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La felicità è un sorriso

Antonio Di Bella - L’impegno del Direttore di Rai 3 per una tv al servizio della Persona

Gio 13 Set 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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 Fa bene all’anima incontrare un uomo fuori dagli schemi, con cultura, cordialità e ottimismo d’altri tempi come Antonio Di Bella. Giornalista di grande esperienza internazionale, sta dando un volto nuovo alla Terza Rete televisiva della Rai, anche grazie al suo sorprendente estro artistico.

Dopo un’onorata carriera giornalistica, sta ottenendo ottimi risultati anche come Direttore di Rai 3 e cantautore!
«Come dice il mio amico Renzo Arbore, io sono un artista che fa il Direttore. Ogni giorno, alle 18, chiudo il mio ufficio e mi trasformo in uno dei conduttori della trasmissione radiofonica “Caterpillar” di Radio Due, per la quale compongo e canto anche una canzone nuova a settimana».

Che origini hanno le sue passioni?
«È noto che mio padre è stato un famoso giornalista della carta stampata, mentre nessuno sa che ho la musica nel sangue probabilmente perché mio nonno materno era Direttore d’Orchestra. Nel 1968 ho iniziato a suonare con la chitarra le canzoni del grande De André e oggi mi capita anche di fare qualche concerto. Più tardi, con la professione giornalistica, ho avuto la fortuna di fare anche il corrispondente estero, forse il mestiere più bello: bisogna calarsi nell’anima delle persone del Paese in cui si vive, compiendo anche un notevole sforzo culturale».

Da ogni sua attività traspare una naturale dose di informalità ed umanità. 
«Sono orgoglioso di questa mia caratteristica, che però può rivelarsi anche un limite: soprattutto nell’attuale veste di Direttore di Rete c’è necessità di compiere delle scelte a volte impopolari. Fin dai miei inizi di cronista giudiziario mi sono sempre immedesimato nei problemi di chi ho di fronte: in certi casi questo può complicarmi l’esistenza, ma sono fatto così e non cambio».

È faticoso mantenersi coerente con questa sua attenzione verso gli altri?
«Sì, perché porto con me i tanti problemi che incontro e che in questo periodo stanno aumentando. Vorrei risolverli tutti, ma so che non è possibile: ho il cruccio di non riuscire a far sorridere tutte le persone che lavorano con me, ma ci provo sempre. È uno slancio positivo, ma anche un fardello».

La molteplicità dei suoi impegni ha dei riflessi anche nella sua vita privata?
«Purtroppo la mia povera seconda moglie, che è tedesca, deve sorbirsi tutte le problematiche di questa nostra strana e meravigliosa Italia. Ma parlare con lei o andare a trovare mio suocero a Berlino, mi aiuta a vedere in un’altra ottica le nostre beghe partitiche, la riuscita di un programma tv o una promozione sul lavoro. Cose che ci sembrano importantissime, ma che sono davvero ridicole se pensiamo ai problemi esistenti a livello globale, soprattutto nel Terzo Mondo».

Come corrispondente estero lei ha girato molto. Cosa le è rimasto nel cuore delle sue esperienze nei Paesi più poveri?
«La loro ricchezza. Ho sempre incontrato una grande umanità, sia nei bambini che negli adulti, anche nei luoghi dove c’era più miseria: tante persone che non avevano nulla, ma che sapevano sfoderare sorrisi bellissimi».

Perché noi, cosiddetti ricchi, siamo sempre più arrabbiati?   
«Anche se a volte è difficile, mi impongo di non arrabbiarmi e di essere sempre sorridente, cercando di imitare i nostri fratelli del Sud del Mondo. La nostra rabbia è il frutto avvelenato dello sviluppo: abbiamo perso esuberanza ed innocenza, acquistando denaro e tecnologia». 

Come la mettiamo ora che anche le nostre conquiste materiali stanno vacillando?
«Sarebbe bellissimo se, fermandosi lo sviluppo, tornasse l’innocenza perduta! Magari riuscissimo a rinunciare ad un po’ di ricchezza per recuperare la nostra umanità; purtroppo stiamo perdendo la crescita e temo che non abbiamo più la forza per recuperare la nostra parte migliore. Anche attraverso il programma di Radio 2, stiamo promuovendo la “decrescita felice” per far comprendere che possiamo stare bene consumando di meno».

Quale sarà l’evoluzione della grave crisi economica che da tempo ci ha investito?   
«Ritengo sia sbagliato parlare di crisi, perché così s’inganna la gente facendole credere che presto tornerà tutto come prima. In realtà, siamo di fronte ad un epocale cambiamento di abitudini che coinvolgerà tutti. Potremmo approfittare per rendere virtuoso questo cambiamento, ma abbiamo bisogno di una totale trasformazione di mentalità, come sembra stia avvenendo anche in politica».

