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Elisa: cantavo in inglese per non farmi capire

La differenza con l’America, il Glocal Thinking, il film con Faenza, il senso di estraneità e quel terrore delle farfalle

Ven 06 Apr 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Il maglioncino alla sudamericana, un look “alternativo”, riflessioni che a volte sembrano eteree e subito diventano solide, determinate. Elisa Toffoli, in arte più semplicemente Elisa, è questo: una donna forte e sensibile, diversa dal cliché dell'artista, diversa come quella sua bellezza non banale e quella voce incredibile. Quella forza della natura che è riuscita persino a misurarsi con un totem come “Almeno tu nell'universo”. E a dir la verità ha conquistato anche noi la cantautrice, in questa chiacchierata alla Casa del Cinema di Roma, durante la proiezione di “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, il film americano di Roberto Faenza.

Lei e Roberto Faenza: due italiani in America. Ormai emigrare è l'unica via per lavorare?
«Non lo so, il punto è che trovo una gran differenza nel know how tra l'Italia e l'America. Da noi a livello tecnologico, con l'abbassamento dei costi e la maggiore agilità della distribuzione digitale, ci stiamo mettendo in pari: abbiamo più possibilità ora, facendo una cosa buona, di avere almeno i famosi 15 minuti di notorietà. Il punto è il metodo di lavoro, quello rimane più solido e migliore oltreoceano e poi lì si osa molto di più. A volte, davanti alla tv, faccio un gioco: parte un videoclip musicale e tolgo l'audio. Lo faccio per capire se è italiano o meno, solo dalle immagini. E ci prendo sempre, proprio perché osiamo troppo poco: c'è questo “nostro” grigio un po' ovunque, a partire dalla fotografia. Ed è veramente un peccato se pensiamo a come noi abbiamo saputo trattare l'immagine, al nostro incredibile, immenso patrimonio cinematografico. Secondo me questo è il simbolo della crisi, della latente depressione, soprattutto tra i giovani, del nostro paese. Quest'assenza di colore dice più di molti saggi o discussioni».

Elisa, però, sembra non conoscere crisi. Ora conquisterà l'America?
«Che esagerazione! Però è vero che questo film mi ha portato tanta fortuna, ho ottenuto un contratto con la storica etichetta discografica Decca che pubblicherà un mio album negli Stati Uniti, e non solo, da questo mese. Ci saranno alcune mie canzoni precedenti e altre che ho composto per il film e uscirà contemporaneamente all'arrivo nelle sale statunitensi della pellicola».

Com'è stata coinvolta in questo progetto cinematografico?
«In maniera molto naturale: ne ho parlato con il regista e il compositore e poi ho trovato subito interessante la storia, mi piace tanto il personaggio di James, è una sorta di giovane Holden moderno. Dovevo fare, all'inizio, una sola canzone: poi mi sono trovata benissimo con Andrea Guerra, è nata anche una bella amicizia e, mentre lo guardavo lavorare, affascinata, mi ha proposto di cantare altri temi del film. Gli ho detto subito di sì, perché mi piacevano tanto le sue melodie, scritte in una chiave un po' eterea, un po' celtica, toni e tonalità che sento molto miei, un mondo che amo molto. Alla fine ho cantato tanto di questa colonna sonora. è successo così, senza forzature, ed è stato molto bello».

Un'esperienza completamente diversa scrivere musica per il cinema, vero?
«Sicuramente è un percorso molto diverso. Per me, poi, forse anche di più. Senza la responsabilità di produrre e scrivere ma “solo” di cantare, ho sentito una leggerezza e una libertà a cui non ero abituata. Ci ho lavorato accuratamente, ma qui mi ero affidata soprattutto ad Andrea Guerra, ero uno strumento nelle mani di questa straordinaria mente musicale ed è stato bello e divertente».

