti spunti interiori, che utilizzo anche per scrivere canzoni e tanto altro. In questi anni mi hanno molto arricchito le lacrime di gioia di tanti genitori, i gesti semplici fatti con dolcezza infinita, la gratitudine alla vita, a Dio, al mondo e perfino a me che faccio solo il mio lavoro».
   
Come interpreti il tuo delicato ruolo di pediatra di base in una realtà periferica così complessa?
«Mi trovo ad affrontare molte situazioni di emarginazione e povertà: cerco di essere un amico oltre che un pediatra e tutti mi chiamano per nome. So bene che molti ritengono sbagliato quest’ atteggiamento, ma ho trovato un equilibrio che funziona. Lotto ogni giorno contro la medicalizzazione dell’infanzia, cercando di aiutare i genitori a non farsi travolgere dal consumismo terapeutico e dall’ansia. Il mio presupposto è che un bimbo è sano finché non è malato, non viceversa! Ogni bambino è unico e non paragonabile, ha la sua storia, il suo percorso e, quando occorre, la sua terapia».

Come vive oggi l’infanzia nel nostro Paese?
«Dalla mia lunga esperienza sul campo, vedo purtroppo che i genitori tendono ad affidarsi a percorsi precostituiti e superficiali piuttosto che cercare di risolvere veramente i problemi. I bambini non sono una proprietà privata dei genitori: hanno bisogno di rispetto per maturare e di molto tempo libero per giocare. Comunque, tra tante febbri che affronto nel mio ambulatorio, la più pericolosa è la febbre dell’amore che manca e dell’amore che affoga. La qualità delle relazioni vissute nell’infanzia è fondamentale per la gioia e la salute dei bambini».

Com’era la tua famiglia?
«Sono nato da due genitori molto in gamba, ultimo figlio dopo quattro sorelle, una delle quali, Maria, è la dolcissima e insostituibile segretaria del mio ambulatorio. Mio padre insegnò lingua francese a Valmontone negli anni ‘70 ed è in suo onore che ho scelto di venire a lavorare proprio qui, anche se è uno dei luoghi più inquinati d’Italia e se dista molti chilometri dalla mia abitazione romana. Papà fu molto segnato dai due anni trascorsi come internato politico in un campo di concentramento nazista nella freddissima zona di Dresda: ancora oggi a volte controllo le sue gelide temperature. La mia mamma, invece, insegnava Storia dell’arte e aveva una forte radice culturale cattolica».

Cosa ti è rimasto della testimonianza di vita dei tuoi genitori?
«Mio padre era un uomo normalissimo, ma nelle situazioni estreme che ha dovuto affrontare, ha sempre scelto il coraggio e l’altruismo. Questa per me è una linea indelebile alla quale non penso razionalmente, ma che galleggia costantemente in me, come stimolo quotidiano anche nel lavoro di pediatra. Nella nostra semplice casa romana, spesso papà ci radunava davanti al camino e iniziava i suoi meravigliosi racconti; il suo esempio mi ha insegnato a domandarmi sempre se posso uscire dalle mie chiusure ed essere d’aiuto agli altri. Di mia madre mi è rimasto dentro soprattutto l’ottimismo legato alla sua forte fede cristiana; s’impegnava sempre a trovare una soluzione senza fermarsi di fronte alle complessità e difficoltà, con una grande fiducia negli altri. Mi ha donato una grande forza che coltivo sempre, insieme alla convinzione che la strada giusta la mostra solo l’amore, un carburante senza prezzo».

Sul quotidiano l’Unità scrivi una rubrica dal titolo “Dio è morto”. Quale messaggio cerchi di comunicare?
«Scrivo di storie minori, di situazioni periferiche e di cose che ho incrociato durante la settimana. Questa mia rubrica da un lato contiene elementi di denuncia, dall’altro di speranza, fuori da ogni passività. Vorrei far riflettere che non c’è nessuno che risolve la nostra esistenza al posto nostro: se Cristo per combattere il male ha dovuto affrontare la morte, vuol dire che anche per noi non c’è una soluzione più leggera. Se è successo a Lui, anche noi dobbiamo essere disposti a morire, senza rimanere nel niente o a rimorchio: ognuno di noi deve trovare un percorso nel quale costruisce la propria vita attraverso delle scelte. Anche se non riusciamo a dire che Cristo è veramente risorto, anche se non Lo vediamo, dobbiamo sapere che, pure dopo quel momento nel quale il Cielo era diventato nero, la storia è ricominciata».

