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La Casta corrotta assalta la giustizia

Gian Carlo Caselli, l’erede di Falcone e Borsellino: ‘smettiamola di stare alla finestra’

Ven 06 Apr 2012 | di Francesco Buda | Interviste Esclusive
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«Rieccomi a sognare un Paese normale». Gian Carlo Caselli, il suo “sogno” lo ha testimoniato e continua a farlo. Terrorismo, mafie, stragi, ai vertici della magistratura, ma pure fra la gente, non nasconde la sua ribellione, con piemontese compostezza e fiera sobrietà. Non alza la voce, ma non la manda a dire. “Assalto alla Giustizia” è il titolo che ha dato al suo nuovo libro. Sviscera l'ultimo avvilente “ventennio” di partitocrazia molliccia e prepotente: leggi, leggine, emendamenti, cavilli e stratagemmi per sabotare i processi ai potenti, per neutralizzare l'attività dei magistrati e l'operatività concreta delle leggi e dei princìpi su cui si basa la casa di tutti gli italiani, la Costituzione, con l'informazione svilita a maggiordomo di chi comanda.

Ha mai avuto paura?
«No, paura no  – spiega il Procuratore Caselli ad Acqua & Sapone -, perché altrimenti non avrei scelto io volontariamente e spontaneamente e liberamente di lasciare Torino dove facevo il presidente della Corte d'Assise per andare a lavorare a Palermo dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio dopo la morte di Falcone e Borsellino, cercando di prendere coi miei limiti e le mie insufficienze il loro posto. Se avessi avuto paura, non mi sarei ficcato in questa situazione, l'ho fatto per senso del dovere, per spirito di responsabilità, ma senza paura, perché altrimenti la paura mi avrebbe bloccato; che non vuol dire che non fossi preoccupato ma era una preoccupazione equilibrata dalle misure di protezione molto rilevanti che lo Stato in questi 7 anni di vita a Palermo ha posto a mia tutela».

Lei lo sta dicendo con la sua vita agli italiani che si può reagire, ma cosa si può fare?
«Ci sono tanti giovani, forse non sono la maggioranza ma il numero cresce, che vivono il presente con radicalità, cioè con coraggio, senza compromessi, respingendo la seduzione dei messaggi televisivi troppo facili, cercando insieme, organizzandosi, di costruire una nuova comunità ripartendo dalla Costituzione. Giovani che hanno una certezza che il futuro non è un avvento che ci cade addosso, è un qualche cosa che costruiamo sin da oggi. Se ci impegniamo a farlo ci ritornerà domani, altrimenti se stiamo alla finestra, se siamo rilassati, rassegnati e ci lasciamo andare, deleghiamo a chi pensa soltanto a se stesso e non agli altri, non cambierà mai nulla».

Cos’è questo assalto che lei denuncia?
«Sono 20 anni che si sviluppa un attacco alla legge e alla giustizia, una progressiva delegittimazione della legalità e del controllo di legalità che ha finito per diffondersi un po' ovunque, trasversalmente. Per cui oggi quando la magistratura si occupa di malasanità, malaffare, deviazione del potere, mala-amministrazione, non c'è forza politica che non veda al suo interno pezzi magari consistenti che non resistano alla tentazione  di evocare, se non inventarsi, un contrasto tra giustizia e politica che non c'è. Perché il contrasto è invenzione della politica, che per sottrarsi al controllo di legalità parla di contrasto come se fossero fazioni in lotta fra loro, ciascuna con il suo interesse, mentre la magistratura fa soltanto il suo dovere. Semmai è la politica, una certa politica, che cerca di difendersi non tanto “nel” ma “dal” processo anche con l'assalto alla giustizia».

