acquaesapone Susanna Tamaro
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Non vuote parole, ma vera attenzione

I bambini sono felici quando sono ascoltati e si fanno le cose con loro

Gio 14 Giu 2012 | di Susanna Tamaro | Susanna Tamaro

Esiste qualcosa di più bello della luce del mese di giugno? Le giornate sono incredibilmente lunghe, sembra non vogliano mai cedere il passo alla notte e, anche quando il sole scompare, nella breve sospensione del crepuscolo, rimane nell’aria una sorta di ricordo dorato. I glicini, i lillà, i pallon di maggio sono già sfioriti; resistono le rose, i papaveri, i fiordalisi, le calendule. Presto ci sarà la transizione verso i fiori estivi - le nigelle, i delphinium, le zinnie -, poi, quando il sole si farà troppo forte, ruberà il colore ai fiori, la fertilità alla terra. L’agosto sarà soprattutto calura, insetti e qualche girasole gigante che spunterà dall’orto. Giugno, per chi vive in campagna, è anche uno dei mesi di maggior impegno, per questo le giornate durano così a lungo; malgrado ciò, quando arriva la sera, ci si accorge di aver fatto soltanto la metà delle cose previste.

Così, oltre ad essere il mese della luce, per me è anche quello dello sfinimento: ci sono giorni, infatti, in cui guardo il calendario e agogno disperatamente l’arrivo di settembre, con le sue prime piogge, gli insetti che smettono di riprodursi e tutta la forza della natura che comincia, con pacatezza, a ritirarsi.

Quest’anno, però, dato che le bambine che vivono con me sono abbastanza grandi, otto e dieci anni, ho deciso di reclutarle come mie assistenti. In verità, quando ho ventilato l’idea di aiutarmi a fare l’orto, non si sono dimostrate molto partecipi, forse perché non avevano ben chiaro in che cosa consistesse il loro contributo, ma non appena abbiamo iniziato, il loro entusiasmo è stato assoluto.

Scoprire com’era fatta una zucchina prima di essere tale, seminare le file di carote - subito ribattezzate ‘le pigrone’ perché, per spuntare dalla terra, ci impiegano più di venti giorni – accanto ai ravanelli che, al contrario, sono velocissimi e le insalate dai semi leggeri, di cui le formiche, purtroppo, sono molto ghiotte: ogni nuovo gesto era per loro una scoperta e una fonte inesauribile di domande. L’orto, infatti, è un microcosmo in cui si riflettono tutte le inquietudini del mondo. Insieme abbiamo osservato la grande varietà di semi e le loro differenze: quello del mais è come il popcorn, mentre quello della zucca si può mangiare anche con il sale; il seme di ravanello, invece, è bello tondo, come tutte le brassicacee: per fortuna, le formiche lo lasciano in pace, non lo amano; e com’è piccolo e leggero quello del pomodoro! Com’è possibile che si trasformi in quella meravigliosa palla rossa? Quando, poi, ho fatto notare che, tra le fragole dell’anno scorso, qualche fiore già si stava trasformando in frutto, la sorpresa è stata grande: il frutto nasce dal fiore? Certo, in teoria lo sapevano già, perché l’avevano studiato a scuola, ma una cosa è leggere una pagina e un’altra è toccare con le mani, vedere con gli occhi. Allora si sono illuminate. «Ah, già, è come la canzone!» e, così, insieme, con le palette in mano, abbiamo cominciato a cantare la canzone che sapevamo tutte: «Per fare l’albero ci vuole un seme, per fare un seme ci vuole un frutto, per fare un frutto ci vuole un fiore…».

Ci sono stati anche incontri ravvicinati non graditi che hanno suscitato gridolini di orrore: il lombrico, il ragno, la larva biancastra di un coleottero; soltanto le coccinelle, i porcellini di terra - gli oniscidi - sono stati accolti con immediata approvazione. Leggero sconcerto c’è stato poi davanti al letame: «Ma davvero alle piante piace mangiare quella cosa lì? Non sarebbe meglio un gelato?». Quando, poi, siamo arrivati alla scoperta delle forze che si contendono il mondo - da una parte le piante che vogliono crescere e dall’altra tutti coloro che vogliono impedirglielo – le formiche, gli insetti e gli arvicoli -, la partecipazione è stata massima. «Cosa possiamo fare per difenderle? Possiamo uccidere tutte le formiche, tutti gli afidi, tutti i topi?». «Uccidere non è mai una buona via», ho risposto loro. «Se anche riuscissimo a eliminarne un po’, in breve, ne nascerebbero altri, perché questa è la legge della natura». «E allora come facciamo?». «Possiamo fare una sola cosa: prenderci cura delle piante, fare in modo che diventino più forti; le piante forti non hanno paura dei nemici». «Come le persone?». «Sì, proprio come le persone«. La sera, sono andate a dormire stanche e felici, con tanti pensieri nuovi nella testa. Il giorno dopo, al ritorno da scuola, sono subito corse a vedere se, nella notte, era spuntato qualcosa. «è troppo presto“, ho detto loro, per tranquillizzarle, «coltivare vuol dire anche saper aspettare».

