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Taviani Bros.: come una rosa

I giovani orsi del cinema italiano: “Anche in carcere c'è umanità”

Ven 06 Apr 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 6

Cesare deve morire, lo hanno deciso i fratelli Taviani. E il cinema italiano deve rinascere, magari con un premio a due ragazzi di 80 e 82 anni. L'Orso d'Oro di Berlino, infatti, è andato a questi due fratelli per un documentario girato in carcere, su uno spettacolo shakespeariano (re)interpretato da detenuti, con la regia teatrale di Fabio Cavalli.

In bianco e nero e in digitale, siete la sorpresa della stagione, anche se siete arrivati in sala solo perché Nanni Moretti vi distribuisce. In Italia ormai non basta più neanche il primo premio a un festival internazionale?
«Nanni ha chiuso un arco della nostra amicizia, cominciato quando ha recitato in “Padre padrone” - spiega Paolo -. Ricordo quando ci portava i suoi film. Oggi questa parabola si chiude con lui che ci distribuisce. Ammetto che lo ha visto per ultimo, tutti gli altri hanno scartato il film. Lui, invece, ne è stato convinto da subito».

Come nasce il film?
«La scintilla nasce da uno spettacolo a Rebibbia (Il più grande carcere di Roma - ndr), consigliatoci dalla press agent e amica Daniela Bendoni. Arrivammo che un detenuto stava leggendo l'Inferno di Dante. Rimanemmo folgorati. Ricordo che lui disse “forse voi non potete capire Paolo e Francesca, noi sì. Possiamo capire perché siamo lontani dalle nostre donne, alcune non ci aspettano e altre lo fanno e forse è anche più doloroso”. Lesse Dante modificandolo come hanno fatto con Shakespeare i nostri attori. Ci emozionammo e i nostri film nascono sempre da un potente sconvolgimento emotivo».

Com'è stato il rapporto con i carcerati?
«Si è sùbito creata una grande complicità - racconta Vittorio -, la stessa che nasce quando, attraverso un'opera, si cerca una scheggia di verità: hanno recitato e sono rimasti allo stesso tempo loro stessi, c'era un rispecchiarsi così semplice e immediato in quei personaggi. Credo che questo avvenga perché il “Giulio Cesare” è una storia molto italiana e poi porta con sé grandi sentimenti che potrebbero, dalla congiura alla deposizione del capo troppo ambizioso, aver provato nella vita fuori. Tra loro c'è chi ha del talento, ma sono bravi soprattutto in una maniera diversa: quando recitano, portano la loro memoria drammatica di un passato difficile e colpevole vissuto con rimorso e di un presente che è un inferno... Io ringrazio  Sasà Striano (Il Bruto del film- ndr) come ho fatto con i più grandi attori con cui ho lavorato».

Come non pensare al perché sono in cacrere?
«Quando si fa un film si diventa amici - spiega Paolo -. è successo anche a noi con i detenuti e ricordo che una guardia, un secondino ci disse che anche a lui era capitato di provare sentimenti positivi nei loro confronti. Ma, mi disse, “io e i miei colleghi ci fermiamo perché ci imponiamo di pensare alle loro vittime” (i detenuti usati nel film, infatti, sono del reparto Alta Sicurezza - ndr). Sul set i nostri sentimenti erano contraddittori, tra emozioni immediate e riflessioni razionali. Attraverso Shakespeare peró riuscivamo a tirar fuori dei moti dell'animo che a mio parere li purificavano, avevano una tale forza dentro quelle parole che loro rivedevano, rivivevano il loro passato. Rimpiangevano quanto fatto. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che sono comunque esseri umani». «Mi ricordo che uno di questi attori mi disse - continua Vittorio -, mentre ci salutavamo, "vienimi a vedere quando recito, perché quando recito ho l'impressione di riuscire a perdonarmi"».

E l'emozione della vittoria?
«Quando ci hanno chiamato dicendoci di tornare, pensavamo di aver vinto il premio speciale della giuria, come Wajda qualche anno fa, alla carriera. Poi, la sera, diminuivano sempre di più gli orsetti sul tavolo, finchè siamo rimasti noi due e uno di loro. Qualche secondo prima dell'annuncio, ci rendemmo conto che sarebbe toccato a noi e salendo su quel palco abbiamo provato una grande emozione mista a sorpresa. E abbiamo pensato ai “nostri” detenuti: la gente pensi anche alle loro colpe orrende, ma, ripeto, rimangono uomini. La Palma d'oro negli anni '70 è stata diversa, anche rispetto alle reazioni per strada. è un momento particolare questo per l'Italia, forse di svolta. Di sicuro c'è un sogno di cambiamento».

Il cinema italiano è condizionato dallo strapotere della commedia?
«In Italia - continua Paolo - c'è sempre stato un cinema di commedia e uno di tragedia. In questo momento ci sono tanti talenti. Io non demonizzo la commedia, penso a Scola, Risi e Monicelli che erano contemporanei a Visconti e Antonioni. C'è sempre stata sia l'una che l'altra cosa. Quando il ministro dei Beni Culturali ci ha chiamato per congratularsi, gli abbiamo detto “dobbiamo fare qualcosa per il nostro cinema”. E lui “avete ragione, ma non ci sono soldi”. Il punto è che si possono prendere strade nuove come in Francia».

“Cesare deve morire” è stato un progetto o un fulmine a ciel sereno?
«Come tutti gli artisti - spiega Vittorio -, ogni giorno pensiamo a cosa raccontare. Noi facciamo i film sui nostri incubi notturni, se viviamo dei drammi nostri e poi diventano una domanda, una richiesta di risposta, allora da quell'humus nasce qualcosa di magico, uno spunto di racconto che vorresti esser narrato da te o da altri. A questo deve aggiungersi un'emozione imprevista, violenta. Per noi Bruto era la prima volta che veniva rappresentato. Prima di “Cesare deve morire”, lo ammetto, i progetti erano molto vaghi. La verità è che un autore deve essere come una rosa – lo diceva Pirandello -: aperta verso il cielo in attesa di essere fecondata. Devi avere questa pazienza, altrimenti meglio fare un altro lavoro».
«Machiavelli diceva - conclude Paolo -: per avere successo il 50% dipende da intelligenza e volontà e il restante 50% da fortuna e caso. Questa è la verità (sorride, citando, peraltro, una frase mutuata dal “De Bello Gallico” e rubata dal teorico toscano - ndr)».                
 



Taviani Bros              
Paolo (8 novembre 1931) e Vittorio Taviani (20 settembre 1929) nascono a San Miniato e, dopo un passato nel giornalismo, nel 1960 decidono di dedicarsi al cinema. Nel 1967 esordiscono con “I sovversivi”, mentre con Volonté nel '69 raggiungono il successo con “Sotto il segno dello scorpione”. Nel 1977 con “Padre Padrone” arriva la vittoria a Cannes, nel 1979 c'è l'esperimento neoralista “Il prato” e nel 1982 “La notte di San Lorenzo”. C'è ancora spazio per il film a episodi “Kaos”. Ora “Cesare deve morire”, Orso d'oro a Berlino.                                    


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