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Gianni Amelio: Ho dato voce ai precari

Ecco perché il nostro è un mestiere privilegiato

Ven 21 Dic 2012 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive

Ha lasciato, non senza amarezze, il festival di Torino che ha diretto per quattro anni. Ha già iniziato, con entusiasmo, il suo prossimo film, “L'intrepido”, che ha come protagonista Antonio Albanese. Gianni Amelio è un artista complesso e discontinuo e, anche come uomo, vive una lunatica alternanza tra cordialità, gentilezza e aggressività. Qui noi proviamo a raccontarlo, fin dai primi ricordi di cinefilo e regista, per arrivare a oggi.

Partiamo con una domanda banale: come va?
«Bene - e mi piace dirlo - perché tutti, in questo nostro mondo, stanno ad angustiarsi per il dettaglio fuori posto più insignificante. Soprattutto nel mio ambiente non capiscono che facciamo quello che amiamo, che siamo dei privilegiati. Quando li sento, penso sempre a una visita che mi colpì molto, nel nord dell’Albania, in una miniera di cromo. Mi sentii quasi male lì dentro, poi vidi che la donna che era con me, aveva tutte le mani ferite. Le chiesi perché. Mi spiegò che in quei tunnel bui gli uomini estraevano il cromo, che è incastonato nella roccia. E loro, le donne, a mani nude, perché non è possibile altrimenti, tiravano via la roccia».

Come ha iniziato a fare quello che più le piace?
«Ricordi L’occhio, l’orecchio, la bocca? La sai la storia? Quella vera? A Trastevere un pizzicarolo, un droghiere, fu ucciso con un coltello da una bimba di dieci anni. Si dice per un tentativo d’abuso. Aveva solo un erede molto alla lontana, che volle subito affittare il locale: aveva un cortile fantastico, dietro il negozio. Lo presi, comprai a una lira le sedie di legno del Moderno di Piazza Esedra, che stava rinnovando la sala, e le dipinsi di blu. Era il 1970, avevo 25 anni, avevo fatto solo il mio primo lavoro sperimentale, “La fine del gioco”. La prima rassegna fu sul noir americano. Amo il cinema, credo, perché ho avuto una storia di spettatore meravigliosa. Al Giovane Trastevere, a volte, ero l’unico spettatore. Costava 150 lire il biglietto, a volte me ne davano 200 per andarmene, gli costava troppo fare la proiezione solo per me. E a Catanzaro, Messina gli spettacoli prima delle 13.30 costavano la metà: ricordo le corse per vederne almeno due, a volte pranzavo solo con un arancino. Adesso se me ne offri uno, ti mando a quel paese».

Ha già iniziato a lavorare sul prossimo film. Ce ne parla?
«Non vorrei, ti dico solo il titolo, “L’intrepido”. Ricordi quella rivista, quei fumetti? Meravigliosi, pensavo fossero foto. Ho sognato spesso un film d’animazione, ma non lo so fare. Avrà come protagonista Antonio Albanese. Posso dirti però che il digitale, con cui lo girerò, è affascinante, molto. Ti libera di tanti fardelli, in primis la pesantezza stessa della macchina da presa. E poi hai tutto sul computer, è una rivoluzione come lo fu l’Avid in montaggio: non dovevi più tagliare la pellicola. E questo però è anche un rischio, ti deresponsabilizza, non ci sono più quei gesti “definitivi”. Una volta l’assistente del grande montatore Serandrei perse tre fotogrammi. Non li ritrovò e per giustificarsi disse che erano solo tre. Lui si incazzò tantissimo e disse “Anche se sono solo tre fotogrammi, tu devi fare il tuo lavoro come fossi un pilota d’aereo e da te dipendesse la vita di 300 persone!”. Insomma, ti dà un’enorme libertà, ma può trasformarsi anche in una grande trappola».

Vedere tanti film da direttore di Torino l'ha aiutata nel lavoro di regista? Molti suoi colleghi dicono di non vedere le pellicole degli altri, per non farsi condizionare.
«Ma per carità, lo dicono perché sono invidiosi e gelosi: chi fa cinema e non lo guarda ha paura di vedere cose belle fatte da altri. E, infatti, vedono solo le boiate, per rinfrancarsi. Io lo trovo un nutrimento unico, lavoravo già al nuovo film e nel frattempo mi facevo anche 20 ore di visione consecutive per scegliere le opere da selezionare, più volte arrivavo nel primo pomeriggio e finivo a notte fonda. Toglimi il cinema, da fare e da vedere, e mi togli la metà del gusto di vivere. Ti faccio un esempio: sono uscito da “Skyfall” e ho goduto come un pazzo. Quello è cinema cinema cinema, un Bardem clamoroso, una Judi Dench che è Medea, unica. Una tragedia greca modernissima, snobbata perché marchiata 007».

Cosa l’ha amareggiata di più in questi mesi difficili del suo ultimo anno a Roma?
«Solo ed esclusivamente l’ingerenza di una certa politica, davvero molto pesante. L’unico problema avuto in questi anni. Che prima non c’era, nei primi due anni quasi non sentivo la Bresso. Appena insediato Cota, invece, ha chiesto il mio licenziamento per essere andato all’università occupata a parlare con gli studenti. Lo faccio tutti gli anni, con Emanuela, in quel caso era occupata e l’ho fatto con gli occupanti. Ecco perché mi disturba quello che ha fatto Loach, il non aver accettato il Gran Premio Torino per solidarietà con i lavoratori della Rear del Museo Nazionale del Cinema: un gesto massimalista e autoreferenziale. Le nostre reciproche biografie parlano da sole, le mie azioni pure. Quanto sarebbe stato più efficace e concreto che agisse qui? Ho fatto entrare in sala gli operai che protestavano, ho dato voce a tutti. E i miei problemi nascono proprio dall’aver dato voce a studenti e precari».

La politica, sempre lei. Da anni, da destra a sinistra, massacra la cultura.
«A proposito di questo mi viene in mente un giornalista che in un dibattito acceso con Reagan disse: “Fra tre anni lei non sarà più presidente, ma io sarò ancora giornalista”. Ecco fra qualche anno molti dei politici che ho incontrato non avranno più il potere, ma io sarò ancora regista. Il loro problema è la mentalità italiota, peggiorata negli ultimi anni: usare il denaro pubblico come se fosse proprio, agire secondo i propri interessi politici e non per il bene della città. Usano il cinema e la cultura come propaganda, come in un passato non rimpianto, per poi abbandonarlo quando non gli serve e trovano qualcosa di più utile.  A loro. Tutti fatti con lo stesso stampo e senza savoir faire».                                          



BIOGRAFIA
Gianni Amelio nasce a San Pietro di Magisano il 20 gennaio di 68 anni fa. Il suo ultimo impegno l’ha visto dirigere per quattro anni il Festival di Torino, durante il quale ha trovato anche il tempo di girare “Il primo uomo”, tratto da Camus e proprio ora nelle sale francesi. Con “Così ridevano” è stato l’ultimo italiano a vincere il Leone d’Oro a Venezia quasi quindici anni fa, ma nella sua filmografia si trovano, tra gli altri, anche i bei “Colpire al cuore” (sul terrorismo), “I ragazzi di Via Panisperna” e, soprattutto, gli acclamati “Il ladro di bambini”, “Lamerica” e “Le chiavi di casa”. Ha vinto quattro Nastri d’Argento e un David di Donatello.


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