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Pierfrancesco Favino: siamo morali, ma mai moralisti

Favino dal multiforme ingegno

Mar 28 Feb 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Viso volitivo e sorriso sicuro, la voce allo stesso tempo confidenziale e stentorea, Pierfrancesco Favino è uno che non ha mai avuto paura di dire la sua, anche sul proprio paese, ma non vuole passare per un guru, “dico solo quello che penso”. Proprio come fa in questa intervista, in cui parla soprattutto di “ACAB”, in cui è il “celerino” Cobra: violento e controverso.

Cosa le ha fatto capire questo film?
«Come si sta dall’altra parte, quando bisogna fronteggiare qualcuno che ti assale e ti tira sassi: in quei casi l’aggressività che è in ognuno di noi esce fuori inevitabilmente. E lo dice uno che si è sempre professato pacifista. E lo sono ancora, ma ora molto più consapevole...».

Come ha preparato il personaggio?
«Incontrando un vero componente della Celere, del Reparto Mobile. Ricordo ancora che, prima di capirci, abbiamo dovuto assistere allo scontro dei nostri pregiudizi. Io pensavo di trovarmi di fronte il violento, il fascista. E lui vedeva in me il viziato progressista. Confrontandoci, ci siamo "sorpresi" e lì abbiamo trovato un terreno di confronto, pur rimanendo profondamente diversi. Lui ha capito che io non ero prevenuto e che, per il lavoro che faccio, devo farmi più domande di molti altri».

A livello fisico come ha costruito Cobra?
«Abbiamo fatto molti allenamenti di rugby, oltre ovviamente a praticare le tecniche di difesa e attacco del corpo a corpo. Molte formazioni di quello sport hanno a che fare con il formare una squadra, un gruppo come quello del film. Puoi essere moralista quanto vuoi, ma quando ci sei dentro capisci che alcune sensazioni nascono dentro di te e non puoi ignorarle, anche se non ti piacciono. Noi attori pure lavoriamo col corpo e i pregiudizi si scontrano con le sensazioni fisiche. Certe situazioni di tensione come quelle che vivono i cosiddetti celerini fanno salire l'aggressività naturale dell'uomo. Essere il libanese o fare il celerino, ovvio, mi cambia e allo stesso tempo io non sarò mai nessuno dei due. Tendi a non generalizzare più, dopo un'esperienza del genere. Questo film va oltre i facili moralismi, oltre la divisione ideologica tra bene e male e a mio avviso è proprio questa la sua forza».

“ACAB” è un grande film di genere. Ma anche un film molto politico.
«Le due cose possono essere unite, penso a “L'odio”, a “Tropa de Elite” e persino a “Romanzo Criminale”, anche perché l'immaginario di genere, quando un immigrato viene gambizzato a Roma, fa già parte della realtà. Sarebbe stato "fighetto" astrarsi dall'attualitá, soprattutto perché lo stesso libro di Carlo Bonini da cui é tratta l'opera di Sollima fa riferimento alla Diaz, a Sandri, a Raciti».

Ha interpretato molti personaggi diversi. Questo le ha creato qualche difficoltà in più?
«Questa domanda mi fa piacere e mi inquieta. Perché nessuno mi chiese se ritenevo disdicevole e difficile interpretare il Libanese, ma tutti siete sconvolti dal Cobra? Non dovrebbe essere il contrario? è meglio fare un criminale che mettere una divisa? Comunque sì, io per “ACAB” ho dormito male la notte, molte scene mi hanno messo alla prova».

Insomma aveva ragione Pasolini?
«Sì, anche se ora quel discorso è inattuale, non regge con la nuova conformazione delle classi sociali. Rimane vero che alcuni di loro vanno alla guerra per 1300-1400 euro al mese. Ovviamente non parlo dei casi limite come la Diaz, quelli sono atti criminali. Ma mi viene in mente una provocazione: se non capisco perché loro fanno questo, come faccio a comprendere chi va a combattere allo stadio, peraltro gratis?».

