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Milena Canonero: “Quella sera a cena con Kubrick...”

La costumista italiana vincitrice di 3 premi Oscar

Ven 06 Apr 2012 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Uno stile impeccabile, una voce controllata mentre racconta e ricorda. Milena Canonero, tre Oscar e registi come Kubrick e Coppola nel curriculum, è una donna che sa attraversare il mondo e il cinema facendosi notare senza aver bisogno di esagerare. Per lei vale la regola della classe, del fascino e della competenza, della continua ricerca e della creatività. Abbiamo provato a esplorarla, partendo dalla sua ultima sfida: lei, costumista, che diventa produttrice in “Un giorno questo dolore ci sarà utile”, di Faenza.

Prima domanda: chi le piacerebbe vestire?
«Steve Jobs, il mio eroe. Sarebbe facilissimo lavorare a un film su di lui: indossava sempre le stesse cose ed era di un minimalismo pazzesco. Non a caso mi è piaciuto lavorare su “Carnage” di Polanski, con quattro attori e un costume ciascuno. Certo, ci devi pensare bene, ma, trovato l'abito, hai fatto quasi tutto. Mi ricordo “Arancia Meccanica”: il costume dei Drughi è tuttora, credo, il migliore che ho fatto, è ancora attuale. Anche lì, avuta l'idea, tutto è stato in discesa».

Come inizia Milena Canonero?
«Ho cominciato con Kubrick. Se intendi quando ho iniziato a fare la produttrice, posso dirti che ho seguito “Good morning, Babylon” dei Taviani e “Naked Tango” negli anni '80».

Fare i costumi significa fare buona parte del film?

«Il costume, come la scenografia, l'ambiente in cui ti trovi sono involucri fondamentali. Il vestito è la pelle del personaggio, quella che l'attore usa per diventare un altro. Devi saper essere attenta, non cedere alla tentazione di ascoltare i suggerimenti degli interpreti stessi, senza trascurare la collaborazione con tutti. E anche se regista e attori non ti impongono barriere, tu devi avere la consapevolezza di incidere con forza sul film: non sei una trovarobe, una shopping girl, sei una che vuole lasciare una traccia, che cerca la visione, il concept del regista e dell'attore. E la tua».

Chi fa i costumi è un po' un secondo regista?
«La parola costumista, forse, è un po' limitante, in alcuni casi è quasi un'altra regia. Anzi, più che registi siamo, lo diciamo all'inglese, dei production designer nel senso più ampio del termine. è una definizione nata con William Cameron Menzies che, in “Via col vento”, si occupò di scenografia e arredo, ma anche del technicolor e il design dei personaggi. Si trovò persino a dirigere delle scene del film. Ora nessuno fa questo, ma a mio parere il nostro titolo “costumista” finisce per essere semanticamente ridimensionato. Eppure, appunto, diamo una direzione precisa all'immagine, trucco e parrucco compresi, e spesso tra i credit troviamo il pomposo titolo di make-up artist e quello meno affascinante di costumista».

Andare dietro una macchina da presa è una tentazione che la solletica?
«Mi è capitato per due volte, ma l'impressione è che quei progetti, alla fine, non fossero adatti a me. Stanley Kubrick mi ha dato delle possibilità incredibili: in tre suoi film ho fatto la regia del doppiaggio ed è stato molto istruttivo, mi ha fatto capire il ruolo complesso di chi dirige un film. L'idea mi ha stuzzicato sempre, ma per una ragione o per l'altra non l'ho realizzata. Forse non è il mio destino. Detto questo, cerco sempre di entrare nella testa del regista, come costumista. Per “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, ho diretto con Loris Lai il video di Elisa “Love is Required”: un primo passo, no?».

Torniamo al passato. Londra, Kubrick. Come vi siete conosciuti?
«Studiavo a Londra e, tramite il mio boyfriend, conobbi Stanley. In una cena con la moglie e altri amici mi chiese a bruciapelo se volevo fare i costumi di “Arancia Meccanica”. Studiavo ancora, non sapevo neanche se avrei fatto il cinema. Per una donna non era facile entrare in quell'ambiente, ma io sono una che non si arrende mai. Allora imparai a cucire i costumi, a fare le cose più “pratiche”...».

Mi racconti qualcosa del suo lavoro su “Momenti di Gloria” e con i Coppola.
«Posso dire solo che con loro ho fatto film straordinari in cui mi sono divertita tanto. E con questi registi, da Hudson ai Coppola, ho avuto il dono più bello: la libertà. Si sono fidati, mi hanno ascoltato, abbiamo costruito insieme quella creazione. Penso a “Marie Antoinette”: l'idea delle Manolo Blahnik gliela suggerii io a Sofia e quello spunto portò il film verso la pop music e altri paradossi come le famose All Star Converse ai piedi di Kirsten Dunst. Ci venne in mente quasi all'ultimo momento, volevamo vedere se il pubblico se ne sarebbe accorto».

E ora, cosa sogna per il suo futuro?
«Inshallah, vediamo».

 




Milena Canonero
Milena Canonero, classe 1946, è forse la migliore costumista del mondo del cinema. Iniziò subito con il meglio, negli anni '70: Stanley Kubrick. Con lui e con la sua ossessione per la precisione si trovò benissimo: originalità, stile e accuratezza diverranno la sua cifra lavorativa. Il primo Oscar arriva sempre con questo cineasta: è “Barry Lindon” a permetterle di salire per la prima volta sul palco più ambito. A ritirare la statuetta ci andrà altre due volte, per “Momenti di Gloria” (1981) di Hugh Hudson e, 25 anni più tardi, per “Maria Antonietta” di Sofia Coppola, sanando così il mancato riconoscimento nel pur ottimo sodalizio con il padre Francis Ford (con cui farà “Cotton Club” e “Il Padrino parte III” per cui avrà due nomination, oltre a “Tucker-Un uomo e il suo sogno”). Sarà candidata al premio più ambito anche per “La mia Africa” e nel suo curriculum troviamo, tra gli altri, anche Louis Malle, Warren Beatty, Wes Anderson, Manoel De Oliveira, Soderbergh e Polanski.


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