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Sei tu

Iyie Ake ("Sei tu" in lingua Masaai) di Giacomo Fagiolini

Mer 29 Feb 2012 | di Alberico Cecchini | Sei tu
Foto di 9

Quando ho letto la bozza di questo libro, “Sei Tu”, ho sentito interiormente tutte le mie energie muoversi, partecipare, esultare. Perciò ho deciso di proporlo come libro “Acqua & Sapone” per il 2012, dopo il discreto successo di “Mama Kenya” nel 2011. Un’altra storia vera che, se l’avessi letta in adolescenza, avrebbe nutrito il leone denutrito che ero. Perché spesso i giovani sono leoni in gabbia che credono di essere pecore. Questo breve libro è di una forza rara, sarà un successo dal basso, nonostante in Italia sia oggi quasi impossibile emergere come nuovo autore. So già che milioni di giovani (o chi vorrà sentirsi ancora tale) lo leggeranno perché se lo scambieranno fra loro e su internet. Infatti questo libro non ha finalità economiche, ma di scuotere tutti a ritrovare la propria forza personale e la propria vita.


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GIACOMO FAGIOLINI
Giacomo Fagiolini nasce a Roma il 20/12/1988. Tornato da un viaggio missionario in Kenya con Italia Solidale, nel 2011 scrive di getto “Sei tu”, un breve ma intenso racconto della sua vita: come si era perso e come si è ritrovato. Vive tra Roma, l’Africa e Milano, impegnato come missionario laico tra i Masaai e i volontari donatori lombardi di Italia Solidale.


Grottaferrata, dal 21 dicembre 1988 fino a luglio del 1998

Volevo vivere.
Esigevo da ogni persona rispetto perché volevo avere esperienza di me e di me con gli altri.
Ricordo momenti meravigliosi in cui mio padre mi insegnava a giocare a calcio, in porta come lui. Eravamo contenti perché lui mi trasmetteva una sua esperienza di vita e a me non solo piaceva, ma riusciva pure bene. Ricordo con gioia tutte le volte che si metteva la tuta e mi portava a “ascoltare i tuoni e vedere i fulmini” quando era brutto tempo. Ricordo che anche mia madre voleva che mi divertissi, e mi portava a saltare alle giostre, amavo saltare e, quando papà non c’era e io volevo giocare a calcio, mi faceva lei “i tiri in porta”. Purtroppo, però, questi erano episodi troppo sporadici. Mio padre voleva davvero avere una fede: nel nostro giardino c’era una piccola statua della Madonna e tutte le sere ci riuniva per dire i vespri. Mi dispiace davvero dirlo, ma nonostante la sua totale buona fede, ricordo quelle serate come incubi. Mio padre in sostanza voleva una fede, ma aveva un mare di violenza dentro vissuta nel posto da dove veniva e dalla quale purtroppo si era dovuto difendere, così, spesso, non riusciva ad avere un rapporto con me e finiva per imporre le cose. Per esempio io volevo giocare a calcio, invece per lui avrei dovuto fare nuoto e tennis perché “mi faceva bene”. Una volta presi il coraggio di diglielo e lui divenne furibondo. Era molto volenteroso di vivere in fede e carità, ma realmente non aveva un’esperienza di questo, finiva per essere molto attaccato a noi e, quando qualcosa non gli andava, ripeteva sulla famiglia tutta la violenza che lui aveva subìto. Mia madre aveva appena cominciato a ritrovare la sua persona e la sua espressione, dopo che nessuno l’aveva mai valutata, ma purtroppo mio papà non riusciva a valutarla e rispettarla e lei non era abbastanza forte e indipendente da lui e dagli altri per farsi rispettare: questo ha comportato che in quel periodo mia madre non me la ricordo, non c’era, perché era completamente sottomessa a mio padre. Di conseguenza da piccolo ero molto solo e sofferente, il volto della gioia in quei giorni non me lo ricordo.

Voglio sottolineare che i miei genitori avevano tutta la volontà razionale di amarsi e amarmi, parlavano spesso dell’importanza della famiglia e di fare missione, ma realmente il loro inconscio soffriva e si proiettavano l’un l’altro le sofferenze facendosi male, e tutto ricadde su di me. Ecco perché, se non vediamo e risolviamo i condizionamenti inconsci, possiamo pregare quanto vogliamo, parlare quanto vogliamo, ma li butteremo sempre addosso agli altri specie ai nostri figli, senza rendercene conto. Questo perché scientificamente la persona umana è per il 90% inconscia e la mente è solo il 10% di noi. Non lo dico perché l’ho letto, ma me lo detta il mio dolore. Sono appena tornato da due mesi in Africa dove ho incontrato circa 1.350 famiglie. Non sapete quante volte ho sentito: «Mio marito dice che mi ama e ama i figli, ma poi quando gli chiedo una mano con il lavoro dice che sono affari miei e va a bere. Mi spacco la schiena tutti i giorni, tutto il giorno, e quando torna a casa pretende il suo cibo, altrimenti sono botte a me e ai bambini. Però poi parla dell’importanza che noi in famiglia ci amiamo». Senza risolvere il nostro inconscio non saremo mai liberi, mai saremo felici, mai ameremo, mai, nessuno di noi.

Il colmo poi era che la mia era una famiglia molto ricca per via di mio nonno materno che è uno dei più grossi costruttori di Roma, nonché una persona che stimo profondamente a livello personale ed umano. Nonno non mi ha mai fatto tanti discorsi, ma è sempre stato un esempio di onestà e carattere, serietà e rispetto. Ricordo le gite in cui passeggiavamo ore e ore, e lui mi spiegava la storia di Roma e dell’Italia: oggi amo la storia e l’arte grazie a quelle passeggiate. Ricordo il suo biglietto di auguri per i miei 18 anni, lo ricordo a memoria: “Diventi uomo. Affronta il mondo come merita, con rispetto e serietà, con il sostegno che vorrai da tuo nonno Cesare”. Il sostegno di cui parlava l’ho sempre avuto.
Però proprio quei soldi da lui sudati e guadagnati con onestà han fatto sì che mio padre non si dovesse più preoccupare di portare la pagnotta a casa, e quindi divenne sempre più appiccicoso, violento ed idealista. Io crebbi con una donna di servizio che mi faceva tutto e mi riempiva di panini; passai così giorni interi davanti alla tv a mangiare senza mai dovermi sudare nulla. Avevo tutto materialmente, ma le palle soffocavano e non venivano mai fuori né nella relazione né nell’aggressività.


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