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Sbornia di soldi ai partiti

I partiti hanno creato imperi finanziari coi soldi pubblici senza obblighi contabili e in massima segretezza

Mar 28 Feb 2012 | di Francesco Buda | Soldi
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Finita la cosiddetta prima Repubblica, che è successo? 17 anni da pirati. Bottino: un tesoro da oltre 2 miliardi e 735mila euro. Se lo sono accaparrato i partiti politici dal 1994 ad oggi. è uno dei prezzi pagati dagli italiani alla onnivora “classe digerente” della partitocrazia, digerente per la sua famelica insaziabilità, pari solo alla sua incapacità e abilità truffaldina. Li hanno chiamati rimborsi elettorali. Con tale nome la casta ha reintrodotto nel 1994 il finanziamento pubblico ai partiti abrogato con referendum l'anno prima dal 90,3% dei votanti. Una pesante tassa occulta. Hanno scavalcato la volontà popolare. Loro, che si presentano come interpreti della democrazia.
A febbraio è scoppiato il caso Lusi, l'ex tesoriere di Democrazia e Libertà – La Margherita che ha ammesso di aver preso per sé almeno 13 milioni di euro dei contributi pubblici al partito. Che fine hanno fatto tutti gli altri 2,7 miliardi di euro? Perché i telegiornali non mostrano il vero scandalo dei rimborsi della loro gestione? Perché lorsignori, politicanti e tg,  tacciono su questa fraudolenta incetta di danaro dei contribuenti?

INCASSANO 5 EURO PER OGNI ELETTORE
Una vera cuccagna, lievitata del 1.110% dal '99 ad oggi: 5 euro per ogni iscritto alle liste elettorali della Camera, cioè nemmeno in base al reale numero di voti presi. Il vampiraggio è così salito dai circa 15 milioni di euro del 1992 ai 47 milioni di euro per le politiche del 1999, agli oltre 500 milioni per rinnovare il Parlamento nel 2008. Per attingere ai rimborsi, non importa essere eletti, basta ottenere l'1% dei voti (fino al 2002 serviva il 4%). A ciò vanno aggiunti, sempre ogni anno, i 72 milioni di euro intascati dai gruppi parlamentari, i circa 80 milioni di euro donati dai privati e i ricchi contributi statali ai 22 giornali di partito o comunque collegati ai politici (quasi 40 milioni nel 2010) letti da una manciata di italiani. Con i risultati che stiamo vedendo e pagando: il Paese in ginocchio, in fondo a tutte le principali classifiche socio-economiche mondiali, con un debito pubblico da 1.900 miliardi di euro. Com'è stato possibile? «Da come amministrano se stessi si capiscono tante cose», spiega ad Acqua & Sapone Paolo Bracalini, giornalista politico. Il suo libro-inchiesta “Partiti S.p.A”, senza sconti a nessuno, fa la radiografia alle casseforti di queste particolari associazioni che hanno sfasciato il Paese. Si è spulciato i bilanci dei partiti e molti altri documenti, gelosamente imboscati tra Camera, Senato e sedi politiche. Imbrogli normativi, abili meccanismi, intrecci e numeri su queste «idrovore che assorbono finanziamenti, possiedono centinaia di immobili, spendono milioni in modo misterioso, creano società per scopi distanti dalla politica (che si occupano di comunicazione politica o addirittura di sale bingo e della vendita di biciclette...), veri padroni della vita pubblica, non solo perché decidono leggi e nomine, ma perché costituiscono imperi economici, la cui ricchezza viene alimentata dalle istituzioni, a loro volta controllate dai partiti, in un circolo molto vizioso».

SEMPLICI ASSOCIAZIONI, CHE SI MUOVONO COME HOLDING
Travestiti da “semplici” associazioni private, agiscono come vere holding. «Grazie alla montagna di finanziamenti ricevuti, i partiti si sono trasformati in S.p.A. Gestiscono enormi patrimoni, hanno immobili intestati, decine di dipendenti, società controllate, ma a differenza delle aziende cui somigliano non producono assolutamente niente, se non molte parole. Hanno gli stessi obblighi contabili del circolo sportivo o della bocciofila – dice meravigliato l'autore di “Partiti S.p.A” -, senza tutti i doveri di trasparenza delle aziende». E poi non pagano l'Ici sulle loro sedi e chi gli regala soldi gode della detrazione di imposta del 19% per somme tra 51,64 e 103,291,38 euro. Cioè risparmia sulle tasse. Il partito incassa, lo Stato no. Ma se il cittadino dona alle Onlus, ad esempio che si occupano di Aids, di disabili, di emergenze sociali, cancro, questo sconto fiscale vale solo fino a 2.065,83 euro donati!

