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Mario Cipollini: “Bisogna saper perdere, per vincere”

Torna il re leone

Ven 15 Giu 2012 | di Boris Sollazzo | A&S SPORT
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La chioma bionda al vento, le braccia alzate: è questa l'immagine di SuperMario Cipollini che abbiamo scolpita nella memoria. Vent'anni di carriera, 42 tappe vinte al Giro d'Italia (recordman assoluto), 12 al Tour de France (quattro consecutive nell'edizione del 1999), un campionato del mondo gli sono valsi il soprannome di Re Leone. Ora torna a quelle Olimpiadi in cui non vinse (ad Atlanta, nel 1996) e in cui, a Torino (2006), fu portabandiera nella cerimonia di chiusura: sarà parte di quella supernazionale che la tv satellitare Sky schiererà a Londra 2012 per commentare i Giochi.

Olimpiadi: l'importante è partecipare?
«Senza dubbio, è un'esperienza unica a livello sportivo, insuperabile, non c'è nulla di simile nella vita di un atleta. L'intensità dell'allenamento e della preparazione personale e morale per arrivare al massimo in quel momento è qualcosa di inavvicinabile e difficile da raccontare. Ora sono dall'altra parte, fuori dalle transenne come diciamo noi in gergo, a raccontarla. Spero di essere in grado di trasferire a chi è a casa quell'intensità, quell'emozione, i dettagli che posso cogliere solo io, da ex ciclista, in un gruppo che si prepara in ogni suo componente a tentare l'impresa che vale una carriera».

E, a volte, però, per vincerle si va oltre, si bara. Soprattutto nel ciclismo.
«Credo che gli inglesi si stiano preparando, per combattere il doping, a qualcosa di straordinario. Purtroppo doping e antidoping sono due studi che si rincorrono continuamente, proprio come nel ciclismo. Uno è perennemente in fuga, l'altro è sempre costretto a rincorrere. Ecco perché, vista la raffinatezza tecnica con cui si evolve il primo, dobbiamo lavorare sulla filosofia dello sport, sull'educazione alla realtà e alla lealtà di chi vuole entrare nello sport. Fin dalle scuole dell'obbligo».

Che cos'è lo sport per Mario Cipollini?
«Lo sport è... incontri ed emozioni. Io ho iniziato a correre a 6 anni e ora ne ho 45: ancora oggi mi emoziono a vedere quelle due ruote, quel telaio. Non ho mai smesso di avere il desiderio di inforcare la bici, tanto che nel 2008, a 41 anni, sono persino tornato all'attività agonistica. Sapevo quanto potesse essere difficile vincere, ma per me l'importante era riprovare quelle sensazioni forti, quell'entusiasmo che solo lo sport ti può dare. Io mi trovo bene, in pace, solo quando sono sulla bicicletta, immerso nella natura e vivendo emozioni quotidiane sfidando me stesso prima ancora che gli altri. Se riusciamo a far capire ai ragazzi che la vera impresa è competere con se stessi, diventare migliori in tutti i sensi, prima ancora che sconfiggere gli avversari, sarà la nostra più grande vittoria. Solo così possiamo riuscire a far capire la grandezza e la bellezza di questo sport e la necessità di mantenerlo puro».

Qual è la gioia più grande e il dolore peggiore che ha provato sulle due ruote?
«Le emozioni atletiche sono tutte importanti, dalla mia prima vittoria al trionfo al Campionato del Mondo. Quando sei sulla strada non ti interessa se vincerai la maglia iridata o la tappa di un piccolo giro, in quel momento, mentre provi fatica e superi i tuoi limiti, tutto è importante allo stesso modo. Certo, i momenti più duri sono le sconfitte, ma allo stesso tempo anch'esse sono fondamentali perché sono costruttive, ti fanno crescere come atleta e come uomo. Se non sai perdere, non puoi essere un vero vincitore».



189 vittorie
Nato a Lucca nel 1967, professionista dal 1989, in carriera ha vinto un Campionato del mondo, una Milano-Sanremo, tre Gand-Wevelgem, quarantadue tappe al Giro d'Italia, dodici al Tour de France e tre alla Vuelta a España. Si è aggiudicato per tre volte la classifica a punti al Giro d'Italia. In totale ha racimolato 189 vittorie.


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