Come tramutare la crisi in opportunità?
«Mettendo al centro dei nostri obiettivi la felicità. Anche la Costituzione dei miei amati Stati Uniti d’America mette al primo posto non solo la libertà per l’individuo, ma anche il diritto alla ricerca della felicità. Non a caso su Rai 3 abbiamo da poco mandato in onda il programma “FIL - Felicità Interna Lorda”, una chiara provocazione da sostituire al famigerato PIL (Prodotto Interno Lordo, tra gli indici più usati per misurare la ricchezza prodotta da una Nazione, ndr). Ai miei due figli dico sempre che l’imperativo è “vivere felici”; e per farlo non è indispensabile guadagnare tanti soldi: la felicità è anche ricevere il sorriso da una persona».

Come ritrovare la propria felicità?
«Naturalmente la felicità ha una fonte interiore, ma è anche lo specchio della nostra vita di relazione. Siamo esseri sociali e non possiamo pretendere di essere felici da soli: stiamo bene soprattutto se sperimentiamo scambi rivolti alla solidarietà reciproca. Molte persone stanno scoprendo di poter vivere e lavorare in modo diverso e solidale, usando l’arma dell’amore. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale profonda, complicata e faticosa, che deve partire da dentro ognuno di noi, ma che dovrebbe affermarsi anche a livello di valori generali; comunque, non abbiamo alternativa, perché il modello attuale è ormai alla fine. Ci vuole un po’ di coraggio, ma tutti possiamo cambiare, soprattutto quelli come me: fin da bambino non ho mai basato la mia esistenza sull’aggressività. Ma, anche se non si è aggressivi, non si deve essere perdenti».

Com’era da bambino?
«Avevo dei genitori molto severi ed ero un bambino disciplinatissimo. Ho imparato subito ad affrontare dei sacrifici e questo mi è stato utile quando da grande sono stato costretto a farne. Lo svantaggio è che ho perso in espansività e creatività, finendo per essere un po’ remissivo rispetto all’aggressività che a volte sarebbe bene avere. Giocavo a calcio e frequentavo l’oratorio, che è stata la mia prima, vera e fondamentale scuola di vita; la nostra generazione è stata fortunata perché è stata forse l’ultima ad avere la possibilità di frequentare gli oratori che, anche dal punto di vista sociale, rappresentano la migliore formazione possibile. Ricordo con grande affetto i due padri francescani che mi seguivano: con loro, oltre che divertirci, facevamo grandi discussioni di politica, economia e tanto altro».

Che rapporto ha conservato con la cultura cattolica?
«Per me la cultura cristiana è meravigliosa: mi ha donato un confronto e una formazione su tutti gli aspetti dell’esistenza, sul bene e sul male, sui valori universali validi al di là della fede religiosa. Purtroppo tutto questo è venuto a mancare dopo il ’68, un periodo al quale ho partecipato attivamente in prima persona e che in seguito ho studiato in modo approfondito».

Quali sono stati i frutti di quell’importante stagione di rivolta generazionale?
«In Italia i movimenti giovanili degli anni ’70 hanno subìto una deriva politica e ideologica che ha tradito lo spirito iniziale della rivolta internazionale: l’assurdità dei nostri infiniti dibattiti sui massimi sistemi è sfociata nel terrorismo da una parte e nel nulla dall’altra. Solo più tardi mi sono reso conto che le discussioni e le lotte hanno un valore concreto solo se sono calate nella vita reale e privata delle persone: invece, conosco ad esempio tante amiche che per discutere dei diritti dei palestinesi hanno trascurato irreparabilmente il rapporto con i propri figli. Anche oggi, che senso ha continuare a dibattere sull’operato di Berlusconi o su chi ha più ragione tra SEL, IDV e PD? Sarebbe molto più importante confrontarsi su come affrontare problemi seri e concreti sulla base di valori universali. Il mio grande rammarico è che la nostra generazione ha sprecato gli anni della giovinezza in sterili discussioni, mentre sarebbe stato meglio continuare il lavoro fatto negli oratori. È necessario recuperare le relazioni personali e non trascurare le nostre famiglie: questa sarebbe la vera rivoluzione!».

