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Laura Morante: sono una vecchia zia

“Chi č insopportabile protegge qualcosa di prezioso”

Gio 26 Apr 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Non indovineresti mai la sua età anagrafica. Sarà per quegli occhi curiosi, penetranti, che hanno la determinazione delle donne speciali e la vivacità della bambina curiosa. Sarà per quella bellezza che sembra frutto di un incantesimo, così incline all'eleganza malinconica che, però, si illumina con uno dei suoi sorrisi. Laura Morante è una delle attrici migliori del cinema italiano e ora si è messa alla prova anche come regista, con “Ciliegine”, un melodramma sentimentale affettuoso e sorridente. Coprodotto con la Francia, ricorda un po' Woody Allen e un po' il cinema transalpino di qualche tempo fa. Proprio sotto la lente di questo esordio alla regia, cerchiamo la vera Laura.

Si è messa alla prova in un quadruplo ruolo: regista, cosceneggiatrice, coproduttrice e coprotagonista. Che avventura è stata?
«Da regista è andata bene, da produttrice meno, è stato faticoso e non facile. A dirla tutta è l'unico di questi quattro ruoli che non vorrei più ricoprire. Dietro la macchina da presa mi sono trovata a mio agio, anche perché avevo un gruppo d'attori straordinario per talento e umanità. Sono sempre stati solidali con me e tra loro e sempre col sorriso pronto. è stato molto più difficile autodirigermi, lo confesso, il riguardarmi non è stato facile, non mi piace molto. Ma l'ho superato. Il bello è che all'inizio io dovevo solo scriverlo “Ciliegine”: per ottenere i fondi del Ministero, però, serviva la coproduzione italiana e, quando è saltata la trattativa con una società del nostro paese, io e mio marito abbiamo deciso di salvare il film fondando una casa di produzione nostra. Come protagonista volevo Sandrine Kiberlain, ma serviva comunque un'attrice italiana per l'accordo tra i due paesi e, quindi, che parlasse in un francese fluente ne avevo proprio una sotto mano (sorride - ndr). Infine di fare la regia non era nelle mie intenzioni iniziali: è stato il produttore francese a insistere».

è stata dura, il film ha avuto una lunga gestazione. Come mai?
«Tanti piccoli ostacoli. Attendere sette anni come è successo a me non lo auguro a nessuno. E non era un film politico o in costume, era un'opera semplice ma che è stato davvero troppo complesso mettere in piedi. è stato preparato per ben tre volte, io sono salita in Francia in tre occasioni distinte per cominciare la lavorazione. E per altrettante volte è stato bloccato».

Non ricordo altri film che hanno subito un destino simile. E perché una commedia?
«Perché a dispetto di quello che si crede in Italia - dove sono conosciuta come attrice drammatica e, intendiamoci, non mi dispiace - io amo questo genere. Forse non per inclinazione artistica, ma di sicuro per inclinazione sentimentale sento più mia la commedia, la trovo più pudica. Il dramma mi pone qualche problema di carattere etico, mi sembra che la distanza tra il recitare e il fingere non sia abbastanza chiara, mentre nella commedia come nella tragedia si recita, non si finge. E per questo le amo profondamente».

Come mai il titolo “Ciliegine”?
«C'è una scena del film che ha ispirato il titolo. Arriva una fetta di torta con una ciliegina sopra, il compagno della mia Amanda la mangia distrattamente. Lei si sente mancata di rispetto, ingigantisce il valore del gesto. E litigano. Figùrati che m'è capitato, dopo averla scritta sul copione, di vederla uguale in un ristorante, nella realtà. Solo che il casus belli, in quel caso, era una castagna. Il punto è che è un gesto emblematico, è un simbolo».

Perché non è andata in nessun festival?
«La commedia purtroppo ha poco spazio nei festival, eppure è più difficile farla rispetto a molti altri generi. La snobbano spesso e sbagliano. Poi noi eravamo in anticipo o in ritardo rispetto a tutte le grandi rassegne internazionali. Da Venezia a Roma, era troppo presto o troppo tardi».

Lei ha scelto per sé una donna insopportabile, quasi androfoba. Come mai?
«Per capire il personaggio va compreso quanto sia romantica e sentimentale. Lo è tanto che rimane sempre delusa dal suo sogno costantemente spezzato. E le sue sono fantasie da quattordicenne, da qui nasce questa mia affettuosa parodia della commedia sentimentale. Lei combatte, senza scendere a compromessi, per i suoi sogni, perché siano quelli e basta. Il principe azzurro è una nostra proiezione, non esiste, i sogni non sono la realtà. Quest'ultima non la costruisci sul sogno - e ve lo dice una che al fantasticare, alle speranze dà un grande valore- magari la fai crescere su una parte di esso. E devi imparare a conviverci».

