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Carlo Verdone: Oggi sono tutti uguali

Il racconto personale del regista e attore romano

Ven 21 Dic 2012 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 4

Carlo Verdone si è messo a nudo. O meglio: si è fatto mettere a nudo nel documentario realizzato su di lui da Gianfranco Giagni e Fabio Ferzetti, “Carlo!”, in homevideo e prossimamente in onda sui canali Rai. Carlo racconta di sé, apre le porte della sua casa, mostra filmati girati tanti anni fa e ormai impolverati dal tempo e racconta di un Carlo dalle diverse anime. Compresa quella “coatta” che viene fuori dal racconto della figlia Giulia che ricorda quando papà Carlo le faceva recitare la sera le preghiere per il nonno, la nonna e Jimi Hendrix!
«Non ho mai pensato di essere interessante in quanto persona. E il fatto che abbiano deciso di realizzare un documentario su di me, mi fa credere che abbiano visto qualcosa di particolare nella mia carriera e vita».

Un racconto, non una celebrazione dell’attore-regista che, se non fosse stato per una serie di coincidenze, probabilmente a quest’ora farebbe tutt’altro.
«Nella vita accadono spesso degli avvenimenti che sembrano normali, incontri dove devi andare e dove, a volte, non vuoi andare. Apparentemente insignificanti, poi diventano qualcos’altro, perché dentro di loro hanno una piccola gemma che devi saper cogliere al volo. La mia vita è stata dettata da colpi di fortuna. La fortuna più grande è stata quella di avere avuto una famiglia come quella che ho avuto: padre, madre ed entourage. Loro mi hanno dato la spinta verso la frequentazione di tutti. Del mio quartiere, della gente intorno a me. Mio padre era molto simpatico oltre ad essere serioso. Amava il Belli. Anche mia madre era molto romana. Mi spingevano ad osservare, a notare dei tic, i difetti che facevano poi rivivere parlando a tavola. È qualcosa che mi hanno iniettato».

Quale è stato per te il fatto imprevisto?
«Se non ci fosse stato nel 1976 l’arrivo a Roma di un amico inglese che non parlava una parola di italiano, io non lo so cosa sarebbe successo. Ricordo che mi trovai una sera a dovergli far passare la serata. Allora mi domandai: “Mo, ndo’ lo porto?”. Era il tempo del teatro off. Allora lo portai al teatro Alberico (negli anni ’70 uno dei teatri off più importanti della Capitale – ndr), dove c’era un mimo, il compianto Daniele Formica, che faceva uno spettacolo muto. Steve si divertì abbastanza. Poi rimanemmo a cena lì, perché il teatro si trasformava in un ristorante e, allora, incontrai un vecchio amico che mi disse: “Ma c’è ancora quel personaggio che abita là, nel tuo palazzo, Stefano?”. Gli risposi di sì, cominciando a raccontare e imitare. Ad un certo punto vidi che i ragazzi del Patagruppo, che facevano teatro sperimentale, mi ascoltavano interessati. Antonio Bino che dirigeva il teatro mi disse: “Ma tu hai fatto il Centro sperimentale? Sai che sei un bravo attore? Perché non scrivi un monologo?”. Tornai a casa e dissi questa cosa ai miei genitori. Parlai con mio fratello e i miei amici. L’unica che mi diede una grande spinta fu mia madre, che mi disse: “Io ci proverei Carlè! Ricordati che al teatro universitario te la cavavi bene”. È nato tutto così. Se non fosse arrivato il mio amico, non sarei andato da Alberico. Sarebbe successa qualche altra cosa? Non lo so! Spesso sembra che il destino decida per te, misteriosamente. Come se la vita ti indicasse i passi che devi fare».

Credi nella fortuna?
«Posso dire questo: esiste una fortuna per il lancio iniziale. Ma non esiste la fortuna per continuare. O ce l’hai il talento o non ce l’hai. Perché è il pubblico che poi ti dà o un cartellino rosso o uno giallo… Io posso dire di aver avuto la fortuna di aver avuto un produttore, serio, affettuoso, in gamba come Leone e un altrettanto serio produttore televisivo come Enzo Trapani. Poi sono andato avanti per conto mio. Credo che la fortuna più grande sia stata quella di aver frequentato tanta gente. Di non essermi fatto sfuggire nulla. Se non mi fossi fatto quel viaggio in Polonia con due miei amici del cuore, probabilmente il bullo di “Un sacco bello” con tutti quei discorsi da mitomane non sarebbe venuto fuori.
Ho sempre avuto curiosità per il quartiere per la gente. E ho sempre ricordato tutto: sia le cose belle che quelle tragiche, quelle comiche, quelle atroci e quelle miserabili. Ma era come se ci fosse un film continuo. Tutto ciò che ho assorbito, l’ho portato nei miei due film. Una impostazione molto teatrale, ma che aveva a che fare con i personaggi catturati durante i miei viaggi, durante le mie escursioni anche nel palazzo, o all’università o durante le prime assistenze alla regia che facevo. Sono tutte voci della vita. Io sono stato sempre imitatore del personaggio grigio. Partendo da lì, dalla voce, dall’atteggiamento ho cercato di ricostruire la personalità dei personaggi».