Ha parlato della Diaz? Dov'era il 20 luglio del 2001?
«Sul set del film di Luciano Ligabue. Ricordo lui, la troupe sconvolti in un bar a guardare le immagini. E la consapevolezza che quel giorno cambiava irrimediabilmente qualcosa, il nostro modo di vivere e vedere le cose. Provai lo stesso da piccolo, per la strage della stazione di Bologna e avrei provato un'emozione simile due mesi dopo, sul set di “Emma sono io”, per le Torri Gemelle».

Questo clima di odio raccontato nel film e specchio della nostra società nasce anche dalla cattiva politica? Nel film si fa riferimento alla campagna elettorale del sindaco Alemanno.
«La cattiva politica siamo noi. Non ci sono stati golpe, l'abbiamo eletta noi la classe dirigente attuale. Siamo noi quando pensiamo che le regole valgano per gli altri e mai per noi. E sì, un certo clima nasce anche dalla cattiva politica che cavalca la nostra parte peggiore e la sfrutta».
 
Ora uscirà “Romanzo di una strage”. Sarà “dall'altra parte”, quella della vittima Pinelli. Non dev'essere facile vestire panni tanto diversi e raccontare storie tanto complesse.
«Credo che anche il film di Marco Tullio Giordana abbia una visione “diversa”, in questo caso di un momento storico del nostro paese drammatico e controverso. Il punto è che nel nostro paese si cerca sempre una sorta di “ortodossia”, una visione unica e univoca di un fatto, di una categoria. E se si esce fuori da essa, si sbaglia “a prescindere”. E allora vorrei dire una cosa sulla presunta morale, che spesso si tira fuori in casi come questi, ma che in realtà, nella maggior parte dei casi, è solo moralismo. “ACAB” ha scatenato su internet dure reazioni presso chi si pone per forza di cose da un lato della barricata. Ma il nostro film è “morale” nel senso che ci racconta le cose come stanno. Non c'è nessuno che ti impone una verità, ti dice 'quelli sono brutti, quelli sono belli'. Quello è moralismo. È proprio la differenza fra queste due cose che consente la lettura di questo film. Stefano, ad esempio, ha fatto un lavoro egregio nel raccontare le cose come sono senza chiedere mai di prendere le parti di qualcuno».

E su Verdone che ci dice?
«Ho la fortuna che mi propongono molti ruoli diversi e io li accetto anche e soprattutto perché il pubblico ha il diritto di non vedere sempre la stessa cosa. Detto questo, mi piaceva l'idea di mettermi alla prova con una commedia vera e propria, sia pure con contenuti importanti anche se trattati col sorriso, quella precarietà che, in fondo e in maniera totalmente diversa, si vede anche ne “L'industriale”, in cui si racconta un Nord in crisi che credevamo ricco e tranquillo».           
 



Da spike lee a ron howard
Pierfrancesco Favino nasce il 24 agosto 1969, è sposato con l’attrice Anna Ferzetti e padre di due figli. Diplomato all'Accademia Silvio d'Amico, allievo di Orazio Costa e Luca Ronconi, esordisce al cinema nel 1995 con “Pugili” di Lino Capolicchio. Il successo però arrivò nel 2001, con “L'ultimo bacio” di Gabriele Muccino, in cui è Marco. Arriveranno poi “El Alamein” di Monteleone e “Da zero a dieci” di Luciano Ligabue: la sua stella è sempre più in ascesa grazie a una faccia “alla Volontè” e un talento poliedrico. La notorietà arriverà però nel 2005 interpretando il Libanese in “Romanzo Criminale” e anche grazie alla tv, a “Bartali e Ferrari”, al “Generale Della Rovere” e “Padre Pio”. Nel suo curriculum trovate tutti i più grandi: tra gli altri Spike Lee e Tornatore, Ozpetek e Placido, Lucio Pellegrini, Gianni Amelio e Ron Howard, che lo ha diretto in “Angeli e Demoni”.                              


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