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L’Italia che non vuole cambiare

Dai farmaci all'articolo 18 difendiamo chi ha già qualcosa, ma precludiamo il futuro a chi non ha nulla

Gio 26 Apr 2012 | di Armando Marino | Attualità

Lo “scandalo” della vendita dei farmaci on line? è proprio come l’articolo 18. Oppure come la liberalizzazione di taxi e farmacie. La questione è la seguente: in Rete sono liberamente accessibili da chiunque 40.000 farmacie on line, solo l’1% è in qualche modo legale. E metà vende farmaci contraffatti. Qual è la conclusione delle autorità sanitarie? Vade retro, immondo internet! E parte la promessa di controlli, sanzioni, una dura repressione, insomma. Avvertendo subito dopo però che “non è facile”, perché molti di questi siti sono all'estero. Tradotto: il commercio illegale non si fermerà.

Pochi però si provano a chiedere perché c’è un business così florido, nonostante i rischi siano evidenti, perché cioè tanta gente va a comprare farmaci sul web: i motivi sono vari, la maggior riservatezza, in alcuni casi il minor costo. Per altri la molla è la possibilità di reperire dagli Usa farmaci che da noi non sono disponibili. E perché lo sconto, la riservatezza e la libertà di scelta debbano essere demonizzati, resta un mistero. Perché il ministero non permette di aprire farmacie on line, e magari mette i link sul proprio sito, ma solo di coloro che accettano di mantenere uno standard qualitativo e di sicurezza corretto? In questo modo si potrebbero acquistare farmaci direttamente dai produttori. Di certo non ne sarebbero contenti i farmacisti. Ed è normale che la categoria difenda la propria fonte di reddito. Così come è normale che i taxisti vogliano proteggere la propria dalla concorrenza, facendosi garantire un numero chiuso dallo Stato, e i lavoratori dipendenti chiedano di mantenere blindato il proprio posto di lavoro con l'articolo 18. Ma tutto questo ha un costo, che si riversa innanzitutto sui consumatori. In Canada hanno annunciato il taglio di 19.000 statali, ma le tasse non saranno alzate e prevedono che così l'economia crescerà del 2 per cento. In Germania è fallita la Schlecker, una catena di parafarmacie, e si rischia di lasciare senza lavoro 11.000 persone. La società ha chiesto alle regioni, i laender, di mettersi insieme e intervenire per aiutare l'azienda a non chiudere. Il partito liberale ha posto il veto, perché “lo Stato non può abolire la concorrenza”. In nome di un principio, in 11.000 perderanno il lavoro. Ma in nome anche di un'economia più dinamica, che lascerà morire una società evidentemente non efficiente, ma permetterà ad altre di nascere e proliferare, creando nuovi posti di lavoro. Ostinandoci a difendere ogni impiego, per quanto improduttivo, e a proteggere ogni impresa dalla concorrenza, difendiamo chi ha già qualcosa, ma precludiamo il futuro a chi non ha nulla. Certo, quelli di Canada e Germania sono due esempi estremi, probabilmente esistono delle vie di mezzo meno drastiche. E non credo che l'articolo 18, i taxi e le farmacie, presi singolarmente, siano il vero problema dell'Italia. Ognuna è solo un piccolo pezzo del puzzle. Ma se tutti i pezzi si ostinano a restare immobili al loro posto, l'immagine complessiva come potrà mai cambiare?


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