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Giuliana De Sio: Lottando contro la morte sono diventata più ricca

La vita e la carriera di un’attrice autentica e coraggiosa.

Gio 09 Ago 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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 Tutto cambia e tutti cambiamo, anche se non sempre in meglio. Ma le gioie e le prove dell’esistenza ci ricordano che la nostra parte migliore spinge continuamente per emergere, anche e soprattutto nelle situazioni più difficili. Ce lo testimonia Giuliana De Sio, donna profonda e attrice affascinante che, dopo anni di successi, ha dovuto affrontare la lotta più ardua: quella per la vita.

 
Giuliana, siamo contenti di vederti di nuovo in forma dopo il grave pericolo scampato a fine 2011.
«Fortunatamente mi sono salvata, anche se, dopo la trombosi alla gamba con la quale ho rischiato la vita, la mia esistenza è completamente cambiata: sarò costretta a curarmi per sempre con farmaci salvavita e ho dovuto abbandonare molte delle mie abituali attività. Oggi anche la professione è un po’ sullo sfondo dei miei interessi, ma spero di riprendere presto a lavorare a pieno ritmo, perché per me significa tornare a vivere. 
Ho dovuto prendermi cura di me, cosa che non avevo mai fatto: come succede a molti, ero immersa nella rimozione della mia mortalità e ho sempre vissuto come una ragazzina». 
Com’era la ragazzina Giuliana?  
«Della mia infanzia non ho un buon ricordo, perché fu noiosa e piena di solitudine. Mio padre era un avvocato, sempre impegnato, mentre mia mamma Elvira era una persona molto apprensiva. Quando si separarono, avevo tredici anni: fu un brutto colpo».
 
Hai sofferto molto per la separazione dei tuoi genitori?
«Sì e soffro anche nel pensare che il divorzio è diventato quasi una normalità. Però l’importante non è se i genitori si separano o se restano insieme: conta soprattutto la loro qualità e maturità personale. I miei, purtroppo, non erano in grado di rappresentare un riferimento per me». 
 
Quanto ti hanno influenzato le tue vicende familiari ? 
«Naturalmente hanno influito molto su di me, ma questa sofferenza è stata anche utile perché mi ha spinto a cercare al più presto la mia strada. Appena compiuto diciotto anni, sono andata via di casa: avevo capito che non potevo restare avvinghiata a quell’ambiente così negativo. Questa è stata la mia salvezza, perché mi sono salvata dal nulla; anche se il nulla ce lo portiamo dentro. Fortunatamente, nonostante molte prove, la mia anima è sempre rimasta viva: credo che questo emerga anche dal modo in cui ho sempre lavorato».
 
Era la metà dei turbolenti anni ’70 e una giovanissima e ribelle ragazza salernitana va via di casa. Cosa successe? 
«In quel periodo era normale andare a vivere in casa di persone appena conosciute: mi innamorai di un ragazzo e andai a vivere in una comunità hippy siciliana. Mi trovai malissimo e, dopo quasi un anno di presunto amore libero e lunghissimi pianti, scappai a Roma».
 
Come nacque la Giuliana attrice?
«Con la mia famiglia vivevamo in un palazzo che al piano terra aveva un cinema: andavo da sola a vedere tutti i film e per anni quello fu il mio unico svago che ha probabilmente lasciato un segno dentro di me. Quando arrivai a Roma incontrai Alessandro Haber con il quale ebbi una relazione che durò circa due anni, anche se era molto più grande di me. Fu lui ad insistere per farmi fare dei provini: da lì iniziò tutto».
Come affrontasti il tuo improvviso successo?
«Il successo è una cosa bruttissima, che dà alla testa: ho visto tante persone distrutte dalla popolarità e molti famosi artisti che hanno smarrito la loro umanità. Ero giovanissima quando arrivarono le prime copertine con la mia foto: infantilmente, fu molto facile pensare che tutto quell’interesse su di me fosse dovuto. Poi la vita mi ha insegnato tante cose, incluso che tutto deve essere conquistato con molto impegno. Mi ritrovai improvvisamente famosa, ma compresi che avevo bisogno di essere aiutata per rimanere con i piedi per terra: con i primi soldi guadagnati mi pagai delle sedute con lo psicanalista che ho sempre continuato».
 
