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Le truffe (di Stato) dell’immondizia

Le discariche dovevano chiudere perché inquinano e costano di più. Invece grazie alla ‘casta’ restano il principale sistema di smaltimento

Gio 22 Nov 2012 | di Francesco Buda | Ambiente
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Sui rifiuti ciò che più contamina e puzza sono le deviazioni, le bugie e gli incesti politico-affaristici. Ingannati, tartassati ed inquinati, gli italiani sono ostaggio delle lobby dell'immondizia, sotto la dittatura delle discariche. I dati più aggiornati forniti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale dicono che nel 2010 quasi la metà dei nostri rifiuti urbani (il 46%) è stata smaltita in queste bombe ecologiche. Sono 211 i siti tuttora attivi (oltre a quelli illegali), dopo che nel 2003 ne hanno dovuto dismettere ben 263 perché non in regola con la normativa europea. Fermo restando che spesso sotto quelle tuttora aperte le falde acquifere sono contaminate. E se ci aggiungi che un buon 17% dei  materiali che giudiziosamente separiamo per la raccolta differenziata finisce negli inceneritori, risulta che va perso oltre il 63% di ciò che potrebbe trovare nuova vita. Il tutto, tra tasse, soprattasse, deroghe e proroghe. Con costi ambientali, sanitari ed economici ingentissimi. Tecnicamente potremmo definirle truffe di Stato, che inchiodano il Paese in una costante illegalità, visto che non rispetta le leggi che esso stesso si è dato, spremuto dai clan imprenditoriali del settore ed esposto alle salate multe europee. E indovinate a danno di chi?

ITALIA FUORILEGGE
Progressi ce ne sono, ma siamo ancora con il freno a mano tirato. Entro il 31 dicembre di quest’anno avremmo dovuto raggiungere per legge almeno il 65% di raccolta differenziata. Lo stabilisce il Codice ambientale in osservanza delle indicazioni dell'Unione Europea. Ma nessuna macro-area del Paese probabilmente chiuderà il 2012 in regola.

TRUFFA DELL’ECOTASSA
Questo dopo che, dal primo gennaio 1996, la normativa italiana puntava alla progressiva chiusura delle discariche, scoraggiando l’invio in discarica dei rifiuti a favore di sistemi meno nocivi e più intelligenti, in primis recupero e riciclaggio. A tale scopo era stato introdotto il tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi, la cosiddetta ecotassa: sotterri i rifiuti e avveleni il territorio invece di riciclarli? Paghi di più. Questo il senso della gabella, accollata ai gestori di discariche e incassata dalle Regioni. Pare che nesuno abbia controllato per bene, in questi 15 anni, dove siano finiti effettivamente quei quattrini. L’ecotassa doveva servire fondamentalmente a ridurre la produzione di rifiuti, a favorire il recupero delle materie prime, a finanziare bonifiche ambientali e la tutela delle aree naturali protette. E invece, molto spesso e in misura diversa nelle varie aree del Paese, è stata ridotta a mera leva fiscale a favore delle Regioni senza disincentivare i boss dell'immondizia, che dettano tempi, modi e costi del trattamento del nuovo oro nazionale, la monnezza. In barba alla direttiva europea n. 99/31/CE, che imponeva di chiuderle tutte entro il 2005, le discariche restano il principale sistema di smaltimento in Italia e la produzione di rifiuti è cresciuta.

TRUFFA DELLA TASSA SULL’ECOTASSA
Nel 2006 arriva il Codice ambientale, che ha introdotto un'addizionale sull'ecotassa: i Comuni che non raggiungono gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dalla legge, pagano un bel 20% in più sui rifiuti portati in discarica. Ottime intenzioni, anche qui. Peccato che quegli obiettivi non sono mai stati centrati.
I ritardi e i lassismi della casta politico-affaristica hanno affossato soprattutto il Centro, a cominciare dalla Capitale, e il Sud, con punte di immondizia sepolta in discarica che toccano il 93% in Sicilia, l'84% in Molise e Basilicata, il 74% nel Lazio (record nazionale con 2,5 milioni di tonnellate in discarica nel 2010).