Nel suo libro parla della dittatura della maggioranza. Vede oggi questo rischio?
«Nell'assalto alla giustizia di cui parlo, Berlusconi naturalmente è un po' il protagonista principale del libro, ma il centrosinistra non è da meno, innanzitutto per la sua timidezza, fragilità dell'opporsi dialetticamente all'assalto portato dal centrodestra e addirittura una certa qual tendenza alla omologazione su temi e slogan del centrodestra. È un'attitudine contagiosa, persino Luciano Violante (ex magistrato, uomo di spicco del Pci, ora Pd, ndr) ha teorizzato che i magistrati dovrebbero essere sì “leoni”, ma tranquilli sotto il “trono” del potere politico. Vale a dire leoni coi poveracci e benevoli con chi può e conta. E poi il centrosinistra, quando è stato al governo, alcune cose avrebbe potuto farle e non le ha fatte, le leggi ad personam poteva cancellarle e non lo ha fatto: se qualcosa è cambiato su questo versante è perché è intervenuta la Corte Costituzionale. La dittatura della maggioranza è un altro concetto: alla nostra Costituzione fondata sul primato dei diritti uguali per tutti e sulla separazione dei tre poteri (legislativo, governo e giudiziario, ndr) nessuno dei quali è in posizione di supremazia rispetto agli altri, qualcuno vorrebbe sostituirne un'altra fondata non più sul primato dei diritti, ma sul primato della politica, della maggioranza politica del momento, riducendo l'effettività dei poteri di controllo, sociale e di legalità, intervenendo sulla autonomia e libertà dell'informazione, sull'autonomia e indipendenza della magistratura».

Omologazione anche al livello di società, di opinione pubblica, di persone?
«L'opinione pubblica più che omologata è frullata, perché a forza di ripetere, e ripetendo con i potentissimi mezzi radiotelevisivi che si hanno a disposizione, anche le falsità più clamorose, ripetute, ripetute, ripetute e ripetute alla fine perdono il loro carattere di cose false, ma entrano nel circuito e magari qualcuno, anzi tanti ci credono ancorché non siano per niente vere. Più che omologazione è proprio frullamento».

A proposito: riuscì poi a rassicurare sua madre che lei non era un poco di buono?
«Mia mamma allora era gravemente malata e vedeva molta tv, nei suoi occhi leggevo qualche dubbio a forza del bombardamento televisivo che presentava suo figlio e i magistrati in generale come farabutti, infami, felloni. La fatica di convincere mia madre che non ero proprio un farabutto, ma che ero una persona perbene la dice tutta sull'assalto che in questi anni in Italia la giustizia ha dovuto subire... spero che le cose che le ho spiegato abbiano cancellato il dubbio».

Come possono difendersi gli italiani da questo frullamento?
«Senza lasciarsi portare in braccio dalla televisione o da questo o quell'altro sistema informativo. Non basta che le cose siano ripetute a nastro, che siano condivise da uno schieramento molto vasto che difende i suoi interessi, perché siano vere. C'è da studiare, informarsi, organizzarsi, come cittadinanza, non essere passivi, non stare alla finestra, non pensare che gli altri possano risolvere i nostri problemi; la nostra classe politica sta dimostrando che pensano soprattutto a se stessi. Quindi, perché le cose cambino, dobbiamo darci dentro noi, rispettando naturalmente i canoni della democrazia senza abbandonarsi alla violenza come qualcuno di questi tempi appare piuttosto disposto a fare. Ad esempio, la violenza che si sta di nuovo manifestando pigliando come pretesto il problema NoTav: il movimento può avere tutte le ragioni di questo mondo, ma se consente manifestazioni di violenza ad esso estranee senza prendere le distanze decisamente, nettamente, chiaramente, si mette dalla parte del torto».

I partiti politici hanno ridotto il Paese in fondo alle classifiche mondiali in tutti i settori. Tutta colpa della cosiddetta casta o c'è un ruolo del popolo?
«Le responsabilità sono sicuramente da distribuire in varie componenti della nostra collettività, ma le responsabilità della classe politica sono grandissime, davvero imperdonabili. Se in Germania il ministro della difesa, potentissimo e pupillo della cancelliera Merkel, è costretto a dimettersi, con l'opinione pubblica che gli impone di farlo, soltanto perché quattro anni dopo viene scoperto che ha copiato parte della sua tesi di dottorato, ed è la fine definitiva della sua carriera politica, qui da noi questo, salvo rarissime eccezioni, non succede mai. Ma anzi, quando uno viene scoperto ad aver fatto cose ben peggiori, rimane inesorabilmente al suo posto. L'assalto alla giustizia continuerà, almeno finché continuerà la voglia di impunità».