In quegli anni occuparsi della propria psiche non era ancora così usuale.
«Effettivamente era percepita come una cosa strana ed io, con grande ingenuità, fui la prima attrice italiana a dichiarare pubblicamente una scelta del genere. Ricordo che i giornalisti facevano delle facce stranissime quando ne parlavo e volevano sapere che malattia avessi. Purtroppo ingigantirono tutto, facendomi molto male ed appiccicandomi addosso l’etichetta di persona distorta e complicata. In realtà, scelsi di prendermi cura della mia psiche per migliorare me stessa e trovare un ascolto che non avevo mai avuto. Oggi, in certi ambienti, andare dallo psicologo è diventato quasi una moda; però dobbiamo essere consapevoli che tutti abbiamo delle voragini che dobbiamo riempire».
 
Quando arrivò la tua definitiva consacrazione professionale?
«Il 1983 fu l’anno in cui, grazie a tre importanti film, ottenni molti riconoscimenti, ma al quale sono legati anche molti tristi ricordi. Durante le riprese di “Scusate il ritardo” morì all’età di cinquantadue anni Elio Petri, il regista con il quale vivevo. Successivamente, ho sofferto molto anche per le sorti di Massimo Troisi e Francesco Nuti, due grandi amici che condivisero con me i successi di quell’anno». 
 
Cosa pensi della fiction e del cinema italiani?
«Abbiamo pochi attori veramente validi e purtroppo sono utilizzati sempre gli stessi volti da un’industria che è rimasta piccola. Ultimamente ho partecipato a diverse fiction e il livello medio di quelle che vanno in onda è piuttosto basso; mi piacerebbe far parte del cast delle poche che si salvano, perché è difficile recitare bene in un contesto di scarsa qualità. In generale, credo che, per un problema culturale, al cinema italiano manchi un po’ di anima, con alcune eccezioni per i film d’autore. Negli ultimi anni ho visto, invece, molti innovativi film stranieri che toccano le profondità dell’essere umano, con il coraggio di raccontare in modo positivo angosce e malattie moderne. A dimostrazione che si possono realizzare deliziose commedie che abbiano un buon successo commerciale anche raccontando disagi sociali e drammi personali». 
 
Qual è stato il dramma più grande della tua esistenza?
«Avrei voluto essere mamma e non ci sono riuscita. Purtroppo ho vissuto tre grandi lutti per altrettante gravidanze, tutte interrotte al quarto mese. Ho inutilmente tentato anche tutte le strade offerte dalla moderna medicina, arrivando alla convinzione che sia sbagliata la nostra attuale legislazione sulla fecondazione artificiale e  sull’impossibilità di adottare un bambino da parte di un single».  
Cosa hai imparato dall’esperienza che ti ha condotto in fin di vita?
«Ho scoperto che, oltre alla sofferenza psicologica, c’è anche quella estrema che mi ha messo di fronte alla morte, facendomi diventare quasi un essere metafisico. Eppure, anche davanti a queste situazioni, conta molto l’atteggiamento personale: conosco molte persone che, dopo esperienze di coma o simili, sono diventate orrende e ciniche, ma ci sono anche tante altre che invece sono migliorate, con un percorso spirituale e concreto di relazione con gli altri. In questi ultimi mesi ho imparato cosa sono la paura, la solitudine e il panico esistenziale: ora, appena vedo una persona che soffre, sento il desiderio di aiutarla». 
 
Il tuo cambiamento ti ha avvicinato alla spiritualità?
«Continuo ad essere atea e lontana dalla Chiesa con le sue imposizioni, ma non so se questo mio cambiamento possa avere anche un valore spirituale. Finalmente ho imparato a chiedere aiuto, constatando che poi arriva. Soprattutto, sono diventata più ricca perché la mia umanità si è allargata moltissimo, aprendosi alla pietà e alla solidarietà. Non sono mai stata indifferente alle sofferenze altrui, ma ora ho compreso che posso essere attiva verso gli altri. Amare è fondamentale: credo che questo mi aiuterà anche a guardare meglio dentro di me e a risolvere le mie ferite».              

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