Come ti poni di fronte alla figura di Gesù?
«Cristo ha un fascino immenso su di me e leggendo il Vangelo si resta stregati. Io non so se Dio esiste e se Gesù sia Suo figlio, ma di certo Cristo ha compiuto un atto d’amore verso gli uomini assolutamente straordinario. Purtroppo nella mia storia personale tutto è mediato dal pessimo comportamento della gerarchia ecclesiastica: credo che sarebbe stato difficile fare peggio di così! Penso ai sacerdoti che hanno appoggiato le varie dittature, alle lotte di potere nella Curia e alle grandi ricchezze possedute: tutto questo, insieme alla fobia della sessualità, mi ha allontanato dalla Chiesa. Però, conosco molti sacerdoti meravigliosi, come don Ciotti, che reputo un maestro e un grande testimone».
   
Che cosa significa oggi essere dei testimoni credibili?
«L’insegnamento che Gesù ci ha lasciato “Ama il prossimo tuo come te stesso” è un principio fantastico, anche se difficile da realizzare. A me non interessa indagare se qualcuno è credente e nemmeno capire l’idea di Dio, ma gioisco nell’incontrare persone che credono nell’amore per sé e per gli altri. La testimonianza vera è la concreta condotta di vita, non l’etichetta religiosa».

Come sviluppare la nostra capacità d’amare?
«Chi ha avuto un’esperienza personale di espressione nell’amore poi riesce a donarla anche agli altri: tutto dipende dalle relazioni vissute nell’infanzia. Tutti i neonati sono predisposti e se fanno questa esperienza poi saranno adulti capaci di amare. Ogni bambino è migliore di come nasce: dentro di lui c’è qualcosa, una sua identità e qualità che prescinde dai genitori e dalle situazioni nelle quali è venuto al mondo. Tutti i bimbi sono bellissimi e sono sempre più forti della sovrastruttura che gli vogliamo imporre: loro la attraversano e la sovvertono, insegnandoci inconsciamente a ritrovare qualche traccia della straordinaria dimensione della nostra fanciullezza. Ma bisogna essere veramente forti per recuperare la nostra bellezza originaria e non perderla nella quotidianità. Generalmente abbiamo paura di ciò che ci mette in discussione e il bambino è colui che lo fa meglio: approfittiamone e non abbandoniamo mai i nostri sogni! Quello che resta è immaginare il futuro, pensandolo più giusto per le persone che amiamo».            

 



Artista che cura i bambini
Andrea Satta vive e lavora a Roma, insieme a sua moglie, giornalista musicale, ed ha due figli. Pediatra di base, è noto come leader del gruppo musicale Tetes de Bois (Teste di legno), nato venti anni fa che, tra l’altro, nel 2007 ha partecipato al Festival di Sanremo e recentemente come resident band a due programmi tv su La7. Ha da poco pubblicato il libro “Ci sarà una volta – Favole e mamme in ambulatorio”, devolvendo i diritti d’autore al Centro pediatrico di Emergency in Sudan.

 



Concerto a pedali
Andrea Satta è la voce dei Tetes de Bois, officina culturale e gruppo musicale che ha all’attivo otto dischi e molti riconoscimenti, tra i quali due Premi Tenco. I loro brani, caratterizzati da testi graffianti, parlano di diritti sociali, lotte anarchiche, amore e fratellanza, ma anche della loro grande passione, la bicicletta, alla quale hanno dedicato l’intero ultimo cd Goodbike (2010). Famosi per aver scelto come palcoscenico delle loro esibizioni i luoghi più stravaganti (dal Ministero delle Finanze in Francia ai treni di Berlino, a cave e fabbriche abbandonate, fino al concerto muto nella vasca delle otarie allo zoo di Roma) il quintetto romano lo scorso anno ha superato se stesso inventando il “Palco a pedali”. «Finalmente un concerto alimentato letteralmente dall’energia del pubblico – ci racconta Andrea -. Suoniamo senza inquinare, sfruttando solo l’energia elettrica prodotta dagli spettatori con 128 biciclette. Si viene al concerto con la propria bici e se non si pedala il concerto finisce!»


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