SPENDO UNO, INCASSO 10
Il malloppo pubblico preso dai partiti e partitini, oltre ad essere enorme, non corrisponde nemmeno alle effettive spese elettorali dichiarate. Dal 1994 al 2008, mediamente, hanno incassato rimborsi 4 volte maggiori ai soldi sborsati, quasi 675 milioni di euro in più. È come se per un viaggio di lavoro spendo 1.000 e me ne faccio ridare 4.000 dall'azienda. Nel 2010, poi, hanno sbancato: i rimborsi hanno superato di quasi dieci volte le spese sostenute dai partiti. Per le ultime regionali del 2010, gli toccano 190 milioni: per una spesa di circa 20 milioni, il PDL ne intasca 53 in 5 rate annuali da 10,6 milioni. Al PD spetta un rimborsone di 51 milioni, oltre il triplo dei 14 milioni spesi. Quei moralizzatori della Lega, per un esborso di 8 milioni ne avranno indietro quasi 25. All'UDC 11 milioni in entrata, contro 6 in uscita.

I PIÙ COSTOSI D’EUROPA
«Tutti gli altri Paesi finanziano i partiti con un forfait annuo molto esiguo – spiega Paolo Bracalini - e poi rimborsano le spese elettorali effettivamente sostenute. Noi no, rimborsiamo tutti con un mare di soldi, anche chi non ha speso un centesimo. Con il risultato che il costo dei partiti per il cittadino italiano è il più alto d'Europa». Ad esempio, la campagna elettorale per le ultime politiche di Casini (UDC), ci costa quasi 26 milioni di euro, ben oltre il doppio di quella di Sarkozy per le presidenziali francesi (10 milioni e 783 mila euro). Il “bello” è che il finanziamento pubblico ai partiti era nato nel 1974 per moralizzare la politica, sganciandola dai fondi neri dei privati.
«è cresciuta la fame dei politici, una macchina che più alimenti e più ha bisogno di benzina. Diversi studi  hanno osservato una corrispondenza tra finanziamento pubblico dei partiti e corruzione», dice Bracalini ad Acqua & Sapone.

NON SERVE ESSERE ELETTI
I rimborsi li può chiedere ed ottenere anche chi non ha speso nulla. E li continuano a prendere anche formazioni defunte e sepolte, come i Ds, la Margherita, l'Ulivo, la Casa delle Libertà, AN, Forza Italia, L'Unione e le vecchie liste civiche dei presidenti di Regione: il finanziamento dura infatti per 5 anni a rate annuali, anche se la legislatura termina anzitempo. Perciò, ad esempio, nel 2010 abbiamo pagato ai partiti oltre 280 milioni di euro, tra cui l'ultima rata del Governo Prodi caduto dopo due soli anni nel 2008 (90 milioni). Alla spartizione partecipa anche chi è rimasto fuori dal Parlamento: per le politiche 2008 il gruppo “trombato” Sinistra Arcobaleno (Prc, Verdi, Pdci e Sinistra Democratica) rastrella quasi 8 milioni e 700mila euro senza neanche un eletto in Camera e Senato. Assenti, ma ben pagati. Qualche boccone anche agli sconosciuti:  Forza Consumatori, microformazione che ha corso per le elezioni provinciali di Bologna, Rimini, Piacenza e Parma e di qualche Comune, a fronte di 71mila euro per spese elettorali, ha incassato dal 2007 al 2009 quasi 464mila euro. Alle regionali del 2010, il Partito dei Pensionati si è assicurato 885mila euro, spendendone 40mila. Il record ce l'ha la Lista Consumatori alle politiche del 2006: zero spese, zero eletti e 568.380 euro di rimborsi! A conti fatti, finanziare i partiti e i parlamentari, nella prima Repubblica costava meno: 60 miliardi di lire all'anno, che sarebbero 150 milioni di euro. Oggi in media ci costano 200 milioni l'anno.