E magari ora troverete fortuna fuori, visto che in Italia è sempre più difficile?
«è un paradosso questo. Io ho lavorato tanto anche negli Stati Uniti e ci ho pure vissuto. Amo molto quel paese, soprattutto la California, visto che adoro la natura e lì ci sono scorci meravigliosi. Ed è giusto viaggiare, perché ti apre, ti fa vedere come vivono gli altri, come vedono gli altri. Io sono andata lì che avevo 18 anni e ho potuto crescere con altri coetanei che venivano da tutto il mondo e grazie a questo ho imparato moltissimo. Allo stesso tempo ritengo molto importante anche l'essere rimasta a vivere nel mio paese natale, piccolissimo, provincia pura. Poter viaggiare tanto e tornare in una realtà come quella mi consente di avere una mente aperta a tutte le culture e contemporaneamente di essere profondamente legata alle mie radici. Una sorta di glocal thinking, il locale globale. Non scegli la metropoli, ma di tenerti saldo nelle tue origini guardando molto lontano. Questo è uno dei privilegi dell'essere artista, potersi permettere questa doppia dimensione».

Il suo consiglio quindi è: partite, ma tornate?
«Leggo continuamente belle notizie su grandi menti italiane che hanno successo in tutti i campi e ovunque. Certo, insieme a quella gioia provo il dolore di vederli apprezzati solo all'estero e non nel loro, nel nostro paese. Spero davvero che presto si colmi questo gap. Se penso a Morricone, mi viene una gran rabbia, ad esempio: lui, come altri, è stato incensato in Italia solo dopo avere raccolto allori e consensi negli Usa».

Ha detto che ama la natura. Ama anche le farfalle... di Sanremo?
«Allora, prima devo farti una confessione. Sono terrorizzata dalle farfalle e generalmente da tutto ciò che vola, aerei compresi. Venendo alla tua domanda (che si riferiva al famoso e impudico tatuaggio di Belèn di cui tanto si parlò a Sanremo), non ci sarebbe nulla di male a guardare una farfalla se si posasse su qualcosa di sostanzioso. Ma il problema è ciò su cui non si posa: un colosso come Sanremo dovrebbe trovare un metodo migliore e più vario per scegliere le canzoni, per diventare una vetrina reale e non surreale della musica italiana. Il festival per lungo tempo è stato comunque una cartina di tornasole che rappresentava nel bene e nel male una contemporaneità reale dello stato della nostra arte. Ora non lo è più, basta sentire la radio: prima le canzoni del festival invadevano ogni frequenza, ora se ne sentono pochissime».

Mi tolga una curiosità: lei si sente un po' come James, una mosca bianca?
«Sì, lo sento molto vicino nel suo non essere conforme a nulla e nessuno, nel suo sentirsi “fuori” da tutto. Se mi fossi sentita omologata, dubito che avrei fatto questo percorso artistico e umano. Ricordo quanto soffrivo da adolescente perché volevo essere come gli altri: ma non ci riuscivo e cantavo in inglese perché volevo che non mi capissero. Ma proprio la musica mi ha aiutata a combattere questo senso di estraneità».

Cosa vorrebbe dal futuro?
«La felicità per mia figlia e un destino migliore per il pianeta. Odio gli sprechi, gli alberghi con l'aria condizionata a palla, chi lascia i rubinetti aperti, chi non spegne le luci. è un fatto di rispetto, verso gli altri e verso la Terra».                                    

 



PIÙ DI 2MILIONI DI DISCHI
Elisa Toffoli, più conosciuta con il nome d'arte di Elisa, è nata a Trieste il 19 dicembre 1977, ma è originaria di Monfalcone. Cantautrice, polistrumentista e produttrice discografica italiana, è tra le poche a scrivere la quasi totalità dei propri testi in inglese. Ha cantato anche in spagnolo (nei brani “Háblame” e “Sentir Sin Embargo”), francese (“Pour Que l'Amour Me Quitte”) e curdo (il brano “Kuminist”, “Nostalgia”), oltre che in italiano (otto brani). Venne scoperta dal grande pubblico a 19 anni con l'album d'esordio “Pipes & Flowers”, ma la notorietà giunse grazie alla vittoriosa partecipazione al Festival di Sanremo 2001 con la canzone “Luce” (tramonti a nord est). Ha venduto circa due milioni e mezzo di dischi, in 14 anni di carriera. Ha una figlia, Emma Cecile, di due anni e mezzo.
 


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