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Io il papā di Miami Vice

Michael Mann, il regista de “L’ultimo dei mohicani” e “Alė” produce il film della figlia

Mar 28 Feb 2012 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Ha l'età di mio padre, Michael Mann. E lo incontro con la figlia, che è poco più grande di me. è orgoglioso e severo. E mi rendo conto che è uno dei privilegi del mio lavoro spiare uno dei maestri della tensione cinematografica, della violenza sul grande schermo, mentre protegge sua figlia. Anche se solo da un giornalista che vuole parlare del suo, del loro “Texas Killing Fields” (lui è il produttore, Amy Canaan Mann la regista).

Sua figlia segue le sue orme. Che suggerimenti le ha dato?
«Non ho mai voluto dirle o insegnarle il mestiere. Come dirigere deve sceglierlo lei, come mettere la macchina da presa è affar suo. Se una lezione da parte mia c'è stata, credo sia nel come pensare il proprio lavoro, come essere regista e affrontare questo mestiere al di là della tecnica. Entrare nella filosofia, nel modo di vedere, nel sentirsi responsabile di tutto il progetto, di tutto il disegno del film. Bisogna sapere essere responsabili di ogni dettaglio, dal divano della scena di raccordo al trucco e parrucco, dalla comparsa al protagonista. Bisogna far capire agli attori nel dettaglio chi è il loro personaggio, dargli la vita. Per il resto lei deve decidere quello che ritiene giusto, lei deve vivere appieno la sua autorità. Peraltro la nostra è una famiglia di grandi lavoratori: lei già a 15 anni lavorava almeno 14 ore al giorno sul set di “Crime”, Rebecca ha recitato a 11 ne “L'ultimo dei Mohicani”, l'altra sorella, che è anche in questo film, fa la scenografa. Sono cresciute in questo ambiente, hanno sempre respirato cinema».

Sia sincero: la storia di questo serial killer poteva e voleva girarla lei!
«Sì e no. Diciamo intanto che il materiale che abbiamo studiato era unico, l'argomento era incredibile e nella sceneggiatura tutti gli aspetti insoliti di questa storia e il potere della verità riuscivano a travalicare il genere dei serial killer. E non è poco. Era un film duro da fare, perché le foto che vedete sono vere, parliamo di vittime reali. Così come la storia dei due poliziotti è particolarissima. Questi sono tutti elementi davvero interessanti, così come il fatto di avere tanti sospettati e un funzionario della polizia federale così rispettato e abile e che avesse vissuto quell'inferno nella nostra squadra di scrittura. Ma va detto che tendo a non ripetermi e io al riguardo avevo già girato “Manhunter”».

La narrazione di genere è ormai l'unico modo di raccontare la realtà?
«Sto sviluppando un film sul Medioevo, al periodo di Enrico V. E poi un film di fantascienza, uno di gangster e un thriller finanziario. Ma non credo che il genere sia l'unica strada per raccontare il mondo contemporaneo. Mi piace lavorare in quest'ambito, senza che diventi una gabbia. Mi piace stupire me stesso prima ancora che farlo con gli altri».

Da Dillinger di “Nemico pubblico” al film di sua figlia, la violenza è raccontata con realismo e garbo. Come fate?
«Qui sangue, violenza, non hanno senso. è già terribile quello che racconti e allora è più giusto mostrare, delle vittime, le foto, lo sguardo: gli occhi già raccontano tutto».

E del lavoro di sua figlia che ne pensa?
«Sono molto fiero di lei: non riesco a vedere le nostre somiglianze, piuttosto ciò che di originale e bello ha escogitato. Penso ai visi scelti e a certe scene, violente e tenere allo stesso tempo, che ha saputo girare. Trovo che nel suo essere madre abbia trovato la forza e l'angolo di visuale che a me mancano in certi momenti».

Questo è anche un film molto spirituale, grazie al suo protagonista. Nasce dalla vostra famiglia oltre che dalla storia?
«La religiosità, la fede, il cattolicesimo del protagonista sono reali. E mi affascina come Amy abbia saputo raccontare quest'uomo sempre diviso tra l'atrocità delle morti che indaga, il suo coinvolgimento emotivo e questa forte spiritualità. C'è una grande forza dentro al suo animo, non si ritira a vivere la sua fede come un asceta, ma la confronta sempre con il mondo. Non è ideologico, il suo è un cattolicesimo quotidiano. Si confronta con la vita e quel socio che è realmente così: duro, profano, volgare. In questo Amy ha fedelmente seguito la realtà».

Pensa che abbia giovato o penalizzato Amy il fatto di essere una figlia d'arte?
«Lei dice che è stato un vantaggio, soprattutto per il confronto costante che abbiamo avuto sul cinema. E mi ha fatto sentire utile come produttore: io in cambio ho fatto un passo indietro e non ho mai voluto condizionarla. Io penso che il cognome potrebbe averla penalizzata, al massimo. Nel nostro paese non conta di chi sei figlio, semmai di cosa tu sia padre, di quello che fai, non di cos'ha fatto la tua famiglia».

E lei come affronta il suo lavoro di regista?
«I cineasti devono lavorare contro il caos. Il mio antagonista è la confusione e io voglio sfidarla. In questo senso scelgo tutte le inquadrature e per qualche scena sono io stesso dietro alla macchina da presa. La precisione facilita la creazione di un rapporto intimo tra chi guarda e ciò che si mostra».

È dura avere intimità con i suoi protagonisti, così cupi e soli, vero?
«Dei protagonisti mi interessa mostrare la solitudine».

In alcuni casi lei tratta i criminali con comprensione, come successe con Dillinger, in “Nemico Pubblico”. Come mai?
«Saró provocatorio e ti faró io una domanda. Ti sembra più disonesto Dillinger o un banchiere dei nostri tempi?».             

 



Da Starsky a Miami Vice    
Nato negli Usa, si trasferisce in Inghilterra per frequentare la London's International Film School. Cura la sceneggiatura di alcuni episodi di “Starsky & Hutch”. Ha creato e prodotto “Miami Vice”. Ha diretto “La corsa di Jericho”, “Strade violente”, “Heat - La sfida”, “L'ultimo dei Mohicani”, “Insider - Dietro la verità”, “Alì”, “Collateral”, “Nemico pubblico”.                          


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