Non mi ha risposto: Amanda è una donna impossibile. E lei l'ha scelta per sé.
«Amo questi personaggi complicati, insopportabili, perché dietro chi ha un pessimo carattere spesso c'è qualcuno che protegge qualcosa di bello e fragile. Difendono qualcosa di prezioso davanti a cui mettono cancelli e casseforti e così spesso accade che l'accesso alle persone più interessanti è più arduo, sia anche il più duro. Forse le persone facili non sono le migliori. Io non mi arrendo di fronte a chi mi tiene a distanza, cerco di andare a vedere cosa nasconde».

C'è qualcosa di autobiografico nel film e nel personaggio?
«Posso rispondere come Flaubert: "Amanda c'est moi". Ma c'è dentro di lei chi conosco, ciò che ho visto, me stessa. Il punto è che sono sempre stata una vecchia zia che ama guardare le coppie che si baciano, sin da ragazza. Mi piace spiare l'amore. Una volta vidi due ragazzi che si stringevano, si coccolavano, sembravano esistere solo loro al mondo. Poi lei si allontanó e lui non aveva più nulla negli occhi. Ho pensato: e se lei si gira? Da qui è partita l'ispirazione».

Ispirazione che sembra venire da Woody Allen e dai suoi emuli francesi...
«No, onestamente gli spunti vengono da un'altra parte. Direi che in “Ciliegine” ci sono soprattutto i Peanuts. Io, in particolare, volevo Lucy, bambina meravigliosamente insopportabile. Schulz era sempre lì con me quando scrivevo e giravo, il punto è che protagonisti e comprimari sono tutti un po' bambini anche se all'anagrafe sono adulti. Non sono maturi e ragionevoli, sono un po' tutti disadattati, bimbi che provano a imparare a vivere». 

Qui c'è anche molto della sua vita, però. Ci sono i tre uomini più importanti della sua esistenza: come ha fatto a non impazzire?
«Nessun impazzimento, anzi, sono stata molto bene. Con Daniele Costantini, padre della mia figlia più grande, ho scritto la sceneggiatura, con Georges Claisse, padre della sorella più piccola, ho lavorato all'adattamento e gli ho anche fatto fare lo psicanalista del protagonista nel film. E con l'attuale, Francesco Giammatteo, ho diviso l'avventura della produzione. Forse è andato tutto bene, perché io sono insopportabile durante i rapporti, ma dopo rimango in buona con tutti. Io gli affetti veri li conservo impegnandomi con tutta me stessa, non ne ho molte di relazioni importanti, non le cerco. Ecco perché quelle poche per me contano per sempre. Sono tutte persone di valore. è importante per me averli vicino».

C'è una splendida coincidenza che lega il film alla sua vita personale.
«Sì. Una concordanza di tempi pazzesca. Sette anni ci ho messo a realizzare il film e sette anni ci sono voluti per adottare il piccolo Stepan, un bimbo russo. E pensa che ha compiuto gli anni il giorno dopo l'uscita del film. Sono molto felice di questa nuova maternità, è un regalo enorme».

E ora già pronta all'opera seconda?
«Avevamo cominciato, con Daniele, un altro film. Lo avevamo scritto prima di questo ed era un trattamento drammatico, noir: si chiamava “Falsa pista” ed era la storia di due donne. Anche lì una punta d'umorismo c'era, perché io e lui non riusciamo a farne a meno. Magari potrebbe essere la mia opera seconda, se non me la fanno durare altri sette anni. Cosa vorrei ci fosse nel mio futuro? Sono sincera vorrei ancora essere regista più che attrice». 

 


LA NIPOTE DI ELSA
Laura Morante nasce a Santa Fiora (Gr), il 21 agosto del 1965. Ha ben sette fratelli, è nipote di Elsa Morante- il padre Marcello, giornalista e scrittore, ne era il fratello minore- e ha esordito a teatro con Carmelo Bene. Una predestinata. La sua carriera cinematografica parte a inizio anni '80, con i fratelli Bertolucci (per Giuseppe fa “Oggetti smarriti”, per Bernardo “La tragedia di un uomo ridicolo” con Tognazzi), ma la fama arriva con Nanni Moretti: “Bianca”, “Sogni d'Oro” e nel 2001 “La Stanza del figlio”. Ma ha lavorato con tutti i più grandi: tra gli altri Salvatores, Avati, Placido, Amelio, Virzì, Faenza, Verdone, Castellitto, Cristina Comencini e Gabriele Muccino. All'estero passa per i set di mostri sacri come Mike Figgis, Alain Resnais e John Malkovich. 


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