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Susanna Tamaro: cosa ci dice Madre Natura

Togliamo l’inutile, il dannoso. Gettiamo la zavorra che ci hanno scaricato sulle spalle

Ven 06 Apr 2012 | di Susanna Tamaro | Susanna Tamaro

L’arrivo della primavera, solitamente, viene vissuto in modo molto diverso da chi vive in città e chi sta in campagna. Per chi trascorre le proprie giornate rinchiuso tra i palazzi, l’allungarsi delle giornate e l’intiepidirsi dell’aria spesso si trasformano in nostalgia di una vita diversa e nell’attesa agognata del fine settimana, per poter fare una scappata fuori porta. Per chi, come me, vive in campagna e ha un pezzetto di terra, invece, l’irrompere della primavera significa soprattutto una marea di cose da fare. Bisogna, infatti, potare gli alberi da frutta, le viti, gli ulivi, le rose e le piante ornamentali, si deve preparare la terra dell’orto, concimarla, strappare le erbacce. Insomma, dalla mattina alla sera, si è impegnati a fare qualcosa e quando all’imbrunire finalmente si rientra in casa, si ha la sensazione di aver fatto appena la metà delle cose che richiedevano la nostra attenzione.
Su tutti questi impegni aleggia già una vaga stanchezza che, comunque, la primavera porta con sé e si pensa, con un certo rimpianto, alle corte giornate invernali e ai lunghi  pomeriggi trascorsi  quietamente accanto alla stufa, con una tazza di té in una mano e un libro nell’altra.
Pensavo a queste cose stamattina, osservando la pila di maglioni che, già da giorni, ho accumulato in guardaroba, con il proposito di metterli via. (Già, perché c’è anche questo da fare, in questo periodo -  l’eterna lotta contro quelle ingorde creature che sono le tarme. A chi avesse nell’orto una pianta di santolina, consiglio di mettere alcun rametti nel sacchetto con i capi di lana…).  Da quando le stagioni sono diventate così bizzarre, il cambio degli abiti degli armadi costituisce un terno al lotto. Metto via o non metto via? E se poi, a maggio, devo tirare fuori tutto un'altra volta?
Per gli abitanti delle città, le anomalie meteorologiche possono costituire al massimo un  argomento di conversazione, ma per chi sta in campagna - per chi è in contatto ogni giorno con la vita della terra - questi cambiamenti manifestano una natura ben più inquietante. Improvvisamente, niente più è al suo posto, niente più ha il suo tempo. A dicembre c’è un clima da aprile e, ad aprile, quello che avremmo dovuto avere a dicembre. Da diversi anni, non riesco più a mangiare  albicocche e susine del mio frutteto perché, al momento dell’allegagione - quando cioè il fiore si trasforma in frutto –, arriva, improvviso, un  vento siberiano e,  con le sue dita di ghiaccio, le spazza via tutte.
Quest’anno, fino a dopo Natale, ogni giorno sono uscita in giardino a raccogliere rose e altri fiori da mettere nei vasi. A  fine gennaio, le foglie dei tulipani e dei narcisi spuntavano già alte dalla terra, e a febbraio siamo stati tutti sepolti dalla neve. Due settimane da Polo Nord e poi, di colpo, ecco arrivare un mese di marzo che sembra maggio. A gennaio, con il tepore delle giornate, la maggior parte degli uccelli era già entrata nella stagione amorosa  e il mese dopo il gelo li ha sterminati. Anche per il mondo degli insetti queste variazioni sono destabilizzanti. Di api, nel tempo breve della neve, ne sono morte tantissime.
Osservando queste cose, si capisce che il discorso sul tempo non è una chiacchiera mondana, ma qualcosa che riguarda profondamente la realtà della nostra vita. Molti di voi avranno vissuto, come me, l’emergenza neve. Una mattina ci siamo alzati e abbiamo trovato il paesaggio imbiancato. Niente di strano, durante l’inverno accade diverse volte. Ma il giorno dopo nevicava ancora e quello seguente, ancora più forte. Nonostante gli spazzaneve andassero avanti e indietro a pieno ritmo, siamo rimasti bloccati a casa per giorni.
All’inizio, vedendo tutto quel bianco, abbiamo provato tutti una sorta di infantile felicità ma poi, piano piano, si è insinuata l’angoscia: “ma quando smette?”, ci chiedevamo. Il cielo sopra di noi era cupo, senza aperture e, alla neve, si è aggiunto anche un vento tagliente, capace di creare in pochi minuti degli invalicabili  cumuli di neve sulle strade appena ripulite. L’acqua si è ghiacciata nei tubi e le linee elettriche hanno cominciato a saltare. Tutta la nostra onnipotenza tecnologica fatta fuori in pochi giorni!
Ringraziando il Cielo, sono una persona sana e non temo le scomodità, così ho passato quelle due settimane insegnando alle bambine ad andare in slitta e portando, con le racchette da neve, del cibo agli animali del bosco affamati.
Il pomeriggio, seduta vicino alla stufa a legna, con il gatto sulle ginocchia, mi sono trovata a pensare che, più che una nevicata, quello era un neviluvio, cioè il segno di qualcosa che la natura voleva dirci. Dato che i segnali e i suggerimenti che ci ha sussurrato in questi ultimi decenni non li abbiamo presi in considerazione, ha deciso di fare le cose in grande. Se non capisci l’amichevole consiglio, te lo grido in faccia forte! Tzunami, uragani, terremoti, alluvioni, nevicate epocali sono il segno del nostro tempo. Il segno che la nostra arroganza, la nostra presunta onnipotenza hanno passato il limite.
La terra - questo meraviglioso giardino fiorito affidato alla nostra cura - è stata trasformata dalla nostra cecità in una discarica a cielo aperto, dominata dalla legge del più forte. Per questo, ogni tanto, Madre Terra ci dà una scrollatina, per ricordarci che la sua energia è straordinariamente più potente e più sapiente della nostra. Sta tentando, insomma, di riportarci al nostro ruolo.
Il primo passo da fare ce l’ha già suggerito con il silenzio ovattato della nevicata, con la quiete forzata di quei giorni. Bisogna cominciare a tornare dentro, verso noi stessi e questo cammino di conquista passa attraverso una luminosissima strada, quella della purificazione. Pulire gli occhi, pulire il cuore, pulire la mente. Togliere il troppo, l’inutile, il dannoso, gettare la zavorra che ci hanno scaricato sulle spalle e che, da troppo tempo, ci rende estranei a noi stessi.  
 


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