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Tamaro: Il tempo fecondo della crisi

Che mondo vogliamo lasciare ai nostri figli? Il mondo della rapacitÓ o quello della compassione?

Gio 09 Ago 2012 | di Susanna Tamaro | Susanna Tamaro

Quest’anno la grande tempesta di caldo ci ha colti già all’inizio di giugno. Durerà un paio di giorni, si tratta di un anticlone di passaggio, ci rassicuravano i meterologi, invece l’anticiclone, come una robusta casalinga in visita da una comare, si è seduto placidamente al suo posto e lì è rimasto per intere settimane, facendoci letteralmente boccheggiare. A metà mese ero covinta che fossimo nel cuore di agosto e, quando mi  sono resa conto che l’estate doveva ancora venire, sono stata colta da malore, pensando ai mesi di inferno infuocato che mi aspettavano ancora. Il caldo  in città è un vero incubo: si cerca di sopravvivere rincorrendo l’aria condizionata del supermercato, del luogo di lavoro o restando nella penombra della casa con le finestre sigillate  in attesa della liberazione delle prime ore della sera quando - almeno  a Roma - inizia a soffiare la brezza gentile del ponentino. Ma in campagna è anche peggio perché, oltre alla nostra sopravvivenza, dobbiamo pensare  a quella delle piante e degli animali che ci stanno intorno. La natura, pur essendo responsabile di questo scompiglio, è piuttosto abitudinaria e, quando le cose vanno in modo diverso dal previsto, non si trattiene dal mostrare segni di sofferenza. Le foglie di molte piante  si ustionano, accartocciandosi e rimanendo tristemente appese ai rami; quelle rimaste verdi nelle ore più calde sembrano degli stracci buttati a caso qua e là per il giardino: le foglie delle zucchine, delle zucche, le foglie dei kiwi penzolano mestamente dagli steli come  stendardi di un esercito sconfitto. La sera si riprendono, è vero, ma lo fanno soltanto se irrorate abbondantemente d’acqua: basta saltare un’inaffiatura per vederle mestamente passare all’altro mondo. Questa continua attenzione mi  fa vivere in un continuo stato d’ansia: il terreno è grande, le cose da ricordare sono tantissime e, di solito, in questo periodo dell’anno, sono già sfinita dal mio lavoro ordinario, quello di scrivere.
Per fortuna gli animali, potendosi muovere, non necessitano di un’attenzione così  costante. Dopo la pappa del mattino, cani e gatto si ritirano nei loro luoghi d’ombra - chi nella frescura della dispensa, chi sotto il cespuglio di ortensie o all’ombra di un alloro e di un tavolo  - e lì s’assopiscono fino a sera; le galline scavano dei profondi avvallamenti nella terra e lì rimangono come fossero a mollo in una vasca da bagno; le api, dopo aver bottinato sui fiori di lavanda e su quelli di girasole - gli unici sopravissuti alla tempesta africana - anziché entrare nell’arnia, si posano brulicanti sulla sua parete esterna a prendere un po’ di fresco e passare la notte. Anche  i miei ospiti imitano la saggezza degli animali: la mattina si ritirano con un libro in mano sotto qualche albero, il pomeriggio  se ne restano in casa fino alle sei quando, finalmente, inizia la vita sociale: cena, chiacchiere e interminabili e ferocissime partite di calcetto, le cui urla -  di trionfo o di sconfitta - pare si sentano a parecchi chilometri di distanza. Quest’anno poi, per fortuna, ci sono le Olimpiadi e, dunque, già da mesi con i miei nipoti  abbiamo programmato le giornate: maglietta o capellino di ordinanza - bianco o azzurro con la scritta Italia -, un certo numero di bibite e varie amenità da sgranocchiare nei momenti di maggiore tensione, persiane accostate e telecomando in mano. In questo modo, schiacciati uno contro l’altro sul divano, passeremo la prima metà del mese. Tuffi, scherma, atletica, canoa, nuoto, pallavolo… il tempo libero sarà davvero poco! Solo il dieci agosto faremo un’eccezione,  quando ci metteremo tutti seduti o sdraiati sul prato con il naso verso  il cielo ad aspettare il magico segno delle stelle cadenti. L’hai vista? Sì! Io non l’ho vista! Com’era? Bellissima, con una lunga coda luminosa! Hai espresso un desiderio? Certo, ma i desideri non sono più tali se, dal profondo del cuore, giungono alla bocca. In queste notti d’agosto giunge dalla finestra aperta il ritmico canto dei grilli. Cri cri cri cri cricri. è come un’onda che, con pacatezza,  attraversa tutta l’oscurità per  poi dissolversi in qualche luogo lontano. In quella vibrazione così antica c’è il senso di una pace arcaica.
Nulla sanno i grilli della crisi  né del grande travaglio che sta attraversando il mondo umano. Cantavano così prima che noi ci fossimo, continueranno a cantare probabilmente anche quando non ci saremo più. Perché negarlo, nascondendosi dietro un dito? La crisi che stiamo attraversando  è di una gravità assoluta. La crisi economica sta trascinando la maggior parte delle persone in una situazione di incertezza, di precarietà. Quel mondo che, fino  a poco fa, sembrava sfavillante e pieno di appetitose promesse, ora mostra il suo vero volto: un volto rapace, cieco, capace solo di seminare morte e disperazione. Ma come, non era il Paese dei Balocchi, il nostro? Non si poteva ballare felici come Lucignolo dall’alba al tramonto senza provar alcun senso di colpa? No, non si poteva. Sarebbe stato meglio non farlo, aprire gli occhi prima, gridare forte: ehi, ma, qui qualcosa non va! Molti di noi, naturalmente,  si rendevano conto della follia di questa situazione, ma non avendo potere, potevamo fare ben poco. Avrebbe dovuto esserci maggior consapevolezza nelle alte sfere economiche, nei palazzi della politica. Ma la consapevolezza è da sempre un sentimento estremamente scomodo perché costringe a guardare la realtà senza il filtro della finzione, della menzogna. Prima di essere economica, la nostra è una crisi antropologica, una crisi dell’uomo che riflette sull’uomo, dell’uomo che sbaglia obiettivo su se stesso. Dagli anni del boom economico in poi, con ritmi sempre più incalzanti, un diktat primordiale e prepotente si è imposto nel mondo occidentale.