OLIGARCHIA E BILANCI FALSI
Tutto è in mano a pochissimi personaggi. «Hanno un nucleo ristretto di dirigenti – ci spiega Bracalini - che amministrano un patrimonio enorme ad insaputa nostra e di quelli all'interno dei partiti stessi, che approvano i bilanci sulla fiducia, e gli organismi di controllo sono fittizi». Già nel 1983 i Radicali avevano documentato la falsità dei bilanci del pentapartito, Dc, Pci, Psi, Psdi e Pri. Oggi l'irregolarità dei bilanci dei partiti è la norma, non l'eccezione, racconta l'inchiesta di Bracalini, che è riuscito ad intervistare, sotto stretto anonimato, uno dei 5 revisori chiamati a “controllare” i rendiconti annuali dei partiti. «Molto spesso il bilancio viene redatto da un tesoriere che se la canta e se la suona. Non abbiamo potere di verifica e intervento», confida il contabile. Indovinate chi sceglie questi 5 pseudocontrollori? I presunti controllati. «Tre di area PDL-Lega, uno del PD, uno dell'UDC», racconta l'intervistato. Né la Corte dei Conti può fare granché. I giudici che lo Stato si è dato per vigilare su entrate e spese pubbliche, sui miliardi di euro statali dati ai partiti hanno le mani legate.
 
INCAPACI DI GESTIRSI E PIENI DI DEBITI... PRETENDONO DI GOVERNARCI
Come hanno gestito questo fiume di denaro a fondo perduto? Peggio di un colabrodo. Sono letteralmente finiti sul lastrico i principali movimenti di centrodestra e centrosinistra, quelli che si candidano a governare il Paese. Forza Italia, ad esempio, ha rischiato la bancarotta, sebbene abbia preso più rimborsi di tutti, 710 milioni di euro dal 1994 ad oggi, prima da sola e poi dal 2008 al 2011 nel PDL con AN. Nel 1995 totalizza 23 miliardi di deficit. L'anno dopo prende, tra pubblico e privato, oltre 26 miliardi di lire, con un buco di 9 miliardi e mezzo. Stessa voragine nel 1996. Nel 1999 incassa 43  miliardi e chiude il bilancio con un ammanco di 12. Nel 2005 l'esposizione debitoria dei seguaci del nuovo miracolo italiano tocca i 135 milioni di euro. Per salvare il partito, prima ha garantito Berlusconi in persona firmando robuste fidejussioni. Poi, come altri, hanno applicato la finanza creativa a casa loro... coi soldi nostri: si sono venduti alle banche i rimborsi elettorali da riscuotere a “prezzo” scontato. Così loro incassano meno ma in anticipo. E la banca avrà il suo bel guadagno, accaparrandosi l'intero rimborso elettorale quando verrà erogato dallo Stato, oppure cartolarizzando, cioè rivendendosi a sua volta quei crediti emettendo titoli. Ad esempio, sempre Forza Italia, nel 2007 ha ceduto a Banca Intesa 105 milioni di crediti per rimborsi al “prezzo” di 94 milioni. Ma nel 2008 avevano ancora 138,4 milioni di debiti verso le banche. Nel 2009 il PDL ha cartolarizzato tutti i rimborsi statali maturati con le politiche fino al 2012 (165 milioni, 75% a Forza Italia e 25% ad AN). Il Tribunale di Roma sta verificando l’intera gestione del patrimonio immobiliare della fu Alleanza Nazionale, stimato tra 300 e 400  milioni di euro, ed ha accertato nel loro bilancio spese ingiustificate per 26 milioni di euro.
I postcomunisti Ds, ricchi di un enorme patrimonio immobiliare, stimato in mezzo miliardo di euro, sono passati alla storia per il loro enorme indebitamento con le banche, che nel 2003 era ancora di 130 milioni di euro. Hanno dovuto vendere buona parte dei loro immobili, 2.400 intestati a 57 fondazioni “compagne” in tutta Italia, comprese le storiche sedi di Botteghe Oscure e Frattocchie.  Nel 2009, ai Ds morosi la Camera ha congelato 11 milioni di euro di rimborsi. Colpa di 3 pignoramenti su beni del partito, in un contenzioso con 10 banche per 182 milioni di euro. Anche 84 dipendenti vantano crediti verso i Ds, contro i quali c'è pure una causa avviata dall'ente previdenziale dei giornalisti, l'Inpgi, davanti la Corte di Cassazione per contributi previdenziali non pagati. Ora, nonostante rimborsi per 650 milioni di euro intascati in pochi anni, PDL, PD e UDC hanno chiuso l'ultimo bilancio in rosso: il PD di 42 milioni di euro, il PDL di quasi 6 milioni di euro e l'UDC a meno 3,2 milioni.       