Lei parla della tentazione tipicamente italiana in cui la giustizia è buona per gli altri, ma mai per sé.
«Certo, una giustizia á la carte, che va bene per gli altri, ma quando riguarda me non va più bene. Con un'immagine più rozza, ma magari più efficace: la giustizia è come un paio di ciabatte, che indosso quando mi conviene, ma quando non mi conviene la legalità e la giustizia allora le ciabatte le butto nella spazzatura: troppo comodo e soprattutto incivile».

Lei ha scritto con suo figlio Stefano il libro “Le due guerre: terrorismo e mafie”. Oggi c'è forse la guerra  della corruzione?
«La corruzione è un problema che si fa ogni volta più imponente, sessanta miliardi di euro l'anno che vengono dilapidati, cioè mille euro a testa: non è soltanto una brutta bestia per le violazioni di legge che comporta, ma è anche impoverimento della collettività. È a causa della corruzione che abbiamo ospedali poco funzionanti, trasporti pessimi, periferie urbane male illuminate, attrezzature per lo sport, soprattutto quello popolare, se non inesistenti molto molto deficitarie. Ma la corruzione è strettamente intrecciata con la mafia, creano l'una e l'altra una economia illegale e avvelenano l'economia pulita che è il problema dei problemi del nostro Paese».

E sul disegno di legge anticorruzione fermo alla Camera?
«Più che la nuova legge, che prima o poi credo si decideranno ad approvare, deve ancora essere ratificata la convenzione di Strasburgo firmata dall'Italia nel 1999: da allora ad oggi hanno governato tutti, gli uni e gli altri, eppure questa convenzione anticorruzione, a differenza di tutti gli altri Paesi europei che l'hanno ratificata introducendola così nel proprio ordinamento nazionale, noi la dobbiamo ancora ratificare. E questa è la gran voglia di lotta alla corruzione che abbiamo dimostrato dal '99 ad oggi. Eppure questa convenzione contiene delle disposizioni davvero importanti».

Solo questione di regole?
«Giustizia e legalità sono presentati di solito come sinonimi, ma sono cose diverse. La legge da sola non basta. Per la giustizia serve qualcos'altro: l'impegno di ciascuno e di tutti noi, insieme. Giustizia vuol dire anche solidarietà, crescita in diritti e in uguaglianza di ognuno, vuol dire Costituzione».                                
 



COSÌ LA CASTA LO ESCLUSE DALL’ANTIMAFIA
Nel Paese delle leggi ad personam per favorire qualcuno in particolare, ce n'è una contra personam. È quella che ha impedito, con chirurgica precisione, a Gian Carlo Caselli di concorrere per il posto di Procuratore Nazionale Antimafia. La norma fu presentata dal senatore Luigi Bobbio di Alleanza Nazionale e votata dal Parlamento nel 2005 nella cosiddetta riforma della giustizia. Praticamente, prevedeva il divieto di ricoprire incarichi direttivi a coloro ai quali mancavano meno di 4 anni per andare in pensione. Giusto il caso di Caselli, distintosi anche contro le mafie. La norma è stata bocciata dalla Corte Costituzionale.
 



MINIMUM PLACET
Il direttore di Acqua & Sapone, Alberico Cecchini, ha lanciato una proposta provocatoria, il minimum placet, o legge del consenso minimo: poter decidere di mandare tutti questi politicanti a casa in un sol colpo con la regola secondo cui, se vota meno del 50% degli elettori, le elezioni vanno ripetute con formazioni e candidati nuovi. Da cittadino, da elettore, da italiano come la vede Gian Carlo Caselli?
«Magari condivido, ma come magistrato non ho mai aderito a questo come ad altri appelli. Questa è una proposta provocatoria e la provocazione serve per porre un problema assolutamente indiscutibile, la condizione della classe politica deve essere profondamente rivista. Su questo non ci possono essere dubbi».


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