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Ubriachi di minerale

Succhiano miliardi di litri e ce li rivendono. Ma allo Stato danno solo l’elemosina

Gio 21 Mag 2009 | di Francesco Buda | Acqua
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Quasi sempre le acque che sgorgano dal rubinetto di casa non hanno nulla da invidiare a quelle confezionate. Talvolta sono pure migliori. Ma siamo il popolo che beve più acqua imbottigliata in Europa, i primi al mondo fino al 2006.
Un esercito di virtuosi della pipì griffata. Ogni italiano ha consumato 196 litri  nel 2007. Nel 1980 il dato era di 47 litri pro capite.
Ci carichiamo come somari per portare a casa l’acqua. Anche se quella del rubinetto è buona, economica, controllata e non inquina. Un litro d’acqua confezionata mediamente costa mille volte di più. Forse sembra un lusso, ma ricorda tanto l’Africa, dove si percorrono – tanica in spalla - chilometri per rifornirsi del liquido vitale.
È l’altro volto della mercificazione del bene più essenziale e dell’accaparramento delle risorse idriche da parte di poche, colossali aziende. Complici ampi settori della politica e delle istituzioni. Da un lato stiamo subendo l’espropriazione degli acquedotti attraverso le privatizzazioni dei servizi idrici, dall’altro il business delle acque in bottiglia spreme le falde acquifere del Bel Paese per venderci a caro prezzo il nuovo “petrolio” che loro pagano pochi spiccioli alle comunità. 
A volte, per imbottigliare milioni di litri di acqua minerale, si lasciano gli abitanti del posto a secco. Come in Umbria, dove stanno pagando caro l’incessante emungimento industriale. Se ne parla poco o niente su Tg e carta stampata. Chi rinuncerebbe alle grosse somme per le martellanti pubblicità su tv, radio e giornali? Sarà che si tratta di imbottigliamento, ma c’è un tappo.

COLLETTIVITÀ A BOCCA ASCIUTTA
Il giro d’affari delle acque in bottiglia in Italia è enorme e crescente. Siamo passati dai 2.350 milioni di litri prodotti nel 1980 ai 12,4 miliardi di litri del 2007. In euro, solo nel 2007, fanno un volume d’affari di 2 miliardi e 250 milioni. 300 milioni in più dell’anno precedente. Il “padrone” delle falde e delle fonti sarebbe il demanio pubblico. Per prelevare acqua le aziende imbottigliatrici pagano canoni di concessione. Le concessioni sono in tutto 364. Dunque enti pubblici e cittadini partecipano agli utili del business? No. Il “padrone” - Stato, Regioni, Province, Comuni - resta a bocca asciutta. Il fiume di denaro confluisce pressoché esclusivamente nelle casse delle aziende, quasi tutte in mano a pochissime multinazionali. Infatti quei canoni concessori sono irrisori. Manca una legge nazionale e quanto devono pagare alla collettività i produttori per attingere il “petrolio” del futuro lo decidono le Regioni. Che si accontentano di elemosine.
«Si tratta di cifre ridicole, il canone corrisposto alle Regioni ad oggi è insufficiente a ricoprire anche solo le spese per la gestione amministrativa delle aree dove insistono le sorgenti o per la sorveglianza, senza considerare la spesa per smaltire le numerose bottiglie di plastica», sottolinea Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, che sul tema ha appena pubblicato un Rapporto insieme alla rivista Altreconomia.
Spesso i canoni neanche sono calcolati in base alla quantità di acqua prelevata o imbottigliata, ma solo sugli ettari di territorio su cui si trovano gli impianti. Accade così in Sardegna, Friuli, Liguria, Trentino, Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Puglia e Molise. In Marche, Lazio,  Umbria, Lombardia e Piemonte: fanno pagare sia in proporzione della superficie dell’area data in concessione, sia della quantità di acqua. Ma comunque si tratta di spiccioli.

ELEMOSINE PAGATE DALLE SOCIETÀ
«Il quadro che emerge somiglia molto ad una lotteria, dove però vincono sempre gli imbottigliatori», scrivono Legambiente e Altreconomia. I canoni vanno dagli 0,05 (sì: zero virgola zero cinque) millesimi di euro per ogni litro imbottigliato in Liguria, alla punta massima di tre millesimi di euro al litro nel Veneto. In Campania bastano 30 centesimi per attingere 1.000 litri, nel Lazio con due euro ti fanno imbottigliare la stessa quantità.
In Sicilia le ditte pagano un forfait se sfruttano meno di 5 miliardi di litri l’anno, con un meccanismo che fa sborsare di meno a chi preleva di più. Alla faccia della tutela delle risorse idriche da conservare per il futuro.
In Abruzzo si va a forfait qualunque sia la quantità prelevata (2.731 euro l’anno!), mentre in Molise addirittura non era previsto alcun canone fino al 2008: ora c’è ed ammonta ad un euro per ettaro l’anno...
La Puglia – dove le casse pubbliche certo non ridono e addirittura il Comune di Taranto è fallito – incassa appena 1.250 euro l’anno da ciascuna delle 16 società che imbottigliano acqua prelevata su un territorio di 1.211 ettari in concessione. Se gli si facesse pagare qualcosina in più, magari gli enti potrebbero mettere mano ai tubi dell’Acquedotto Pugliese, terzo in Europa per abitanti serviti, che ha il 47% di perdite (57% a Bari).
Se poi si usano bottiglie di vetro, quasi si azzerano i canoni in alcune zone: abbattimento del 50% in Toscana, nelle Marche e in Campania. Quest’ultima dimezza i canoni pure per l’acqua esportata all’estero e rinuncia a qualunque somma se le aziende utilizzano il vetro con vuoto a rendere. Nel Lazio lo “sconto” del 50% diventa del 70% se l’industria usa vetro col sistema del vuoto a rendere.

