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Trappola usura

Pi di 3 milioni di famiglie italiane a rischio

Ven 15 Giu 2012 | di Alma Pentesilea | Soldi
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Sono 8 milioni e 272mila i poveri relativi in Italia. Mentre la povertà assoluta coinvolge il 5,2% della popolazione (XI Rapporto povertà ed esclusione sociale in Italia della Caritas).
Secondo l'Eurostat, le persone in caduta verso condizioni peggiori rappresentano il 25% della popolazione e il sovraindebitamento delle famiglie, a marzo 2012, è cresciuto del 219,9% rispetto allo stesso mese del 2011: dati allarmanti, necessaria premessa per comprendere le ragioni che portano sempre più persone a rivolgersi agli usurai per far fronte alle incombenze della vita quotidiana. Non a caso l'usura, nel mese di marzo 2012, è aumentata del 149,7%.
«In Italia nel 2012 sono a rischio d’usura 3.040.000 famiglie e 2.480.000 piccoli imprenditori – afferma Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it –. Il debito medio delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 43.100 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 63.700 euro». 
Tra le Regioni più colpite Campania, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia. Tra le meno investite dal fenomeno Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino Alto Adige.



ALTO INDICE DI RISCHIO AL SUD
• il 28,6% delle famiglie non ha un reddito mensile tale da consentirgli di arrivare alla fine del mese
• il 42,9% può sostenere economicamente le proprie esigenze di consumo solo utilizzando i propri risparmi
• il 23,3% e il 18,1% delle famiglie, rispettivamente, dichiarano difficoltà nel pagamento delle rate del mutuo e del canone di affitto

Un’analisi del valore dell’IRU (Indice Rischio Usura) evidenzia come la totalità delle province con un Indice di Rischio Usura classificato come “Alto” (Valore IRU 80-100) e     “Medio-Alto” (Valore IRU 60-80) appartengono al Mezzogiorno.



La storia di Fausto Bernardini
La crisi economica non fa che accrescere il ricorso agli usurai, non solo da parte degli imprenditori, ma anche dell’uomo comune. Gli usurati camminano tra noi, sono padri di famiglia, gente che negli anni si è anche tolta qualche sfizio, ma che ora non riesce più a far fronte all’aumentato costo della vita. Sono persone disperate, sole, vulnerabili, che tentano di nascondere la verità agli amici.
La storia di Fausto Bernardini è quella di un uomo che, per portare avanti l’associazione sportiva creata per i giovani, finisce in mano agli usurai, “amici di amici”.
 
Come è cominciata questa disavventura?
«Io sono di Settecamini e ho sempre operato nel mondo del sociale come catechista e come educatore. Ad un certo punto, un gruppo di ragazzi mi chiese di intercedere presso il parroco per fare attività sportiva nei campi della parrocchia: dal livello amatoriale, nel giro di 4 anni, siamo arrivati in ambito nazionale con risultati strabilianti! Noi eravamo sovvenzionati dagli sponsor. Poi, dalla parrocchia, fummo costretti ad uscire e allora andammo in un impianto per il quale pagavo 30mila euro l’anno. Uno scherzetto che, tra iscrizioni, struttura tecnica e medica, costava 100mila euro l’anno, pagati con gli sponsor e i miei risparmi. Ma nel 2006 gli sponsor ritardarono nel pagare: io avevo emesso degli assegni postdatati, ma erano in prossimità di scadenza e non li potevo fermare, per cui mi trovai costretto ad andare a coprire questi assegni del valore di 10mila euro circa. Mi rivolsi ad un commerciante della mia zona, che un paio di anni prima era stato nostro sponsor. Lui mi disse che non li aveva, ma che conosceva un amico che aveva un armadio pieno di soldi. In realtà lui stesso era usurato dalla persona che mi raccomandò… Ma capita spesso che gli usurai ti obblighino ad usurare».

Quali furono gli accordi?
«La percentuale di interesse era del 10% al mese. Come primo “prestito” mi diede 9mila euro. Ovviamente alla fine del mese non avevo i soldi da restituire. Gli sponsor ritardavano. Mi ritrovai quindi a rinnovare l’assegno. Da quel momento è stato un dramma, perché non ne sono uscito più. Mi mandarono in protesto. Da quel momento avevo le ali tagliate nel credito legale e sono entrato in questo tunnel dove quei 10mila euro sono diventati 300mila in un anno e mezzo. Ad un certo punto non avevo neanche più i soldi per mangiare e a loro chiedevo anche i soldi per far la spesa».