TRUFFA DELLA TARIFFA
Quasi ovunque in Italia ogni famiglia è costretta a pagare il servizio rifiuti, a prescindere da quanta immondizia effettivamente produce.
Per evitare ciò, nel 1997, è nata la Tia, tariffa d'igiene ambientale, ispirata al principio “chi più inquina più paga”. Altra buona norma tradita. Doveva far sì che ognuno pagasse in base ai rifiuti conferiti e a quanto effettivamente utilizza il servizio, al contrario della vecchia tassa Tarsu. Ebbene, oggi la Tia è applicata a circa 1/3 della popolazione italiana, ma quasi da nessuna parte si paga in proporzione alla spazzatura prodotta. Anzi, il costo del servizio di igiene ambientale è salito in media del 9% nel solo 2010 (dati Ispra).

TRUFFA DELL’IVA SULL’IMMONDIZIA
Inoltre, sulla Tia e sulla Tarsu, ci hanno applicato pure l’Iva al 10%. Una imposizione vampiresca che è illegittima. Nel 2009 la Corte costituzionale ha dichiarato l’Iva non applicabile alla Tarsu e a marzo scorso la Corte di Cassazione ha sentenziato che non va applicata nemmeno alla Tia. Eppure diversi Comuni continuano a chiederla. L’associazione Altroconsumo ha presentato al Governo una richiesta firmata da 35.000 persone affinché ai cittadini venga rimborsata l’Iva sull’immondizia illegittimamente riscossa. Gli hanno risposto “no”.

TRUFFA DEGLI INCENERITORI
Trasformare rifiuti buoni e riciclabili in veleni, ossia in rifiuti speciali e in fumi potenzialmente pericolosi bruciando risorse pubbliche. È quanto avviene con gli inceneritori: per ogni tonnellata di materiali che vi vengono introdotti, ne escono dai 200 ai 300 kg di pericolose ceneri da smaltire in apposite (e costose) discariche per rifiuti speciali sui quali c'è una specifica tariffa caricata in bolletta. In questi megaforni, bruciano ancora molta carta, cartone e plastica e in misura minore legno e persino alluminio. Tutti materiali che potrebbero avere nuova vita e fruttare denaro alle casse pubbliche. Non basta dunque differenziare, bisogna andare a vedere poi che fine fanno i materiali. Dai rifiuti che i cittadini diligentemente separano, si possono raccogliere belle somme rivendendoli ai Consorzi obbligatori, istituiti per legge proprio per favorire il riciclaggio. A questi, infatti, vanno i contributi obbligatori che paghiamo su tutti i materiali. Ad esempio, quando compro una lattina di birra, nel prezzo è compreso questo tributo per lo smaltimento. In base alla qualità e alla “purezza”, una tonnellata di carta o cartone può fruttare fino a 23 euro, mentre una tonnellata di plastica fino a 314 euro e l'alluminio fino a 427 euro a tonnellata. Se, però, i materiali li bruciamo, si rompe il circolo virtuoso. A questo “furto” si aggiunge il fiume di sussidi statali che gli inceneritori hanno succhiato con i Cip6. Vale a dire quegli incentivi nati nel 1992 per le fonti di energia rinnovabile e poi estesi truffaldinamente agli inceneritori che generano un po’ di elettricità - strapagata dallo Stato - e alle centrali che invece inquinano e non sono rinnovabili, come quelle a combustibile fossile (gas, scarti di raffineria, sottoprodotti del petrolio). Hanno succhiato circa 32 miliardi di euro, ossia l'80% dei 40 miliardi di Cip6 erogati. Gli inceneritori bruciando producono energia elettrica, ma sempre meno dell'energia necessaria a farli funzionare.  Consumano più di quanto producono. Una bestialità economico-finanziaria.

POTREMMO GUADAGNARCI TUTTI
Racconta il Rapporto Ispra 2012 che sono andati in fumo negli inceneritori oltre 1/4 degli imballaggi provenienti dai rifiuti urbani nel 2009 e nel 2010. Circa 2 milioni e 270mila tonnellate. Quasi tutta carta e plastica, ma anche 7.100 tonnellate di prezioso alluminio e 134mila di legno. Perché non rivendere questo ben di Dio anziché bruciarlo? Uno spreco enorme. Per non parlare dei tumori intorno agli inceneritori e dei relativi costi sanitari. Anche da qui si vede che se le risorse sono dei cittadini ci fanno quel che gli pare a vantaggio delle lobby. Non risulta invece incenerita nel 2009 e 2010 neanche una tonnellata di materiali raccolti presso industrie e attività commerciali private, che evidentemente stanno ben attente a rivenderseli. In questo modo i cittadini hanno pagato almeno 7 volte per smaltire lo stesso rifiuto: contributi Conai, tariffa, Iva, ecotassa, addizionale sull’ecotassa, sussidi statali e... salute.

