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La vecchiaia? Non mi fa paura

La guerra in Indocina, l’amore per Romy Schneider e quel film che avrebbe voluto recitare con Marlon Brando: cronaca dell’incontro con un attore difficile... ma solo con i registi imbecilli

Gio 13 Set 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Ognuno di noi si è chiesto cosa divida un divo da un uomo normale. Ecco, se incontri Alain Delon, intuisci l'abisso che li separa. Che vi separa. Che ci separa. Ancora bellissimo, gli occhi color del mare che nascondono un'elegante malinconia, i capelli argento e quel sorriso che allo stesso momento ti mette a suo agio e segna la differenza che c'è tra te e lui, sono solo una parte del suo charme. Lo abbiamo incontrato a Locarno, dove ha ricevuto dal Festival un premio alla carriera, il Life Achievement Award.

 

Signor Delon, lei lo sa che manca molto al cinema? 
«Di solito con voi giornalisti non si parla mai di cinema. Buon inizio. Lo dico subito, io non tornerò sul set se dovrò mostrarmi indebolito, malato, malconcio. Rispetto troppo il mio pubblico per fargli questo. Ecco perché un premio alla carriera mi inorgoglisce, ma mi dà anche un po' fastidio: mi fa sentire quasi come se avessi già un piede nella fossa. Ma ci tengo a dirlo: non ho paura della vecchiaia, ma dell'infermità».

Sarà perché è stato sempre l'emblema della bellezza? 
«Chissà! Eppure, è proprio il ruolo di un infermo quello che mi ha più entusiasmato in questi anni di cinema non proprio esaltante: il disabile di “Quasi amici” (interpretato da Francois Cluzet). Ma nessuno ha avuto il coraggio di chiedermelo. Il punto è che si va al cinema per sognare e oggi, fuori e dentro la sala, non si sogna più».

Quando decise di diventare attore? 
«Quando vidi “Deburau”. C'era Sacha Guitry, io ancora non avevo deciso cosa fare della mia vita. Il suo lavoro mi fece capire quale fosse la mia strada: ero appena uscito dall'esercito, non avevo una formazione attoriale, ma quel film mi convinse».

Speravo in una commedia. Ci ho sempre sperato, a mio parere saprebbe interpretarla alla grande. 
«In “Asterix alle Olimpiadi” ho fatto un'eccezione e ci ho provato. Credo mi sia venuta bene. Mi ha sempre fregato la cattiva reputazione: io non ho mai fatto ridere. Ricordo una scena: Belmondo passa sotto una finestra, tutti ridono. Lo faccio io, tutti seri. Ho dovuto lasciargli la commedia!».

Quando parla di pessima fama, si riferisce anche a quella d'attore “difficile”? 
«Non lo sono mai stato, a differenza di quello che si dice. Sono stato un attore difficile solo con gli imbecilli: con i grandi come Visconti, Antonioni, Melville non ho mai avuto problemi. Certo è che, se vedo un cineasta insicuro e che non sa dirigere l'attore, poco deciso e ancora meno chiaro, con me e con se stesso, allora mi innervosisco. E purtroppo, oggi, quest'ultima tipologia va per la maggiore. Ed è un peccato, perché l'attore è solo uno strumento, ma a fare un gran film è un grande regista».

Qui a Locarno l'hanno acclamata, il suo fascino è immutato. Eppure lei sembra malinconico... 
«Forse perché sto andando a grandi, passi verso la fine. Forse perchè già prima del cinema la mia vita non è stata facile: c'è stato il pericolo, c'è stata la guerra in Indocina, un'esperienza forte che mi ha segnato. Ho preso quella sofferenza e l'ho portata nell'arte, da “Rocco e i suoi fratelli” a “Il Gattopardo”, passando per “La piscina” e tanti altri. Ecco, quel film non riesco a rivederlo, proprio perché vi associo un enorme dolore: la perdita di Romy Schneider. Mi manca, tanto, era una donna meravigliosa, lei icona della bellezza».

Questa cosa l'ha condizionata? 
«L'ha fatto, spingendomi ancora di più a dimostrare che oltre alla bellezza in me c'era del talento. Ho recitato in un momento d'oro in cui, in effetti, si cercavano giovani uomini belli e carismatici. Prima di me, ad esempio, c'era Jean Marais. I grandi registi cercavano questo. Il punto è che quando lavori con un genio, poi devi anche dimostrare di essere bravo, la bellezza non basta. E dovevo esserlo se ho avuto la fortuna di essere scelto per tanti capolavori. Alla bellezza devo il fatto che per essa il cinema è venuto a cercarmi, ma se ci sono rimasto è merito mio. Come ha inciso sulla mia vita? Posso solo dire che il mio aspetto esteriore non è mai coinciso con quello interiore».

 Con una vita così piena, cosa vorrebbe ancora fare? 
«Un film in Cina e uno in Giappone, dove, peraltro, mi hanno sempre detto che sono un idolo! Affrettatevi, chiamatemi! A dir la verità era successo con Johnnie To: arrivai mentre faceva una conferenza stampa, lui la bloccò, venne a salutarmi e si inginocchiò. Poi mi propose un film il cui soggetto non mi convinceva, ma spero torni con un soggetto più bello, lui mi piace come regista. Un rimpianto, invece, è non aver recitato con Marlon Brando: pur di farlo avrei accettato un ruolo con una sola battuta. Che so, il cameriere che dice “La cena è servita”».      

     


 

SOLDATO, ATTORE, UOMO        
Nato nel 1935, a soli 4 anni i genitori si separano e finisce in un collegio cattolico. Ha un carattere ribelle e per questo motivo è costretto a cambiare diversi istituti. A 14 anni lascia la scuola. A 17 si arruola nella marina francese prendendo parte alla guerra in Indocina. Al momento del congedo, dopo 5 anni, ha totalizzato ben 11 mesi complessivi di prigione per indisciplina. Tornato in Francia, affronta una situazione di ristrettezza economica, svolgendo i lavori più disparati: dal facchino al commesso, al cameriere finché la sua bellezza viene notata. Esordisce nel 1958 in “Godot”, duetta con Belmondo in “Fatti bella e taci”, gira “L'amante pura” dove conosce Romy Schneider con cui avrà una lunga relazione. L'incontro con Luchino Visconti è una tappa fondamentale per la consacrazione internazionale. Nel 1960 è uno dei protagonisti del capolavoro “Rocco e i suoi fratelli”. Lavora con Antonioni ne “L'eclisse”, con Visconti ne “Il Gattopardo”. Seguono “Colpo grosso al casinò”, “Il tulipano nero”, “Tre passi nel delirio”, “Parigi brucia?”. Delon inizia a girare film "polar" (un genere ibrido fra poliziesco e noir). Dalla metà degli anni Settanta  recita in polizieschi violenti o in produzioni internazionali di minore rilievo. Negli anni Novanta si dedica a tv e teatro. Nel 2008 interpreta Giulio Cesare in “Asterix alle Olimpiadi”.


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