acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Oggi sono contento della mia vita

L’incontro con il maestro della musica italiana

Gio 13 Set 2012 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 6

 Sentirsi rispondere ad una domanda durante una intervista “me gusta mucho” non ha prezzo. Soprattutto quando a pronunciare questa frase è il maestro Franco Battiato. Dopo aver cantato ai suoi concerti, aver alzato le braccia al cielo mentre intona “E ti vengo a cercare”, dopo aver “pregato” con lui, perché le sue sono preghiere non canzoni, finalmente l’ho incontrato.  

Cantante, compositore e regista, ha da poco terminato la stesura di una sceneggiatura sul compositore tedesco Haendel. 
«Ho scritto una sceneggiatura sul compositore tedesco di nazionalità inglese, dopo aver studiato per circa 3 anni il Settecento, perché non sopporterei di lasciare delle ombre, come è successo a chi ha scritto quello spaventoso film che è “Amadeus”: un film che ha delle pretese storiche non può essere fatto così!».

Lei viene considerato un musicista di nicchia, eppure ai suoi concerti ci sono moltissimi giovani e si registra, sempre il sold out. 
«Passo per musicista di élite, ma ho venduto milioni di dischi. è inaccettabile dire che non sono commerciale, perché vendo di più di chi si reputa commerciale. Quando canto le mistiche, c’è un silenzio impressionante. È così, diamoci pace, rassegniamoci!».

Che rapporto ha con la felicità? Ha più a che fare con il divino o con il terreno? 
«Con il divino. Le mie felicità sono in quella zona: ho anche scritto una canzone che si chiama “Stati di gioia” che descrive questo. E ho cominciato questo percorso verso il divino partendo dai mistici indiani: mi sono abbeverato a tutte le correnti della spiritualità, nessuna esclusa, le più importanti, certamente non quelle americane».

 Cosa pensa delle imitazioni che fanno di lei? 
«Una volta Fiorello mi aveva invitato in Radio, durante la sua trasmissione, e sapevo che lui mi avrebbe imitato. Allora studiai le imitazioni che lui faceva di me. Quando arrivai lì, mi fecero proprio questa domanda e allora gli dissi che Fiorello sbagliava tre cose: per prima cosa usava un’altezza musicale che non esercitavo, mi faceva un fortissimo accento siciliano e mi dava un vibrato alla Bruno Lauzi che io non ho!».

L’Italia sta attraversando un momento difficile, ma ne parlava già anni fa di questa povera patria...  
«Una canzone come “Povera patria”, se fosse stata scritta nell’antica Grecia, sarebbe stata uguale. Se uno si mette a leggere le lettere dei grandi imperatori romani, tu leggi “dobbiamo scegliere i più cretini, perché i più cretini sono manovrabili”. Quindi, il potere politico è sempre stato uguale: fatto di scemi e di persone che sanno quello che fanno e che pilotano gli altri».

Che differenza tra voi, giovani degli anni Settanta, e i giovani di oggi? 
«C’è una cosa della nostra gioventù, che non c’è più: noi musicisti non volevamo guadagnare, non ci interessava il successo. Eravamo fanatici della musica e di qualche droghetta per allargare la coscienza! Lo scopo era la ricerca, alla maniera di certi sciamani. E vivevamo bene!». 

Come vede il futuro dei giovani?
«Il futuro dipende da loro».

Quanto sono stati importanti i viaggi per lei? 
«Ne ho fatti tanti e la causa era sempre la stessa: non andavo in giro per assaggiare nuovi piatti o per vedere gente strana, ma per imparare. I primi li ho fatti senza soldi. Con 100 dollari riuscivo a sopravvivere un mese: prendevo un traghetto, dormendo con sacco a pelo a prua. Allora c’era gente con pappagalli, donne grasse, curve, turche. Credo che la prima esperienza forte l’ho avuta arrivando dalla Grecia. Ricordo che ci avvicinammo a Istanbul, era l’alba e vidi un sole enorme dietro la moschea di Santa Sofia. È stato come un tuffo nel passato. Tutta la fatica del viaggio era passata. Una impressione fortissima fatta di colori. Ero andato lì per vedere i dervishi e quando vidi quel sole fu quello il primo insegnamento».

Che rapporto ha con il palco?
«Negli anni Settanta consideravo i cantautori delle schifezze. Ma poi lo sono diventato anche io e quindi non posso più dirlo! Io in realtà ero giusto per non esibirmi. Dovevo scrivere e basta. Poi negli anni Settanta ho deciso di fare concerti, per guadagnare… Certamente ancora oggi non mi taglio le vene quando mi esibisco. Io sto bene a casa».

Che rapporto ha con la fede?
«Io non ho fede, non so cosa sia. Io la vivo la spiritualità».

Da dove nasce il suo immaginario?
«Nel 1970 avevo un dubbio sugli umani. Salivo su un pullman e non capivo questi esseri. A poco a poco questa esperienza è diventata una prova. Avevo preso il diploma di maturità, ma mi ero accorto che gli studi erano finalizzati al titolo, ma che ero ignorante. Allora cominciai a leggere per capire gli umani con cui volevo riconciliarmi. Ho cominciato a leggere e, un giorno, mi buttai per terra chiudendo gli occhi. Non sapevo cosa fosse la meditazione. Però, ho cominciato a capire che avrei potuto viaggiare dentro il mio corpo e riempire tutti i vuoti. La gente cammina per strada, ma i pensieri della gente ti catturano. Tu scansi le macchine, ma dai pensieri sei rapito. Quando ti trovi in uno stato del genere, è questa la magia. Ho cominciato con i mistici. A poco a poco si è formata in me una via spirituale, ma anche una forte divisione tra essenza e personalità. Ho cominciato a capire che la mia personalità era violenta e diversa… Ho capito che i nemici sono dentro di noi, non vanno cercati fuori: quando qualcuno mi dice di che segno sei, io dico “ero dell’Ariete”, un segno che determina una testardaggine che può essere positiva, ma che diventa negativa se si trasforma in chiusura. Un giorno incontrai un signore che detestavo e io gli dissi che ero sempre d’accordo con lui. Alla fine lui se ne andò contento. Ed anche io: perché devo contrastare qualcuno con cui non c ‘è possibilità di intesa o dialogo? Io parlo con le persone con le quali c’è possibilità di comunicare. E oggi, a 67 anni, comincio ad essere molto contento della mia vita!».

Come scrive le canzoni?
«Le idee sono nell’aria. Non è necessaria l’urgenza di avere qualcosa da dire, ma è importante mettersi a lavorare ed avere la testa aperta: qualcosa arriva. Mi spiego. Avevo un incubo, che era la pittura. A scuola prendevo sempre uno, uno e mezzo. Una volta ho preso due, perché un mio compagno, fanatico di musica, mi chiese di passargli degli accordi. Io in cambio gli chiesi un disegno. Avevo 16 anni. Il disegno era bellissimo! Per non dare nell’occhio, lo normalizzai un po’… e presi due! Ecco, partendo dal presupposto che tutti siamo uguali, dal più cretino al più intelligente, che dobbiamo ritrovare la nostra natura originale e che è importante studiare per imparare ad essere disciplinati, siamo esseri che abbiamo delle possibilità enormi. Quindi, per ritornare alla pittura, io ho lavorato due anni e alla fine ho cominciato anche io a dipingere. Dopo un anno e 9 mesi di tele buttate, ho disegnato un dervisho in un attimo. Mi si era aperto tutto. Ho imparato da solo. Poi può piacere o non piacere. Ma ora sono un pittore!».                


Condividi su:
Galleria Immagini