E la tua famiglia?
«Aveva visto che non si mangiava più e che non si comprava niente. Pensavano che dipendesse dai soldi messi nell’associazione sportiva. La verità l’hanno scoperta quando ho denunciato».

Quale potere esercita l’usuraio sulla sua vittima?
«Il meccanismo sul quale gioca l’usuraio è quello della dipendenza psicologica. Io facevo quello che dicevano loro. Mi chiamavano 5 volte al giorno: ho ricevuto 3mila chiamate in un anno e mezzo. La dipendenza era talmente forte che, nonostante il terrore che provavo ogni volta che suonava il cellulare, rispondevo subito perché li vedevo come gli unici in grado di aiutarmi. Quando li ho denunciati, avevo la sensazione di denunciare mio padre. Se non avessero minacciato la mia famiglia, mi sarei anche fatto spezzare le gambe…».

Sei un caso raro, considerato che solo il 9% di coloro che denunciano arriva a sentenza. Cosa è successo da quel momento?
«È cominciata una seconda vita: mi sono riappropriato di me stesso e della mia famiglia. Certo ho distrutto il mio patrimonio e le relazioni sociali e tuttora non sono una persona ben vista nel mio quartiere, perché la società “civile” vede l’usurato come il drogato: dicono “se l’è andato a cercare”, “è pericoloso”, “è un deficiente”. Ho un debito con le banche – senza considerare quello contratto con tante altre persone – tale che l’85% del mio stipendio va a loro. Ma va bene così: ho tarato la mia vita su questa nuova situazione. Poi ho conosciuto Sos Impresa, che mi ha aiutato. Oggi, all’interno dell’Associazione svolgo attività di volontariato, aiutando le vittime nel loro percorso di denuncia e reinserimento».



SOS IMPRESA
“Sos Impresa – spiega il Responsabile Ufficio Stampa Bianca La Rocca – nasce subito dopo la morte di Libero Grassi, ucciso dalla mafia nell’agosto del 1991 dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro una richiesta di pizzo. Nel febbraio 1992 nasce Sos Impresa, con il movimento di Tano Grasso, a capo dei commercianti di Capo d’Orlando. Sos segue la strada relativa a estorsione, usura e criminalità economica in genere. E le vittime che seguiamo non sono solo commercianti”. State facendo qualcosa per modificare la 108 del 7 marzo 1996? “Sono anni che parliamo di una riforma. La 108 era una buona legge di cui il Presidente di Sos Impresa, Lino Busà, è stato uno degli estensori. Però, ormai, mostra i segni del tempo. Chi commette reato diventa furbo. È sempre più difficile dimostrare il reato di usura, che, di fatto, oggi è depenalizzato, visto che arriva quasi sempre in prescrizione. L’iter per il risarcimento del danno è diventato farraginoso e lento. Antonio Anile, per esempio, aspetta da sette anni. E poi, chi non è imprenditore non può accedere al fondo. Infine, la 108 ha fallito sul campo della prevenzione, dal momento che il reato dilaga e le denunce diminuiscono ogni anno. D’altra parte la prevenzione non può limitarsi ad affiggere un manifesto con scritto “Non andare dagli usurai”, mentre intorno c’è il deserto. La recente riforma presentata dall’On. Centaro non è l’ottimale, ma è già un passo avanti. I tempi della politica, si sa, sono lentissimi”.



La storia di Antonio Anile
Un usurato è come un drogato e l’usuraio è la sua droga. E “drogato” è stato Antonio Anile, ex imprenditore di Reggio Calabria, da 4 anni volontario di Sos Impresa, responsabile per il Lazio di Rete per la Legalità.
 
Cominciamo dal tuo ruolo di imprenditore.
«La mia storia comincia a Reggio Calabria, in una terra disastrata perché legata in tutto e per tutto alla ‘Ndrangheta. Io lavoravo per una Azienda che aveva una struttura piramidale. Una Azienda con sede al Nord, per la quale io curavo tutto il Meridione. Ma la mia Azienda stava per chiudere. Un giorno mi chiama il mio capo, dicendo che, per salvarla, ognuno doveva mettere una cifra di circa 70 milioni di lire. Era il 1998. Dissi che i soldi non ce li avevo. In realtà guadagnavo bene. Ma quando si fanno lavori di rappresentanza, sai come funziona: macchine grosse, una bella casa, bei vestiti, ristoranti alla moda... E da parte non avevo nulla o quantomeno avevo poco rispetto a ciò che mi si chiedeva. Comunque, di fronte alla richiesta del mio capo di “investire” una cifra consistente, io radunai i miei collaboratori - alcuni di questi facevano parte della fascia bianca della Calabria (Locri, Africo) - e dissi che si chiudeva, perché, per andare avanti, era necessaria una raccolta di fondi, un’opa, di 70-80 milioni e che io non li avevo. Quindi, il rapporto era sciolto! Dopo aver detto queste parole, uno dei miei collaboratori più fidati, mi venne vicino dicendo che mi avrebbe fatto avere lui i soldi e che avrei dovuto pagare degli interessi per quella cifra. Interessi che si sarebbero raddoppiati in caso di mancato pagamento del primo mese».

