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Nuovi lavori vecchi valori

Il mondo del lavoro è cambiato. è ora che cambiamo anche noi

Mar 28 Feb 2012 | di Sabrina Protano | Attualità
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Ormai da tempo è sotto gli occhi di tutti: il mondo del lavoro è cambiato radicalmente. Negli ultimi anni sono diminuiti i contratti a tempo indeterminato, sono aumentate le libere professioni, sono cambiate le figure ricercate dalle aziende. E questo solo per citare i cambiamenti più evidenti. Trovare un lavoro in linea con gli studi effettuati e che garantisca sicurezza è ormai un’impresa impossibile: però è un dato di fatto ed è necessario prenderne atto e agire di conseguenza.

Tutto è cambiato
Secondo gli ultimi dati Istat la disoccupazione giovanile, quella che riguarda i ragazzi dai 15 ai 24 anni, lo scorso novembre ha toccato un tasso del 30,1%. In questa situazione, le scuole e gli atenei si stanno muovendo in direzioni nuove e le aziende stanno puntando su figure ben diverse da quelle di qualche anno fa. Secondo le previsioni sono almeno 3 i settori che nel prossimo futuro conosceranno un’importante crescita: l’assistenza sanitaria, gli ambiti scientifici e l’informatica, e molte aziende sono alla ricerca di figure professionali legate alla sostenibilità e all’ecologia. Anche  l’offerta formativa si sta adeguando: basti pensare che nell’anno accademico 2011/2012 sono stati attivati 193 corsi di laurea in 54 atenei sui temi della sostenibilità ambientale. I “vecchi” corsi di laurea sono ormai da tempo obsoleti. In tutto questo, ci sono vecchi mestieri sempre più richiesti dal mondo del lavoro: sono molte, infatti, le aziende che cercano falegnami, cuochi, panettieri e infermieri. Il problema è che proprio questi mestieri, i cosiddetti “posti in piedi” dove non si lavora a una scrivania, sono i più trascurati dai giovani italiani.

Conoscere la realtà ed affrontarla
Ma quale futuro lavorativo spetterà alle nuove generazioni? I giovani italiani sono pronti ad adeguarsi agli oggettivi cambiamenti che ormai sono divenuti una realtà concreta? Ed è proprio vero che le aziende nel nostro Paese non assumono? Noi di “Acqua&Sapone” lo abbiamo chiesto a Fabrizio Mirri, Direttore Marketing di Obiettivo Lavoro, agenzia che promuove l’occupazione.

Quali sono le scuole oggi più adatte ad introdurre i giovani nel mondo del lavoro?
«Diciamo subito che è risaputo che pressoché tutti gli istituti tecnici e professionali sono una strada di accesso immediato al lavoro e permettono un percorso di crescita più che dignitoso in ambito aziendale. I diplomi tecnici e professionali hanno il vantaggio che si segnalano da soli. Quando però analizziamo i dati che indicano come si componevano le intenzioni di assunzione da parte delle imprese nel 2011, ci imbattiamo in dati che sfidano il nostro senso comune: su cento assunzioni, ce ne sarebbero comunque almeno 24 per ragazzi che hanno terminato solamente la scuola dell’obbligo. Com’è possibile questo fatto? Noi ci siamo dati la risposta che segue: in Italia la “scuola” più importante per introdurre i giovani nel mercato del lavoro è ancora la vita (lavorativa, si intende). Lo dico perché il mercato del lavoro italiano premia innanzitutto l’esperienza, soprattutto se si realizza nell’ambito di una stessa azienda, perché diventa così fonte di conoscenze e competenze specifiche che non è possibile ottenere sui libri. E un perito esperto può guadagnare più di un ingegnere».

Che ci dice invece dei licei?
«Il liceo è un’entrata nel mondo del lavoro con la “rincorsa”. Anziché entrare subito in un’azienda e diventarne una risorsa specifica, con il liceo un ragazzo si prepara per una laurea. Ma questo è un investimento che non sempre ripaga il gap che si avrebbe, ad esempio, confrontandosi con l’amico che ha fatto il perito informatico (anziché l’ingegnere informatico). La laurea è un investimento che vale se si hanno le idee chiare fin dal principio. Quello che la laurea sicuramente può dare in più in termini lavorativi, rispetto ad un diploma, è il grado di libertà nel mercato del lavoro: l’esempio è lampante se si fa un confronto fra un ragioniere ed un laureato in economia e commercio. Devo dire però che quei periti tecnici che riescono a diventare, ad esempio, installatori di macchine o altri operai specializzati, possono aspirare a retribuzioni più alte di quelle di un ingegnere medio. Insomma, il confronto fra laurea e diploma riserva sempre delle sorprese».