MORALE: ALZANO L’ECOTASSA
Il 28 dicembre compirà 17 anni la legge n. 549 che introdusse l'ecotassa, da un minimo di circa 10 euro a un massimo di 25 per ogni tonnellata di materiali sepolti in discarica, a discrezione di ciascuna Regione. Che molto spesso applica l'aliquota massima. Nel frattempo in parlamento si stanno adoperando per togliere il tetto massimo all'ecotassa.
Che già di per sé continuerà a salire del 20%. Codice ambientale.           





Differenziare costa meno

I Sindaci non hanno più scuse: il porta a porta abbassa le bollette e l’inquinamento

Il Rapporto rifiuti 2012 dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale chiarisce che più differenziata significa bollette più basse. Se, ad esempio, in discarica finisce il 20% dei rifiuti, il costo totale pro capite è di 139 euro l'anno; se invece in discarica ci si butta il 70% dei rifiuti, ogni abitante è costretto a pagare in media 186 euro l'anno. Perché la raccolta differenziata domiciliare “porta a porta” non è decollata come necessario e come possibile?
“È difficile, la gente è pigra e non capisce, costa troppo”. Queste le scuse di solito usate dai politici. Invece è il modo migliore per separare i rifiuti e fare una differenziata che funzioni nell'interesse di tutti. Lobby e governanti lo sanno da molto. Ad esempio nel 2002 è stato chiarito che a Roma si poteva centrare  entro il 2005 l'obiettivo del 50% di differenziata e riciclaggio. Ma era necessario abbandonare il modello dei “grandi contenitori in sede stradale” a favore del sistema “domiciliarizzato o di prossimità”. Dunque addio al cassonetto multimateriale e largo alla raccolta porta a porta. Lo spiegò la commissione formata dai massimi esperti nazionali in materia, scelti dall'allora Sindaco Walter Veltroni. Nessuno lo ha però detto sui giornali e tg. Veltroni lasciò i cassonetti, tuttora presenti. E infatti la Capitale, città che produce più rifiuti di tutti in Italia, sta messa peggio di Napoli. Così hanno fatto moltissimi Sindaci. Che ora non hanno più scuse. «Il porta a porta costa meno della differenziata coi cassonetti stradali», spiegava già nel 2008 l'Osservatorio nazionale sui rifiuti. E poi con il porta a porta capillare «diminuiscono i costi alla collettività dello smaltimento finale e in 3 anni il modello può raggiungere un nuovo equilibrio», si legge nel Rapporto PRO 2008 firmato dall'Osservatorio. Seppur spesso con il freno a mano tirato, comunque, oggi il porta a porta sta faticosamente scalzando i cassonetti per strada: il secondo Rapporto sulla raccolta differenziata dell'Anci presentato a novembre scorso, afferma che ormai la raccolta a domicilio, in cui ognuno separa in casa i rifiuti e poi li passano a ritirare, è il sistema più usato in Italia e copre oltre il 39% della popolazione nazionale in 3.305 Comuni.                            




Quanto può guadagnare la collettività         

Se i Comuni fanno la differenziata, possono guadagnare su ogni tonnellata di materiale raccolto, in base alla qualità:

• Carta e cartone da 5,7 a 91,38 euro

• Alluminio da 174 a 427 euro

• Plastica domestica da 194,7 a 314

• Vetro da 0,51 a 37,57 euro

• Multimateriale da 6,97 a 250 euro

Fonte Rapporto raccolta differenziata Ancitel 2011




Scandalosa Roma

Emblema delle resistenze ad una sana gestione dei rifiuti è la Capitale d'Italia. “Il Lazio, con oltre 2,5 milioni di tonnellate rifiuti è la regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità di rifiuti urbani, pari al 74% di quelli prodotti”. Lo scrivono gli autori del Rapporto rifiuti urbani Ispra 2012. A pesare come un macigno è Roma, che da sola ancora porta in discarica quasi 1,9 milioni di tonnellate di rifiuti l'anno.           



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