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Edward Norton: amo i paradossi

“Chi comanda, spesso, lo fa contro di noi e le nostre leggi”

Gio 22 Nov 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Dopo “Fight Club” avremmo tutti giurato sulla sua esplosione come attore. E in verità per i cinefili lui è un talento straordinario da sempre, con quel viso scavato e quegli occhi straordinariamente espressivi. Sa emozionarti fino alle lacrime, pronunciare un discorso al vetriolo per Spike Lee, diventare una maschera di freddezza con una facilità impressionante. Dopo qualche tempo ai margini, con una delle sue scelte spiazzanti è tornato con “The Bourne Legacy” (ora in dvd), quarto capitolo della saga sull’agente Cia smemorato. In quell’occasione abbiamo parlato, un po’ di tutto.

Siamo sinceri, ci siamo molto stupiti della sua presenza nel cast di questo film!
«In nessun lavoro devi scegliere in base a dei pregiudizi, è semplice. Apprezzo molto Tony Gilroy, il regista, e gli altri interpreti del film, con cui desideravo lavorare da tempo. Poi è vero che, ogni volta che entri in un progetto seriale, ti devi chiedere quale sia la ragione per continuare a raccontare quella storia, se c’è qualcosa che la fa progredire o se al contrario la fa tornare indietro. Ma se la risposta a questo quesito è positiva, allora nulla ti impedisce di salire a bordo. In questo caso, il fatto che Tony avesse scritto gli altri capitoli e fosse ancora interessato a scriverne era già abbastanza affascinante. Avevo ragione: il suo modo di analizzare in profondità le implicazioni morali della saga, soprattutto i compromessi etici che le persone fanno in nome degli ideali, danno una nuova dimensione al racconto, in particolare emotiva e morale, che pensavo valesse la pena di esplorare e vivere in prima persona».

L’impressione è che lei cerchi solo personaggi “difficili”, complicati. É vero?
«Tutti gli attori sono portati a interpretare personaggi complessi. Verissimo è che quelli che preferisco io sono i personaggi che si muovono tra paradossi, che non sono etichettabili e vivono delle e nelle contraddizioni. Questi, come accade nella vita, sono i più interessanti, e ciò vale, chiaramente, anche per “The Bourne Legacy”. C’è l’azione e il brivido dello spy thriller, ma al centro di tutto in fin dei conti si trova questa specie di triangolo morale tra me, Jeremy Renner e il personaggio di Rachel Weisz: tre persone accomunate dall’aver preso decisioni basate sui propri ideali, perseguendo uno scopo nobile, ma accettando compromessi che non possono in alcun modo rientrare nella definizione di “bene”. Nella sceneggiatura è molto chiaro:  ciascuno di essi ha fatto cose di cui non va fiero in nome di un bene maggiore, il che è interessante perché credo sia esattamente quello che accada, spesso, nella vita reale. Non sono supereroi, ma persone normali. E vivono nella nostra realtà, quella dove si può, e forse si deve temere che i governi e le grandi multinazionali facciano cose orrende nel nostro nome, spacciandole per il bene comune. Ecco, quel che mi interessa come attore, è rappresentare psicologicamente il momento in cui le persone si convincono che è giusto fare queste cose e che le vogliono fare davvero. Anche per capire meglio il nostro mondo».

Un film così fantasioso, quindi, è ben più reale di quello che possiamo immaginare?
«Penso che sia molto aderente alla realtà. Ormai ogni mese si scopre che gli Stati Uniti sparano missili su Paesi che non sono in guerra con noi, come lo Yemen: ci deve essere qualcuno nelle stanze dei bottoni che prende queste decisioni. Forse lo stesso presidente, ma comunque sono azioni che vanno contro tutte le nostre leggi e tutte le nostre regole. Qualcuno deve aver giustificato queste azioni, qualcuno deve aver intravisto minacce tali da violare tutti i nostri principi costituiti. Non è forse simile a quello di cui parlavamo prima?».

Ci ha stupito vederla con i capelli bianchi in questa pellicola.
«Abbiamo scelto di farlo pensando a Rahm Emanuel, il primo capo dello staff di Obama e attuale sindaco di Chicago. Quando il presidente è stato eletto, era abbastanza giovane e i suoi capelli erano scuri: tempo due anni e sono diventati bianchi. Pensavo che fosse un buon modello a cui ispirarsi per far pensare a una persona molto giovane oppressa dal peso e dallo stress di grandi responsabilità e scelte difficili. Una mia idea che a Tony è piaciuta subito».

Quali sono i grandi cattivi che l’hanno colpita nella storia del cinema?
«Quelli che mi vengono in mente sono Daniel Day-Lewis ne “Il Petroliere”, Gene Hackman in “Superman”, John Huston in “Chinatown”. Mi piacciono i cattivi affascinanti, con cui andresti più volentieri a cena che con un “buono”».

E ora cosa dobbiamo aspettarci?
«Spero finalmente di trovare i soldi per “Motherless Brooklyn”, tratto da un libro di Jonathan Lethem, e tornare dietro la macchina da presa. Quel racconto lo trovo straordinario, ha una forza incredibile e dei personaggi ossessivo-compulsivi davvero interessanti. Spero, lo confesso, di riuscire anche a interpretarlo».    

 



FIGLIO DI UN MAGISTRATO
Nasce in Columbia nel 1969. Suo padre è magistrato e sua madre, insegnante, muore prematuramente il 6 marzo 1997 per un tumore. Nel 1991 si laurea a Yale in Storia e Cultura Orientale. Vive in Giappone, lavorando per la Enterprise Foundation, associazione di volontariato fondata dal nonno. Torna a New York e debutta al cinema nel 1996 con “Schegge di paura”, segue “Tutti dicono I Love You” di Allen. Nel 1998 è ne “Il giocatore”. Nel 1998 è protagonista di “American History X”, nel 1999, di “Fight Club”, nel 2002 di “La 25ª ora” e di “Red Dragon”; nel 2006 di “The Illusionist”. Nel 2008 de “L'incredibile Hulk”. Seguono “Fratelli in erba”, “Stone”. Del 2012 è il film “The Bourne Legacy”.
 


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