SOLDI CHE DOVREBBERO ANDARE UN PO’ A TUTTI
Nel 2006 è stato emanato il Documento di indirizzo che prevede nuovi costi minimi e massimi (comunque irrisori) delle concessioni sulle acque minerali e di sorgente. In molte regioni è ancora violato. Legambiente e Altreconomia chiedono di aumentare di qualche spicciolo i canoni, facendo pagare ai produttori almeno 2 euro e mezzo ogni mille litri di acqua prelevata: «Non sarebbe un salasso per le aziende – dicono –: si tratterebbe di 31 milioni di euro a fronte di un giro di affari di 2,25 miliardi di euro l’anno».
E non sarebbe una salassata per i consumatori, visto che il costo della “materia prima” acqua incide quasi per niente sul prezzo finale della bottiglia (massimo 0,6%). Porterebbe invece una sacrosanta partecipazione degli enti pubblici al gigantesco giro d’affari, da cui attingere somme dignitose per mantenere e migliorare le reti idriche colabrodo e spesso senza fogne e depuratori.
Le condotte italiane disperdono in media oltre il 35% dell’acqua, quasi ovunque.
L’Istat rileva che l’efficienza degli acquedotti è scesa del 2,9% dal 1999 al 2005, nonostante l’arrivo dei sapientoni delle privatizzazioni che hanno preso il controllo di moltissimi ambiti idrici italiani. Ma dall’inizio della loro conquista dell’Italia, pur rincarando le bollette, gli investimenti effettivamente realizzati per migliorare le reti sono stati meno della metà di quelli previsti (solo il 49%), come registra il Comitato per la Vigilanza sull’uso delle risorse idriche. Nella sfruttatissima Umbria, per intenderci, su un volume di affari complessivo stimabile intorno ai 250 milioni di euro solo nel 2006, i padroni delle 16 etichette di acque in bottiglia hanno pagato alla regione solo un milione e 430mila euro.  Non solo  gli enti pubblici non incassano, ma devono pure spendere soldi per raccolta e smaltimento delle bottiglie di plastica delle acque (oltre sei miliardi di pezzi solo nel 2007).

DOPPIO INGANNO

Ognuno ha i suoi gusti e sceglie di bere come crede, ma il popolo dei virtuosi della pipì griffata finisce per pagarla tre volte l’acqua: con la bolletta idrica, al supermercato quando la compra imbottigliata e con la bolletta dell’immondizia per smaltire le bottiglie.
Nei rari casi in cui l’acqua comunale è imbevibile o a singhiozzo,  andrebbero invece ridotte le tariffe, visto che ai cittadini – trasformati in clienti dai privatizzatori mercanti idrici – arriva un bene difettoso, scadente. Come accade ad Agrigento – l’acqua in casa arriva poche ore al mese, spesso sporca. O ai Castelli Romani, dove in certe zone l’acqua “potabile” ha troppo arsenico, talora è torbida e/o arriva male. Ma rispetto alla vicinissima Roma, dove invece è ottima, la fanno pagare mediamente il doppio con punte anche del 600% in più per alcune tipologie di utenza.
A gennaio 2008, l’Onu ha affidato il compito di delineare una politica mondiale dell’acqua al Patto mondiale dell’Acqua costituito dalle multinazionali dell’imbottigliamento, dell’alimentazione e dell’energia. Bottiglia o rubinetto, il grande patrimonio di sorgenti e reti costruito dai nonni e padri lo stiamo cedendo agli stranieri. Ai cittadini, rincari e servizi carenti; ai privatizzatori ingenti fondi pubblici e potere. Agli imbottigliatori acque quasi regalate. E ci ubriachiamo di minerale. Bevendo, forse, per dimenticare.


A SECCO PER IMBOTTIGLIARE
Come pompare l’oro blu nelle bottiglie e prosciugare gli acquedotti...

