acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Sergio Castellitto: preferisco le storie

“Faccio cinema per la gente, non per la critica”

Gio 22 Nov 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Generoso e appassionato, sincero e impulsivo, ama fare il passo più lungo della gamba. Sergio Castellitto, attore straordinario e regista di talento, è tornato per la quarta volta dietro la macchina da presa. E lo ha fatto con “Venuto al mondo”, storia intima e collettiva del dramma costituito dalla mancanza di un futuro. Sia essa causata dalla sterilità di una donna o da una guerra. Noi, però, lo incontriamo a Todi, sul set dell'ultimo film di Paolo Genovese, “Una famiglia perfetta”. Perché il buon Sergio non si ferma (quasi) mai.

Partiamo da “Venuto al mondo”: che avventura è stata?
«Vorrei dire la verità. È stata un'avventura umana, non solo un'esperienza professionale. Ognuno di noi ci ha messo un po' della sua vita e delle sue idee. Sei anni fa non c'era niente, solo una coppia che atterrava a Sarajevo. Margaret tornò e scrisse. Ma il germe nasce dieci anni prima, quando Margaret in cinta di Pietro guardava Lerner in un programma su Sarajevo. Lei, speranzosa nel futuro, vedeva un Paese in guerra, un conflitto che il futuro lo negava. E lo faceva mentre portava il frutto dell'amore dentro di lei, guardava l'esplosione dell'odio. Tarkovskji diceva che ogni film con un qualche intento artistico è sempre una dichiarazione d'amore. Questo è per me “Venuto al mondo”. Questo è un libro che racconta una verità che non vuole svelare, perché c'è un dolore atroce alla sua base: è una storia di sommersi e salvati. Racconto i ragazzi del dopoguerra jugoslavo, un conflitto del genere è una cosa che scava sulla psiche sociale di tutti, sulle relazioni. Volevo emozionare, illuminare la parte più pericolosa e fragile di ognuno di noi, raccontando i fondamentali archetipi dell'essere umano: vita, morte, pace, guerra, amore e solitudine».

E pure Genovese le fa fare, in sostanza, il regista dei suoi attori nel suo film. Non è stanco?
«Sono il suo assistente sul campo, il suo ghost director. Scherzi a parte, ho il ruolo del regista di una pantomima voluta dal mio personaggio, solo per scelta e molto ricco. Trovo che sia una commedia molto divertente: a me piace definirla all’italienne. Perché a differenza di quella all’italiana, che affonda le sue radici nella terra, che è cafon, dialettale e dice le parolacce, quella francese ha sempre quel garbo un po’ borghese, è più raffinata. Paolo Genovese ha il pregio di mescolare questi due elementi, di metterli insieme e rendere la storia contemporaneamente originale ed efficace. Una commedia all’italienne, appunto».

Una risposta attiva alla crisi del cinema?
«Il cinema italiano è in crisi da quando ho iniziato a fare questo mestiere: sono trent’anni che sento questa frase. Detto questo, sarebbe da stupidi ignorare lo stato delle cose che ci coinvolge tutti fuori dal set. L’Italia, l’Europa, il mondo sono in crisi: non solo la cultura. Vero è, però, che i momenti più fertili per il grande schermo sono stati quelli di crisi, dal neorealismo alla new Hollywood. Di sicuro dobbiamo porci di fronte a questa situazione in modo at- tivo e non passivo, il cinema della crisi deve battere i pezzi sulla qualità e cercando di portarla al maggior numero di persone, di spetta- tori. C’è ancora un pubblico che va in sala, ab- biamo il dovere di coinvolgerlo, di non deluderlo. E di farlo crescere, magari».

Buffo che a lei che ha moglie e quattro figli Genovese ritagli addosso un orco solitario e misantropo. Difficile interpretarlo?
«Non scordiamo che nella mia famiglia c’è anche un gatto! Detto questo, posso raccontarlo benissimo, perché, a dispetto del titolo dell’opera di cui ora calpestiamo il set, la famiglia non è mai perfetta. Non lo è neanche quella di “Venuto al mondo”, anzi. Ma rimane l’unico aggregato d’amore, d’affetti e di relazioni umane che non si frantuma, che rimane in piedi. È la cellula primordiale di ogni società e in particolare della nostra società, complice anche la grande religiosità del nostro Paese, dei nostri connazionali».

Qui il suo protagonista è anche molto cinico. Lo ha scelto perché è la sua nemesi?
«Ma no, il punto è che ogni attore ama essere diverso da sé, forse perché quando vai più lontano, la sfida è più grande. Vero è che quest’uomo è particolarmente lontano da me, come artista e come persona credo di essergli agli antipodi. Mi ritengo generoso e appassionato e forse non potrebbe essere altrimenti, perché, a mio parere, chi fa questo lavoro non può essere arido o cinico, non riuscirebbe a condividere i suoi mondi, i suoi sentimenti, le sue intuizioni con gli altri. Le circostanze della vita, poi, spesso possono portarti all’egoismo, alla rab- bia e infine anche al cinismo, ma devi saper reagire, non farti cambiare in qualcosa che non sei. Poi, attenzione, questo Scrooge solo e solitario, in una commedia, riesci anche a intenerirlo, a renderlo più umano».

Lei è un po’ “l’uomo dei sogni”. Tanti progetti, ogni volta più ambiziosi, e riesce sempre a condurli in porto. Il prossimo traguardo?
«Sempre lo stesso, che i film arrivino al pubbico e che siano sempre una festa emotiva. Che questo sasso finisca nel lago e produca tanti cerchi, sempre più larghi, che arrivino dappertutto. Questo dovrebbe essere il cinema: lasciare emozioni, pensieri, dolcezza, pianto, divertimento. Basta con il cinema degli ideologismi e delle tesi, io ho sempre preferito le storie. Dobbiamo essere più autori e meno autoriali».       




PADRE DI 4 FIGLI

Nato a Roma nel 1953, frequenta l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica senza terminarla ed esordisce in teatro. Nel 1987 si sposa con Margaret Mazzantini da cui ha quattro figli: Anna (1990), Pietro (1991), Maria (1995), Cesare (2005). Nel cinema esordisce nel 1981 come semplice comparsa. Vince due Nastri d'Argento con “Il grande cocomero” della Archibugi e “L'uomo delle stelle” di Tornatore, nonché un David di Donatello per “Non ti muovere”. Tra i suoi film migliori: “La famiglia”, “Stasera a casa di Alice”, “Con gli occhi chiusi”, “L’ora di religione”, “Il regista di matrimoni”, “La stella che non c'è” di Amelio, “Caterina va in città”.
                                   


Condividi su:
Galleria Immagini