Cosa le è rimasto della Fede giovanile?
«Purtroppo le mie scelte personali e culturali mi hanno portato a trascurare il confronto sui temi religiosi: mi manca l’approfondimento sulla Fede cattolica, che è rimasta personale ed intima ma non praticata. Però, probabilmente non è un caso se in tutta la mia carriera ho sempre fatto molta strada insieme a colleghi e redazioni di ispirazione cristiana, confrontandomi sul valore dell’essere umano. Ad esempio, una delle mie ultime creazioni come Direttore del TG3 è stata la rubrica “Persone”: volevo scongiurare il rischio che una classica testata di sinistra rischiasse di dimenticare l’umanità. Sono piccoli segni che non richiamano i titoli dei giornali, ma che ritengo siano importanti anche per contribuire a realizzare un vero servizio pubblico. La maggior parte delle attività che svolgiamo purtroppo soffoca la nostra interiorità e la mia anima soffre un po’ in questo ambiente lavorativo. Però, il segno di Cristo l’ho trovato nei luoghi più inaspettati, ogniqualvolta ho riscontrato il rispetto della Persona. Questo può essere espresso dagli individui più disparati oppure negato da chi invece ti aspetti che dovrebbe garantirlo: la Provvidenza si esprime nei modi e nelle forme più impreviste. In fondo, aldilà della sete di guadagno e di conquista, quello che ci spinge ad andare avanti è una luce e una forza che ci portiamo dentro: la fede nella Vita e nel Prossimo.            

 


 

Giornalista, direttore e musicista
Antonio Di Bella, nato a Milano nel 1956, è figlio d’arte: suo padre Franco è stato un noto giornalista, direttore del Corriere della Sera dal 1977 al 1981. Appena maggiorenne inizia il suo determinante rapporto di studio e lavoro con gli USA, mentre in Italia entra nell’orbita delle nascenti radio libere collaborando con Radio Milano Centrale. Il primo incarico in Rai arriva nel 1978 come cronista nella redazione milanese: da lì inizia un’importante carriera che lo porterà anche ad essere a lungo corrispondente da New York. Dopo otto anni di Direzione del TG3, nel 2009 ottiene la prima, breve nomina a Direttore della Terza Rete, carica che ricopre a pieno titolo dal settembre dello scorso anno. Grande appassionato di musica e cantautore, ogni giorno è uno dei conduttori di “Caterpillar”, nota trasmissione di Radio2. Ha due figli, di cui uno nato dalla seconda moglie che è tedesca.

 


 

La mia America
Il Direttore Di Bella ci ha raccontato la sua passione per gli USA: «Ho iniziato ad amare l’America da quando, appena finito il liceo, ho frequentato un anno di Università in Texas. Poi vi sono tornato dal 1990 al ’96: quella è stata la mia prova di maturità, attraverso la quale ho imparato moltissimo, sia dalla tv che dal giornalismo e dalla politica. Inoltre sono stato affascinato dalla loro morale: purtroppo il grave tradimento dei valori economici e sociali recentemente causato dalla degenerazione del capitalismo ha deluso me e moltissimi altri, oltre che provocare danni incalcolabili a tutto il Pianeta. Però credo che ogni giovane dovrebbe andare negli USA, soprattutto per vivere un periodo a New York». Sulla scrivania ci sono segni inequivocabili della sua ammirazione per Obama: «Lui è la grande speranza di rinascita dell’America. È un uomo forte, luminoso, grande trascinatore, con una notevole apertura verso il Resto del Mondo. Nonostante abbia il compito terribile di far ripartire un impero con dei problemi enormi, con il suo pragmatismo ha già realizzato delle importantissime innovazioni. L’immagine che abbiamo di lui in Italia è falsificata; è un politico di centro molto moderato e non certo di sinistra: forse per questo molti ritengono erroneamente che abbia tradito le aspettative».

 


 

Rai tre, cuore della nuova rai
Il pubblico ha mostrato di apprezzare i cambiamenti alla linea editoriale introdotti da Di Bella durante il suo primo anno al vertice di Rai 3. Ma come vede il Direttore il futuro della Rai e della sua Rete? «Sono molto fiducioso sul nuovo corso della Rai iniziato con la Presidenza Tarantola e la direzione generale affidata a Gubitosi: per rinnovare la nostra lunga tradizione di servizio pubblico forte e autorevole, dobbiamo ritrovare le radici della nostra identità e ridurre l’ingerenza dei partiti. Insieme cercheremo di tagliare i rami secchi e di risparmiare come stanno facendo tutti gli italiani. Credo che la mia Terza Rete, anche con le poche risorse a disposizione, possa essere il cuore della nuova Rai: in questa stagione televisiva offriremo ottimi prodotti, tentando di rendere più flessibile il palinsesto. Ad esempio, avremo Fabio Fazio che insieme a Saviano andrà in onda nella prima serata del lunedì: ritengo sia un ottimo programma di servizio pubblico, con la proposta di valori importanti in una chiave lieve, un sorriso insieme ad un elemento di riflessione. Inoltre, affronteremo con molta attenzione ma senza morbosità il tema della violenza sulle donne con la rinnovata trasmissione “Amore criminale”, nella nuova conduzione di Luisa Ranieri. Tra l’altro, segnalo anche un inedito Pippo Baudo che si mette in discussione, indossa i jeans, esce dallo studio e va in giro in camper per raccontare l’umanità del nostro amato Paese».


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