 




Saccheggio in cifre
500 milioni di euro i rimborsi elettorali per ogni legislatura
2.735 milioni di euro rimborsi elettorali dal 1994 ad oggi
35,7 milioni l'anno i contributi ai gruppi parlamentari della Camera
35,7 milioni l'anno i contributi ai gruppi parlamentari del Senato
80 milioni di euro donati ai partiti da privati
79 milioni di euro l'anno ci costano le 843 pensioni pagate agli ex Senatori
138 milioni di euro l'anno ci costano le 1.464 pensioni agli ex Deputati


 




Consenso minimo: via tutti in un sol colpo      
Non si può solo approfondire e denunciare ciò che non va. Occorre proporre anche soluzioni. Vera democrazia sarebbe poter decidere di mandare tutti a casa in un sol colpo. Basterebbe una norma, la legge del “consenso minimo” o “minimum placet” che preveda che, in caso di affluenza inferiore al 50%, le elezioni si debbano considerare da ripetere con candidati e formazioni assolutamente nuovi. Questa la proposta provocatoria che il direttore di Acqua & Sapone Alberico Cecchini ha lanciato. Concorda Paolo Bracalini, che segue da vicino la vita interna dei partiti e ha da poco pubblicato l'incredibile libro-inchiesta “Partiti S.p.A.”«In linea di principio sono d'accordo sul fatto che l'astensione debba avere un peso politico, mentre oggi non ce l'ha perché basta una qualsiasi affluenza, senza un quorum, per nominare un nuovo Parlamento». 

 



FONDI E... FONDAZIONI
Nel 2011 alla Camera spunta una proposta dai banchi del PD: dare due tipi di rimborso, uno ai partiti e l'altro alle fondazioni per l'attività culturale e formativa. «Questa idea ci costerebbe 185 milioni di euro l'anno in più di quota spettante ai think thank politici (i “pensatoi” delle fondazioni, ndr), che si aggiungerebbero ai 500 milioni di euro di rimborsi elettorali per legislatura», scrive Paolo Bracalini. Queste creature chiamate fondazioni politiche aumentano a vista d'occhio, ogni  capocorrente si fa la sua.
Servono per creare rapporti, affari, finanza, voti. Sono intrecciatissime con i colossi nostrani dell'acciaio, del cemento, del petrolio e delle armi, “dialogano” con le multinazionali del tabacco, del farmaco e dei rifiuti e molti altri, con banche e cooperative. Sono finanziate dai privati, ma nell'ombra. Per le donazioni a queste entità non vige l'obbligo di renderle pubbliche, di fare nomi e cognomi dei donatori. Motivo? La privacy dei generosi lobbisti e finanziatori. Non devono neanche tenere una contabilità ufficiale delle somme ricevute. Né tantomeno devono pagare la tassa di registro dell'11% sulla cessione o vendita di immobili, come fanno tutte le altre società. E poi ci sono le 88 fondazioni bancarie, di cui 5 potentissime. Per statuto, prevedono che Comuni, Province e Regioni – cioè i partiti che le governano – possano  scegliere i loro capi per la parte pubblica. Attraverso di esse si controlla la finanza e si ha potere sulle aziende che hanno bisogno di credito.