Avere è più importante che essere.
Ora, avere è una cosa molto importante perché i soldi - nel loro essere reali, cioè guadagnati con il lavoro - ci permettono di mangiare, di avere un tetto sulla testa, di pagare le bollette e le medicine, di far studiare i nostri figli. Il fatto di poter disporre di beni, dunque - denaro, oggetti, tutto quello che costrituisce il lato materiale della nostra vita -  va profondamente rispettato, così come va rispettato e incoraggiato il desiderio di ciascuno di noi di migliorare, con il nostro impegno, la nostra  condizione e quella dei nostri figli.
Ma la possibilità di avere è una necessità dell’uomo, non il fondamento del suo esistere. Nel momento in cui diventa una bramosia totalizzante, nel momento in cui questa bramosia, per realizzarsi, imbocca scorciatoie di dubbia eticità, la catastrofe si installa saldamente nei nostri giorni. A un tratto le cose non sono più al nostro servizio, ma siamo noi al servizio delle cose. E le cose, essendo solo materia, diventano presto idoli e, come tutti gli idoli, conoscono soltanto una legge, quella dell’insaziabilità e della spietatezza. Chiedono sempre di più per darci sempre di meno. Anche se non ce ne accorgiamo, diventiamo in breve servitori tristi, sempre più insoddisfatti, immersi in una siderale solitudine.
Già, perché, nel mondo in cui l’avere domina sull’essere, i rapporti umani sono ridotti al rango di utilità. Usiamo le persone per raggiungere i nostri fini, sono  soltanto gradini che calpestiamo per arrivare più in alto. Il fine giustifica i mezzi di machiavelliana memoria è il trionfale motto di questo trentennio.
Ora che la crisi ha spazzato via questo cumulo di menzogne, è giunto il tempo di guardarsi in faccia e chiedersi davvero: chi è l’uomo? Una cosa tra le cose o una creatura misteriosa che si interroga, perennemente in bilico sulle sue inquietudini? E che mondo vogliamo lasciare ai nostri nipoti, ai nostri figli? Il mondo della rapacità o  quello della compassione, dell’amore, della fraternità?                          


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