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Daniele Vicari: il regista di “Diaz”

Il film che racconta il G8 del 2001 a Genova quando, secondo Amnesty International, fu compiuta la più grave sospensione della democrazia

Gio 26 Apr 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Non è facile affrontare il proprio lavoro con onestà, senza compromettersi o senza autocensurarti per comodità. Ecco, se devo pensare a un grande pregio di Daniele Vicari è la limpidezza della sua anima. Ed è uno dei motivi per cui solo lui poteva raccontare “Diaz, don't clean this blood” (in sala da metà aprile) quella maledetta Genova 2001 dove il nostro Stato tradì una generazione e massacrò dei ragazzi inermi (ormai ci sono degli atti del tribunale e delle sentenze a confermarlo). Secondo Amnesty International la più grave sospensione della democrazia.  Solo lui poteva aprire, insieme a un gruppo molto motivato, una scuola pubblica e gratuita, la Volonté, nella periferia romana della Magliana. Qui ha provato a raccontarcele queste due avventure.

A Berlino, con il premio del pubblico, è iniziata l'avventura in sala di “Diaz”. Una bella soddisfazione. Ma com'è stato girarlo?
«è stato un film estremamente coinvolgente. Per quello che rappresentano i fatti di Genova, ma anche sotto il profilo strettamente cinematografico. E per me che, fin dal 2002, volevo fare un film su Edoardo Parodi, il miglior amico di Carlo Giuliani morto solo sei mesi dopo di lui, una vicenda che mi colpì moltissimo e che per me è un passaggio di vita e lavorativo. Questo film è un mondo complesso e difficile da dominare e ciò lo rende interessante: ho dovuto scegliere, prima che costruire. Abbiamo 140 attori, più di 8000 comparse, dovevi essere concentrato su quello che accadeva, su ciò che provavano gli attori stessi: senza il loro coinvolgimento sarebbe stato impossibile fare il film. Qui ci sono attori francesi, tedeschi, romeni: per loro ho preparato un promo di 12 minuti, montando scene di repertorio. Ho visto in loro l'incredulità, non sapevano né immaginavano. nche in Italia sono pochi a conoscere quei fatti realmente».

La verità deve essere denuncia, ha detto Haidi Giuliani. E memoria: è anche questo che l'ha mossa?
«Tutto è nato dopo la prima sentenza: abbiamo sentito l'esigenza di raccontare questa storia. Ricordo ancora le parole amareggiate di una ragazza tedesca che giurava che non avrebbe mai più messo piede in Italia. Volevamo raccontare questa tragedia civile dall'interno, non con i comunicati stampa di chi diceva che “sono stati arrestati 93 black block”. Per poi scoprire anni dopo, in un trafiletto, “che sono stati condannati gli agenti della scuola Diaz”. Non è facile mettere in relazione questi due fatti per un lettore comune, bisogna essere interessati».

Una realtà italiana che interessa molto anche all'estero. Come mai?
«I fatti di Genova sono un punto di svolta nella nostra storia recente. E a un certo punto l'Europa, non solo l'Italia, ha divorato i suoi figli. Non a caso chiudo il film con l'espulsione di giovani cittadini comunitari al Brennero. Si sono massacrati degli stranieri senza che i loro governi muovessero un dito. C'era un tacito accordo, si è colpita a morte una generazione attiva, che parlava di problemi ora messi in clamorosa evidenza dalle crisi economiche. Il fallimento della globalizzazione ora è un fatto. Quella protesta ebbe per qualità e quantità un livello altissimo: fu questo che portò a quella repressione così violenta, quel movimento, poi silenziato dall'11 settembre, faceva paura proprio per la forza e il valore che aveva il suo dibattito. Citando Silone, una democrazia veramente matura impara anche dal dissenso più radicale. Io aggiungo: se è immatura e ha paura, lo respinge e reagisce in maniera incontrollata».

Dov'era il 20 e il 21 luglio del 2001?
«Lavoravo al mio primo film (“Velocità massima”- ndr) e ricordo che tutti i miei amici erano lì. Ricordo un clima di guerra: esplosioni, incendi, carri armati, una gestione dell'ordine pubblico militare. Pur annunciato, nessuno si aspettava quel livello di scontro, violenza e repressione. Non funzionavano neanche i telefoni».

