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La lobby delle fondazioniLe fondazioni bancarie, centri di potere... in nome della beneficenzaGio 26 Apr 2012 | di Armando Marino | Soldi
L’ultimo blitz lo aveva tentato il 3 aprile Elio Lannutti, eterno avversario delle banche con la sua associazione di consumatori Adusbef e ora parlamentare dell'Italia dei valori. Ma niente da fare: in un tranquillo pomeriggio primaverile, lontano da riflettori e telecamere, la maggioranza trasversale centro-sinistra-destra che sostiene il governo Monti ha bocciato il suo emendamento volto a far pagare l'Imu alle fondazioni bancarie. Una bella provocazione per il partito di Di Pietro, che ovviamente ha fatto subito rimbalzare la notizia nelle redazioni dei giornali. Ma come? Dalla nuova implacabile tassa sulla casa non sono stati esentati nemmeno gli anziani che, risiedendo in ospizio, in realtà non usano più le proprie abitazioni, e invece sono state graziate le ricche fondazioni? Giuseppe Guzzetti, presidente di Cariplo, una della fondazioni più ricche, e di Acri, la lobby che raccoglie tutte le 88 fondazioni italiane, è sbottato dopo le polemiche seguite al regalo del Parlamento: «Non è vero che le fondazioni non pagano l'Imu, è un falso problema: il regime è identico a quello degli altri enti no profit». Che a dirla così un po' stramba suona: per la Fondazione Cariplo, patrimonio stimato in 7 miliardi di euro, vale lo stesso trattamento che per le dame di carità di San Vincenzo? Non proprio, in realtà: anche per i beni della Chiesa infatti c'è stata una pressante campagna stampa volta a chiedere il pagamento dell'Imu (allora Ici). La differenza è che per la Chiesa il governo Monti si è mosso, studiando un provvedimento: «La Chiesa dovrà pagare l'Ici sugli immobili commerciali», ha annunciato il premier mostrando di non farsi intimidire nemmeno di fronte al sacro soglio di San Pietro. Per le fondazioni bancarie invece ha fatto finta di niente. Un trattamento differenziato che stona a volume ancora più alto se si pensa a quanti membri del governo abbiano nel curriculum esperienze professionali legate alle banche: a partire dallo stesso presidente del Consiglio (già consulente di Goldman Sachs), per proseguire col ministro del Welfare Elsa Fornero (ex vice presidente del Consiglio di sorveglianza di Compagnia San Paolo). E poi i ministri Passera, Giarda e Profumo (che non va confuso col quasi omonimo, l'ex amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo: è l'ex rettore Francesco Profumo, ma anche lui è stato membro del Cda di Unicredit). Possibile dunque che le fondazioni oggi abbiano più peso della Chiesa, tanto da farsi esentare dall'Imu? Sul caso specifico, ci vorrà tempo per capire, perché le regole stesse della tassa sono in fase di definizione mentre scriviamo. Gli immobili che possono fregiarsi del magico titolo di “senza fini di lucro”, non dovrebbero pagare, sia quelli ecclesiastici che quelli delle fondazioni. Dunque, al di là delle regole elaborate in Parlamento, bisognerà vedere caso per caso quali immobili riusciranno a entrare nell'ambìto calderone dei no profit. Altrettanto certo è che di “profit” le fondazioni ne macinano eccome: i proventi totali degli 88 enti sono stati di 1,9 miliardi nel 2010. Di questo tesoro, una fetta da 1,3 miliardi è stata destinata a finanziare 27.000 progetti di varia natura sul territorio, anche se dire “dati in beneficenza”, come fa Guzzetti, è un po' approssimativo. Per capire meglio chi sono le fondazioni e quanto contano oggi in Italia (tanto) bisogna fare un salto all'indietro, nel 1990, anno in cui fu approvata la cosiddetta legge Amato-Carli che doveva privatizzare le Casse di Risparmio e le Banche del Monte, quel sistema di risparmio cooperativo, diffuso soprattutto nel centro-nord Italia, dandogli un assetto indipendente, ma ancorando i proventi delle ricche attività bancarie a un uso sociale, a favore del territorio. Perché per entrare in Europa non si poteva mantenere quel sistema bancario quasi tutto pubblico, ma nemmeno si voleva cedere tutto il controllo di tanta ricchezza al mercato. Così si sono creati degli enti autonomi, gestiti da cda nominati da vari enti locali, e vincolati a spendere gran parte degli introiti derivati dalle banche controllate in opere utili, da individuare in un elenco di campi ora allargato a 21 settori, dall'assistenza sociale alle infrastrutture. Un classico compromesso all'italiana, che ha dato vita a una continua lotta da parte dei partiti politici per imbrigliare la fonte di un così debordante potere economico. Perché è vero che con leggi successive si è imposto alla maggior parte delle fondazioni di mollare il controllo delle banche, ma è anche vero che quote significative degli istituti di credito restano nelle loro mani. E che gli uomini che le controllano hanno spesso stretti legami con la politica, siedono anche in consigli di amministrazione di aziende, insomma sono al centro di conflitti di interesse che rendono magmatico e rischioso il controllo di tanto denaro apparentemente privato, ma che ricade nell'orbita pubblica. Le fondazioni hanno tuttora un patrimonio stimato in 50 miliardi, concentrato prevalentemente al centro nord. Le cinque fondazioni che pesano di più, Cariplo (Lombardia), San Paolo e Crt (Piemonte), CariVerona (Veneto) e Monte dei Paschi di Siena (Toscana), controllano il 49% di questo tesoro (e sono azioniste di spicco delle tre principali banche italiane: Unicredit, Intesa e Mps). Ecco perché il ministro Tremonti, alleato con la Lega, ha tentato l'assalto più frontale al sistema delle fondazioni, aggiungendo ai campi in cui investire le opere pubbliche e cercando di vincolare la spesa delle fondazioni alle regioni di appartenenza. Due sentenze della Corte costituzionale hanno in parte fermato questo tentativo, ma Tremonti ha comunque fatto in modo che gli enti rilevassero il 30% dell'azionariato della Cassa depositi e prestiti, una specie di super banca pubblica che dovrebbe finanziare opere pubbliche e che a sua volta è azionista di Enel, Eni e Poste. Le fondazioni sono no profit? Anche, certo. Ma hanno anche le mani su una grande fetta della ricchezza del Paese. Ed ecco perché continuano da una parte a influenzare la politica, dall'altra a restare oggetto degli appetiti dei partiti. Un appetito trasversale, visto che la fondazione Mps è senz'altro legata al mondo della sinistra toscana e si parla dell'ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino (Pd), come prossimo dominus di Compagnia San Paolo. Già, perché non sono ancora state fissate regole nette per evitare “passaggi ravvicinati” dalla politica e conflitti di interesse. Scontentando tutti: chi vorrebbe che fosse solo il mercato a gestire tanta ricchezza e chi invece vorrebbe che fosse la mano pubblica a occuparsene. Ecco perché lo scivolone sull'Imu è certamente sgradevole. Ma non si avvicina nemmeno al cuore della vera battaglia per il controllo di questo discreto ma forte centro di potere italiano.
DOVE SONO E QUANTO HANNO Quota del patrimonio totale di 50,1 mld
LE FONDAZIONI PIÙ GRANDI Compagnia di San Paolo Fondazione Monte dei Paschi di Siena Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona (Cariverona) Fondazione Cassa di Risparmio di Torino |
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