Facciamo un esempio.
«Se non paghi il primo mese, il secondo raddoppi la prima rata e in più si aggiunge la seconda. Per esempio, se non paghi i 10milioni il primo mese, il secondo diventano 30milioni. Ovviamente è un meccanismo costruito ad hoc per incastrarti, perché loro sanno benissimo che non ce la farai a pagare quanto pattuito… E con questo “giochetto” sono arrivato ad essere sequestrato, picchiato, finché mi hanno costretto a firmare una polizza di 1miliardo e 250milioni di lire da restituire».

E la tua famiglia?
«Io non avevo detto niente a casa. L’usurato non parla. Ma tutto cambiò dopo che una persona andò a scuola, facendosi vedere da mio figlio, e dopo che arrivarono tre proiettili a casa. Allora capii che non potevo andare avanti così. Lì capii che ero in pericolo io, ma anche la mia famiglia. Perché per gli ’ndranghetisti una persona che non paga è una immagine negativa per "l’azienda”. Ad un certo punto per loro non è più un fatto di soldi, ma di onore. Per loro 100milioni non sono niente: li guadagnavano in un traffico di droga di 2 giorni!».

Quanto tempo sei andato avanti?
«Io pagai 42milioni e poi la Compagnia saltò. Nel frattempo per me cominciò uno stillicidio: mi chiamavano continuamente e avevo anche la loro “scorta” che mi seguiva ovunque. Sono stato sequestrato, picchiato con una spranga di ferro: qualcuno voleva uccidermi, qualcuno intimorirmi. La pressione che esercitavano era enorme. In realtà io sono vivo perché ho fatto credere di avere ancora soldi. Per 8 anni ho camminato con una busta di psicofarmaci addosso. E non mi ero mai drogato… Ogni giorno prendevo un cocktail di farmaci che mi permetteva di andare avanti. Ora che sono disintossicato, il cervello, da un punto di vista nervoso, comunque, sta male».

Cosa è successo poi?
«Denunciare vuol dire ripercorrere cosa ti è successo, ma poi ci vogliono i riscontri. Quindi ho dovuto rifrequentare quelle persone, mettendomi anche delle cimici addosso. Un inferno! Uno dei motivi per i quali poca gente denuncia è proprio questo. E poi non ci sono in tutte le città uffici preposti per questo tipo di denunce. Come non esiste uno sportello simile a quello di Sos Impresa. È tutto faticoso. Dopo l’ultima aggressione, Gratteri disse che dovevano arrestarli, altrimenti mi ammazzavano. Il giorno dopo l’arresto, uscì la notizia su tutti i giornali. E da quel momento è stato come se avessi avuto la peste suina. Passeggiavo per la via principale della mia città e a malapena mi salutavano. In realtà ne sono uscito perché ho avuto la voglia di vivere».



IN ITALIA 40MILA USURAI
Uno al minuto, 50 all’ora, 1300 al giorno: sono i reati consumati a danno delle imprese in Italia da parte della criminalità organizzata. Usura, racket, truffe, furti, rapine, contraffazioni, abusivismo, appalti, scommesse, pirateria: sono oltre un milione (1/5 degli attivi) gli imprenditori vittime di un qualche reato che fa muovere un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro con un utile che supera i 100 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti. Sono questi i dati che emergono dal XIII Rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalità sulle imprese”. Dal punto di vista delle attività illecite gli interessi della criminalità organizzata si spostano verso quei settori che producono utili a fronte di un basso rischio: in primis contraffazione e usura. Attività per le quali sono 190mila le imprese che tra il 2008 e il 2011 hanno chiuso in Italia. Il numero dei commercianti usurati è di non meno di 200mila unità, ma le posizioni debitorie vanno stimate in oltre 600mila unità. E gli usurai sono passati da 25mila a 40mila.     


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