è dovuto emigrare per fare la Diaz. Un film troppo scomodo per l'Italia, viste anche le polemiche a cui ha dovuto far fronte?
«Conosco il mio paese e la sua capacità di autolimitarsi. Voglio essere libero nel raccontare questi eventi, solo così potrò accettare qualsiasi critica. Ho dei doveri morali nel narrarli, ma fino a un certo punto. Sono tranquillo, proprio perché non accetto alcuna mediazione, alcun meccanismo oscuro. Qui c'è il mio punto di vista, per quanto mi sono attenuto alla descrizione dei fatti venuta fuori dal processo e alla ricerca a tutto campo che abbiamo fatto durante la scrittura, con molte interviste a chi era lì in quei giorni. Voglio essere credibile, anche quando racconto la storia di un poliziotto. Non mi sento un emigrato però: siamo andati a Bucarest perché c'era Bobby Paunescu che con la sua Mandragora voleva produrci e mi sono sentito a casa. Certo, con attitudine tipicamente italiana nessuno ha detto né sì né no al progetto».

Cosa l'ha colpita della Genova riscoperta col suo film?
«Lo sguardo d'incredulità dei ragazzi della Diaz. In loro non c'era né rabbia né dolore, ma sorpresa. E questa incredulità è quella ho cercato di mettere nella narrazione. Raccontiamo qualcosa che non sarebbe dovuto accadere e che ancora oggi facciamo fatica a spiegarci completamente: l'accanimento sulle donne dentro la Diaz, per esempio, nasce dall'atteggiamento che l'uomo italiano ha verso il mondo femminile. E il problema è che tutto ciò può riaccadere: dalle istituzioni non sono arrivate mai parole chiare sulle responsabilità, non dico delle scuse. E questo pesa sulla coscienza collettiva. Ora spero che qualcosa cambierà».

Mentre finiva il film, ha affrontato una nuova impresa: la scuola provinciale d'arte cinematografica Gian Maria Volonté aperta a Roma di cui è direttore artistico.
«La scuola nasce da un gruppo di cineasti, una trentina di fondatori, che ha fatto un grande lavoro di ideazione: da adesso in poi funzionerà  con criteri istituzionali. L’idea nasce da una chiacchierata in libertà tra me, Valerio Mastandrea (presidente del comitato scientifico formato tra gli altri da Montaldo, Procacci, Germano), Antonio Medici e Massimiliano Smeriglio, non ancora assessore in Provincia e allora presidente dell’XI Municipio. Doveva nascere alla Garbatella, poi Smeriglio, investito del nuovo incarico, si è ricordato del progetto e Zingaretti l’ha subito sposato». 

Cos’ha di diverso questa struttura?
«Questa scuola è aperta a tutti nel territorio, è pubblica. Non ci sono delle rette enormi, come in quasi tutti i corsi di cinema in Italia e nel mondo, che costituiscono un inevitabile filtro in base al censo, ma varie selezioni di merito con cui siamo arrivati agli attuali 75 studenti. Uno dei motivi per cui il nostro cinema non si rinnova è proprio il fatto che le classi sociali più basse non danno il loro apporto culturale a questa arte...».

Perché Gian Maria Volonté?
«Volevamo una figura straordinaria per il suo spessore artistico e per il suo impegno politico e sociale, uno che travalicasse i confini del nostro paese e che allo stesso tempo ci rappresentasse fortemente». 

 


Premiato dal pubblico
Daniele Vicari nasce a Collegiove (Ri) nel 1967. Nel 1997, collabora con Guido Chiesa, Davide Ferrario, Antonio Leotti e Marco Simon Puccioni al documentario “Partigiani”, che racconta la lotta al nazismo e al fascismo della cittadina emiliana di Correggio (Reggio Emilia). Nel 2002 “Velocità massima”, partecipa alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e nel 2003 vince il David di Donatello come miglior regista esordiente. Nel 2007, con il documentario “Il mio paese”, riceve il David di Donatello per il miglior documentario di lungometraggio. Nel 2012, con il film “Diaz - Don't Clean Up This Blood” vince il Premio del pubblico al Festival di Berlino.


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