 



GLI ITALIANI NON VOGLIONO FINANZIARLI
Con il referendum della primavera del 1993, gli italiani hanno duramente bocciato il finanziamento pubblico ai partiti, il 90% ha abrogato questi contributi. E che non ci stanno a foraggiare queste macchine mangiasoldi che hanno portato al collasso il Paese, lo chiarisce anche il flop del 4 per mille, tentato nel 1997: il centrosinistra puntò sulla via della possibilità per i contribuenti di destinare tale quota dell'imposta sui redditi ai partiti e movimenti politici. Le donazioni complessivamente non raggiunsero nemmeno i 12 miliardi di lire. Briciole in confronto alla media di 200 milioni di euro l'anno a legislatura che i partiti si sono assicurati con legge nel 1999. No problem: nel 1998 con una apposita leggina si sono comunque anticipati 110 miliardi di lire di presunti versamenti (mai fatti) del 4 per mille. Altra chiara prova che gli italiani non vogliono foraggiare la partitocrazia è il fiasco del 5 per mille alle fondazioni politiche: quelle di personaggi molto in vista come Massimo D'Alema, Giuliano Amato e Giuliano Urbani, Gianni Alemanno, Ugo La Malfa e Ferdinando Adornato, nel 2010 a stento hanno racimolato dalle dichiarazioni dei redditi degli italiani 48mila euro.

 



Se non pagano, la legge li tutela
Incassano tantissimo, spendono di più e spesso non pagano. Tanto, si sono fatti uno scudo legale tutto per sé: i creditori dei partiti e movimenti politici (partecipanti a elezioni per il Parlamento nazionale, europeo o per i Consigli regionali) possono esigere direttamente dagli amministratori dei partiti stessi il pagamento solo «qualora essi abbiano agito con dolo o colpa grave». Lo stabilisce il decreto n. 31 firmato il 22/2/2007 dal Ministro dell'Economia Padoa Schioppa (PD).

 



La casta nel gioco d’azzardo
Non gli bastava l'adrenalina della lotta politica. Si sono buttati su slot machine, roulettes e dintorni, a sinistra come a destra. Attraverso scatole cinesi, i Ds - regnante D’Alema - erano coinvolti nelle scommesse, essendo collegati alla società bolognese Bingo One, che ha come oggetto sociale attività commerciali, comprese le sale per il gioco del bingo, la gestione di autorizzazioni e licenze di scommesse, lotterie e concorsi pronostici a premi. E di scommesse si occupa una Srl dei Ds, compreso “il noleggio e la consegna in uso a terzi di apparecchiature elettroniche da intrattenimento”. Altre due società nel settore azzardo sono riconducibili all'orbita postcomunista: sono quelle messe su da due stretti amici di Massimo D'Alema, uno nominato presidente della tv della corrente dalemiana, RedTv (pagata al 75% con  finanziamenti pubblici, 4,1 milioni nel 2009). Del resto, proprio il governo guidato da D’ALema, nel 1999, introdusse le sale Bingo in Italia. Oltre 400 delle 1.300 licenze le prese proprio una di quelle due società ed altre andarono ad una terza società vicina ai diessini, dedita anche alle slot machine. Coincidenze. Il Bingo ha attratto anche i discepoli di Bossi: nel 2001 l'allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi, segretario amministrativo della Lega Nord, crea un'apposita società, con altri parlamentari leghisti. Finanziata dalla banca del partito, la fallimentare Credieuronord, chiuse. Altra scommessa infelice dei padanisti, nel 1998, è quella su due casinò in Croazia. Sperano così di fare i soldi per ripianare la montagna di debiti con le banche, per l'avventura del villaggio turistico “Histria Pola”, un investimento da 100 miliardi di lire tra Manuela Marrone, moglie di Bossi, il solito Balocchi, l'ex sottosegretario Stefano Stefani, l'ex vicepresidente del gruppo parlamentare della Lega Nord alla Camera Enrico Cavaliere: si indebitano fino al collo con le banche e pensano di risolvere aprendo un casinò nel villaggio. I moralizzatori nordisti, tornati al governo nel 2001, mollano i casinò. Del resto si trattava pur sempre di tavolo... verde. Il colore dei padani. Che rimasero al verde! La passione di certi postfascisti, invece, sono le macchinette mangiasoldi.  La gestione telematica del 23% dei videopoker in Italia, 87mila apparecchi per un incasso di quasi 9 miliardi di euro l'anno, è saldamente in mano ad una società basata in Inghilterra, che si serve di altre due società off-shore nei Caraibi. Suo presidente è stato per anni Amedeo Laboccetta, parlamentare di AN ora del PDL. Altri sono i collegamenti tra finiani e questa società, in una piccola lobby del gioco. Delle 121mila concessioni statali per i videopoker, nel 2004 ne hanno prese 29mila. è tutto limpido e sano. Quanto ci scommetti?                     


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