A cosa serve una laurea al giorno d’oggi?
«Un Paese compete per capacità di innovazione e questa è maggiormente legata a percorsi universitari che non a percorsi scolastici più brevi. Ma è vero che, se non c’è spazio per la ricerca e l’innovazione, risulta più efficace il percorso tipico di un istituto tecnico. Ne consegue che un Paese è tanto più competitivo quanto più offre ai giovani laureati la possibilità di essere inseriti nel mondo del lavoro con reale coerenza professionale; ma questo in Italia avviene in misura assai ridotta. L’ingresso nel mondo del lavoro deve essere sempre anticipato, senza dimenticare che l’istruzione rende nel lungo periodo e soprattutto rende di più in termini di possibile scelta fra aziende: il diplomato sarà molto vincolato ad un’azienda, mentre il laureato si vedrà, ad esempio, riconoscere le competenze con più facilità nel passaggio da un’azienda all’altra».

Perché i giovani oggi non sono disposti a fare i lavori più umili?
«Il problema è che, dagli inizi del secolo scorso, esiste nel senso comune un’idea gerarchica della scuola: in basso l’istituto professionale per le classi poco abbienti, in alto il liceo classico per le classi dirigenti. Con la “generazione Mtv”, tutti vorrebbero lavorare nella comunicazione pubblicitaria, nella psicologia criminale o nell’alta finanza, ma nessuno vuole imparare a fare l’idraulico o il cuoco in un istituto professionale. Senza considerare che il cuoco guadagna spesso uno stipendio elevato, mentre credo che raramente sia così per il comunicatore, l’analista o il giovane avvocato».

Per trovare lavoro “giusto” funziona ancora iscriversi alle agenzie di collocamento?
«Le agenzie per il lavoro sono una buona opportunità. Quello che sconsiglio vivamente è di mandare curricula tipo “desert storm” a tutte le aziende: non è affatto una buona strategia. Bisogna innanzitutto immaginare come le nostre competenze possano risultare utili e presso quali aziende e poi far circolare i curricula in modo intelligente. Meglio muoversi con cautela e buon senso. In questa epoca dai contatti facili, la strategia migliore è quella del cercare e trovare il faccia a faccia al più presto con le persone che si intende contattare».

Un ultimo consiglio…
«Riscoprire il valore e la bellezza dei mestieri: se troppe persone cercano lavoro soltanto in base alle proprie aspirazioni e non in base alle richieste del mondo che è là fuori, si produce il fenomeno della persistente disoccupazione giovanile e della frustrazione. Perseguire le proprie aspirazioni è un obbligo morale verso se stessi, ma continuare a pensare che il lavoro che si svolge corrisponda ad una maggiore o minore dignità personale è un insano attentato alla propria autostima».                                 
 



LE RICHIESTE DELLE IMPRESE

DIPLOMI QUINQUENNALI
Tecnico generico    37%
Amministrativo commerciale    28%
Meccanico    10%
Turistico alberghiero    5%
Elettrotecnico    4%
Licei    2%

ISTITUTI PROFESSIONALI
Meccanico    20%
Socio-sanitario    16%
Edile    12%
Fonte: Unioncamere 2011

 



RISCOPRIRE E INVENTARE

Molti giovani, per fortuna, non si danno per vinti e riscoprono vecchi lavori: falegname, fabbro, sarto sono solo alcuni esempi di vecchi lavori che stanno tornando “in voga”. Tra l’altro, si tratta di mestieri artigianali molto richiesti, più di quanto si possa immaginare. Altri giovani, invece, si reinventano con lavori innovativi: si va, ad esempio, dal cake designer, che prepara dolci e pasticcini soprattutto a base di pasta di zucchero colorata (come quelli diffusi in America), all’allevatore di farfalle. Qualcuno si è inventato pure un lavoro davvero geniale: il consulente di immagine “domestico”. Consiste nel rivalutare, anche attraverso un solo incontro, il guardaroba di una persona senza farle acquistare nulla di nuovo, ma creando abbinamenti di colore e accostamenti di vestiti, modelli ed accessori già presenti nel suo armadio. Del resto, si sa: in tempi di crisi non si butta niente…
 


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