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Robert Redford: “Bisogna combattere per la libertà”

La cultura e la storia per risorgere in momenti di crisi

Gio 25 Ott 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Robert Redford ti cattura anche quando nei film, da regista, si costringe a correre in un bosco, tenendosi la pancia e ansimando. Tutti sembrerebbero ridicoli, lui no. Non fa sconti ai suoi attori, non fa sconti a se stesso. In “The company you keep”, però, soprattutto non risparmia nulla al suo Paese, l'America, partendo dalla storia durissima del movimento contro la guerra in Vietnam. Ma con lui si parla sempre di tutto, non ci si ferma mai all'ultima opera che ha girato. Noi l'abbiamo incontrato alla Mostra del Cinema di Venezia. E abbiamo rubato parecchie delle sue parole.

Robert, ma lei a Venezia non c'era mai stato?

«Direi che me la ricorderei! Non so se sia stato il caso, il destino, ma questa è proprio la mia prima volta a Venezia, pur avendo visitato spesso l'Italia: amo Cortona, Roma, Firenze, invidio la vostra cultura e la vostra storia. Anche nei momenti di peggiore crisi, ne sono convinto, questi sono gli strumenti per risorgere».

Il suo ultimo film lancia un messaggio chiaro: è giusto combattere per i propri ideali. Anche oltre il lecito.
«Io non credo nel mandare messaggi attraverso i film: il cinema non è un luogo adatto alla propaganda, ma credo sia possibile raccontare una storia, un'opinione, una posizione. Sono molte le cose che si possono esprimere, però, con la Settima Arte: siamo privilegiati per le nostre libertà e per esse dobbiamo sempre combattere perché vengono costantemente minacciate. Per il Vietnam c'era la leva obbligatoria e molti combattevano per qualcosa in cui non credevano. Esistono certe circostanze in cui bisogna combattere, opporsi, persino con la violenza. Ma deve essere sempre e comunque l'ultima possibilità, per usarla non devi avere alternative. E infatti ciò che più amo dei miei personaggi è la convinzione d'aver combattuto una causa giusta, ma con armi e strategie sbagliate. “Quella cosa non avremmo dovuto farla” è una frase che ricorre nell'opera, e mi piace».

Nel film c'è anche questo rapporto quasi paterno tra il vecchio attivista e il giovane giornalista.
«Vero, volevo vedere le differenze generazionali, abbattere quel muro tra padri e figli che in quest'epoca è più alto, forse perché il mondo è cambiato troppo in fretta. Mostro così, con i loro occhi, quello che è rimasto uguale e quello che è cambiato. In quest'ultima categoria, purtroppo, c'è il giornalismo. Ma voglio che sia sempre lo spettatore a dover trarre le conclusioni e che lo faccia confrontandosi con la storia, capendo il contrasto tra i due mondi, sentendo addosso le ingiustizie contro cui tutti si ribellavano all'epoca».

La generazione dei Weather Underground, giovani dei primi anni ’70 che protestavano contro la politica americana, può essere assimilata ai ragazzi di Occupy Wall Street?

«Certo, entrambi incarnano la necessità di lottare per i propri diritti. Anzi, in qualche modo i ragazzi di oggi li ammiro di più perché, come mi dice spesso Shia LeBoeuf (il suo coprotagonista - ndr), “essere idealisti ora è più difficile, non ci sono più punti di riferimento certi”. Ha ragione, per noi scegliere tra Bene e Male, perdona la distinzione un po' manichea, era molto più facile».

Come diceva, il suo è anche un film sul giornalismo, come a suo tempo lo fu “Tutti gli uomini del presidente”.
«L'informazione è essenziale. Ai tempi in cui sono ambientati i reati citati in “The company you keep”, ad esempio, c'erano solo cinque tv e i grandi giornali: di fatto poche persone detenevano questo enorme potere. Ora ci sono molti più canali e le notizie girano molto più veloci. Questo dovrebbe aumentare il tasso di verità in queste ultime, la loro verificabilità, il loro impatto. E, invece, spesso questa quantità crea più confusione, perché il ruolo più importante e più pericoloso che ricopre il giornalista sta proprio nella ricerca e riconoscimento della verità, da cui così tante fonti, spesso discordanti e condizionate, possono allontanarlo. Penso alla campagna elettorale: la gente muore per strada e i repubblicani spendono per la loro convention più che per il Superbowl. Forse la verità la si può trovare, ormai, solo nei documentari».

Visto che parliamo di repubblicani, una battuta sull'endorsement del suo collega Clint Eastwood a Romney ce lo fa? Non ha trovato un po' ridicolo quel messaggio con la sedia vuota?
«Su Eastwood non parlo, non parlo mai dei colleghi. E comunque questa domanda proviamo a porla a quella sedia vuota. Lei sì che forse s'è sentita in imbarazzo (sorride sornione - ndr).

Molti hanno decretato la fine del cinema entro poco tempo. Lei cosa ne pensa?
«Che si sbagliano: ci sarà sempre un futuro per il cinema e credo che la sala rimarrà ancora molto a lungo un luogo in cui quest'arte verrà apprezzata, perché la gente ha bisogno di riunirsi e condividere un'esperienza, un'energia, un momento unico. Certo la tecnologia cambierà il modo di esprimersi, ovviamente. Ma anche lì non spaventiamoci: diversi esperimenti ci hanno dimostrato che gli attori virtuali ancora non funzionano! Io, almeno, la penso così. Sarà che sono vecchio stile».  

 


 

Un mito per tre generazioni
Robert Redford è nato a Santa Monica, in California, il 18 agosto 1937. Indimenticabile con Paul Newman ne “La stangata”, efficacissimo in “Tutti gli uomini del presidente”, con Dustin Hoffman, attore e regista di grande talento (nel primo caso pensiamo pure a “I tre giorni del condor”, a “Il candidato”, a “Butch Cassidy”, a” Corvo rosso non avrai il mio scalpo”; nel secondo a “Gente comune” e “La leggenda di Bagger Vance”), è anche direttore del “Sundance”, il festival più importante del mondo per quanto riguarda il cinema indipendente. Simbolo della lotta per i diritti civili, ha una “speciale” ossessione per il racconto del suo paese, amato e odiato, gli Stati Uniti, nelle sue luci e soprattutto nelle sue ombre. Un mito per almeno tre generazioni.


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