Spesso le regioni rilasciano le concessioni per prelevare acqua e imbottigliarla senza  prima studiare quanto si può attingere compatibilmente con le risorse idriche del luogo ed evitando di lasciare a secco chi ci vive.  A Nocera Umbra, il paese dell’acqua che fa fare tanta pipì, 240 famiglie le hanno dovute staccare dall’acquedotto del Rio Fergia ed allacciarle ad un altro bacino. Secondo uno studio dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) sarà lo stesso Fergia, che serve vari paesi in una zona già intensamente sfruttata, a dover alimentare le ulteriori richieste di imbottigliamento autorizzate. «In questo modo – spiegano gli esperti di Legambiente – si potrebbero creare ulteriori seri rischi di carenza idrica».
Come ricorda Paolo Rumiz, giornalista del quotidiano La Repubblica, «c’è una fabbrica di acque minerali in Alta Val di Taro (Emilia) che succhia dalle falde appeniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese restano senz’acqua nelle condutture pubbliche. “Non abbiate paura – dice il Sindaco – quando mancherà la nostra acqua, la fabbrica pomperà la sua nei nostri tubi”». Come ricorda Rumiz, il dossier di una multinazionale finlandese descrive così una regione del centro Italia: «Facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale, poche obiezioni ecologiche». Ecco fatto: l’acqua, dono per tutti, diventa di qualcuno che può aprire e chiudere il flusso.


PAGHI QUELLO CHE NON DANNO
La casta ci impone di pagare la depurazione anche se non c’è

La depurazione anche quando non viene fornita va pagata. Lo stabiliva la legge Galli di riforma del servizio idrico varata nel 1994. Poi ad ottobre scorso i giudici della Corte Costituzionale avevano cancellato l’ingiusta gabella appioppata attraverso le bollette dell’acqua. Ma ci ha pensato la “casta” a reintrodurre questa tassa sul nulla in soccorso dei furbetti del rubinetto. Il 26 febbraio il Parlamento – recependo un decreto del Governo - ha approvato in via definitiva la legge 13/09 che reintroduce questa sorta di “pizzo”. Viene così tolta ai cittadini la possibilità di chiedere i rimborsi dei soldi versati per il servizio fogne e depurazione non ricevuti. Ciò avrebbe messo in ginocchio i bilanci dei gestori idrici, tutti dediti solo ad incassare. Ma ora gli basterà far risultare che depuratori e fogne sono previsti sulla carta. Poi si vedrà. Un regalo alle società  incaricate di gestire l’acqua italiana, sempre più controllata da prepotenti multinazionali straniere.
Su 8.101 comuni italiani, nel 2007, “solo 4.567 presentano un servizio di fognatura con un grado di depurazione completo” si legge nell’Annuario degli indicatori ambientali Istat. Sempre l’Istituto nazionale di statistica, registra che al 2005 il 36% degli italiani non risultava allacciato alla rete fognaria. Cioè milioni di reflui non trattati finiscono nei corsi d’acqua e nel suolo con un costo ambientale elevato. Tanto che rischiamo sanzioni europee di 700 milioni di euro al giorno perché non si provvede a sanare e potenziare gli impianti.
Anche questo è il risultato dei mancati investimenti. Se ne sono realizzati solo il 49%, rileva un recente dossier del Comitato di vigilanza sull’uso delle risorse idriche.  Ma ora ridiventa “legale” un’ingiustizia palese, bocciata dai Magistrati costituzionali, custodi dei princìpi su cui si fonda la nostra Repubblica.  Ci trattano peggio che in Congo.


ACQUA ESPROPRIATA:  NON È PIÙ UN DIRITTO

Venti capi di Stato, 180 ministri dell’Ambiente, 30.000 persone ad Istanbul al V Forum mondiale dell’acqua non sono riusciti a riconoscere che l’acqua è un diritto fondamentale universale dell’umanità. Sedici Paesi hanno riconosciuto l’illegittimità del Forum tenutosi a marzo. Una mega-parata, al guinzaglio delle multinazionali che controllano nel mondo servizi idrici, rifiuti ed energia, per ribadire l’espropriazione del bene più importante, in atto anche in Italia. Tanti dibattiti ma il risultato è pessimo: l’acqua è un bisogno,  non un diritto. Un’assurdità. L’Onu indica in 50 litri di acqua al giorno il minimo indispensabile per ogni essere umano e, nel suo ultimo Rapporto sull’acqua, annuncia  che «oltre 5 miliardi di persone (il 67% della popolazione mondiale) nel 2030 non avrà accesso a strutture igienico-sanitarie decenti» e metà avrà gravi carenze d’acqua. Tremilanovecento bimbi muoiono ogni giorno per mancanza d’acqua e – come afferma Vincenzo Spadafora Presidente dell’Unicef Italia - «più di 125 milioni di bambini sotto i 5 anni vivono in famiglie senza accesso all’acqua potabile». Lo sviluppo e la salvaguardia delle risorse idriche – dice il Rapporto Onu - saranno un elemento chiave per garantire lo sviluppo economico e sociale e, probabilmente, la pace. Ma la pace è affidata a società private. Al World Economic Forum di Davos 2008, l’Onu ha dato il compito di progettare una politica idrica mondiale al Patto Mondiale dell’acqua costituito dalle multinazionali dell’imbottigliamento, dell’alimentazione e dell’energia. Quelle che si stanno prendendo l’acqua in Italia, a cominciare dalla Capitale.


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