La nostra società è affetta da due grandi e gravi malattie: la perdita del senso del tempo e la proliferazione di parole vuote. Ho pensato questo qualche sera fa, leggendo un articolo in cui si parlava del vertiginoso aumento di problemi psichiatrici nell’età infantile; un’emergenza sulla quale viene steso un velo di silenzio, perché, se se ne parlasse, si dovrebbe metterne a fuoco le ragioni e ridiscutere dunque l’idea stessa di essere umano che così trionfalmente ci viene proposta-imposta dalla società contemporanea. L’uomo non è più, infatti, una creatura che vive immersa nella finitezza del tempo e che, in questa finitezza, deve trovare il suo senso, ma un essere onnipotente tendenzialmente votato a un destino di immortalità. La ciclicità delle stagioni non lo riguarda più, così come non sembrano riguardarlo le stagioni della sua vita. Ci sono nonni che trovano sconveniente venir definiti tali dai nipoti e che preferiscono venir chiamati con il nome di battesimo. Smarrito il rapporto con la natura, perduto anche quello con la religione che, attraverso i vari momenti liturgici, ci aiutava a differenziare i vari periodi dell’anno: viviamo sradicati in un tempo che pulsa unicamente nel binomio produzione/consumo. E questo tempo-non tempo è annegato, immerso, travolto da uno tsunami di chiacchiere che uccide ogni desiderio di riflessione, di pensiero, di raccoglimento. In molte case, purtroppo, la televisione è accesa dal mattino alla sera, per cui la prima cosa che il bambino impara, fin da piccolo, vedendo i genitori guardare sempre in quella direzione, è che quella scatola luminosa è il punto più importante della famiglia.

Molte volte, quando incontro dei bambini, mi rendo conto che, invece di parlare, urlano. Urlano, perché nessuno li ascolta. Alla televisione si aggiungono poi i videogiochi, la Wii, gli sms, Facebook, internet, Twitter. Mi rendo conto che questa è ormai la realtà del nostro tempo e dunque non si può, e non si deve, demonizzare, però bisogna capire che esistono delle priorità. Tutte queste forme di intrattenimento elettronico possono essere anche utili e divertenti, ma devono sempre mantenere il ruolo secondario, venire sempre dopo ciò che è davvero importante per la crescita di un essere umano. E che cos’è importante per la crescita? Il fondamento di ogni cosa è l’attenzione.

La maggior parte dei bambini contemporanei gridano perché sono cresciuti in un deserto rumorosissimo. I media li coprono di chiacchere, come del resto fanno anche i genitori. Mi capita spesso di vedere un padre o una madre spiegare in lungo e in largo un concetto astratto a un loro figlio che è ancora troppo piccolo per capire. Saturare i bambini di chiacchiere educative non serve a nulla e, probabilmente, fa anche danno. I bambini sono felici quando si fanno le cose con loro, non quando gli si parla: una passeggiata, un pomodoro piantato sul balcone, una domenica di pioggia passata a leggere e disegnare insieme, questo per loro è importante; un tempo di attenzione vera, senza schermi accesi, senza voci in sottofondo.

Per aiutare i bambini a crescere è necessario prima di tutto riuscire a vederli: con il nostro cuore, vedere il loro cuore, riconoscere le loro fragilità, le loro paure, insieme alle nostre fragilità, alle nostre paure. E poi bisogna saper essere d’esempio per loro. Solo l’esempio rende fondate le nostre parole. Non altro. La crescita dei disturbi psichiatrici infantili credo sia l’ultimo grido d’allarme lanciato dalla natura umana. Non si può vivere cancellando il tempo, non si può vivere con le parole trasformate in un rumore di fondo. I bambini non conoscono ipocrisie e ce lo dicono con la loro profonda, assoluta disperazione.


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