Quante anime ci sono in te?
«Ritengo di avere vari colori: malinconia, ironia feroce… è molto difficile dare una connotazione alla mia commedia. Lo capisco benissimo».

Quale è stata la considerazione che hai più apprezzato su di te?
«Una volta Freccero disse una cosa che lì per lì mi fece star male. Poi ho riflettuto e ho capito che aveva detto una cosa giusta. Disse che, se “Compagni di Scuola” non lo avesse firmato Carlo Verdone quello degli sketch, sarebbe stato un film da prendere molto più sul serio. Aveva ragione. Io stavo sterzando: già prima ero uscito con “Io e mia sorella” che amava molto Pontecorvo. Ricordo che con quel film ho acquistato la stima di un gruppo di cineasti intellettuali. “Compagni di scuola” per uno che fa “Nonnaaa” (lo dice usando la voce di Mimmo in “Bianco rosso e verdone” - ndr), entrare in quella cupezza, in quel film oscuro, tetro - fui rimproverato dagli stessi sceneggiatori, De Bernardis mi disse che l’avevo fatto troppo cattivo -: tant’è che avevo paura quando uscì quel film, ma nello stesso tempo sentivo che dovevo farlo così. Capii che portavo dietro un’eredità troppo popolare, ma che quel film era un film d’autore. Capivo lo sbalestramento di chi lo osservava e di chi doveva criticarlo, perché improvvisamente Verdone era diventato un’altra cosa».

Poi il tempo rende giustizia, sono venuti altri film, il mosaico si compone e si nota che Verdone ha diverse anime.
«Il pubblico si è divertito con “Gallo cedrone”, dove fa una critica sociale e anticipa una certa mitomania di oggi. “Viaggi di nozze” una piccola lezione sociologica, periodo particolare con Ivano e Jessica che svettano sugli altri. “Perdiamoci di vista”, per esempio, è un film coraggioso: ho dovuto lottare per fare quel film. Cecchi Gori non lo trovava popolare, pensava che avremmo allontanato gente dalle sale per quella sedia a rotelle. Questa cosa mi fece ancora di più avere la forza di scrivere quel film contro la televisione del dolore a favore in qualche modo dei tanti problemi che devono affrontare i diversamente abili. Avevo conosciuto una ragazza con quel problema e lo sentivo vicino a me. Ho sempre lottato nella mia vita per affermare quello che volevo fare. Ma l’ho sempre fatto con molta onestà».

Quali sono i vizi di oggi che stimolano di più la tua fantasia?
«Sembrerebbero tanti. In realtà sono pochi. Perché tutti sono uguali agli altri. Negli anni ho raccontato i bulli, i logorroici, gli imbranati, i mitomani: ognuno aveva una sua caratteristica. Oggi sono tutti uguali. Nessuno svetta in maniera particolare. Sembra una società che si è omologata. Guarda il calcio, specchio nitido di quello che è una società medio-bassa di giovani: tutti stesso taglio di capelli, stessi tatuaggi. Chi non è così non è un guerriero: come se si mandassero un segnale. Allora bisogna individuarli singolarmente, penetrarli, scovare qualcosa di curioso. Ma noto che c’è tanta omologazione. Noto piuttosto delle patologie che sono uguali, ma che poi si differenziano: come la mitomania, malattia dell’oggi. Negli ultimi tempi siamo stati scavalcati dalla politica: basta leggere i giornali per vedere la loro mitomania! Questa incursione della politica nella commedia all’italiana, purtroppo, è qualcosa di deprimente. Noi siamo in crisi perché non sappiamo cosa raccontare. Parlare ancora di politica, francamente, non vale la pena. Ogni 48 ore esce qualcosa di nuovo, qualche scandalo nuovo. Ci sono quei tre, quattro comici bravi, come Crozza che è bravo, fa il suo lavoro. Ma noi? Io? Allora io non penso più di raccontare il tipo, ma il tema: allora il tema delle difficoltà delle relazioni sentimentali, della famiglia, di questa società liquida di consumatori bulimici come dice il grande Bauman che ci ha resi tutti uguali».

Oggi girando per Trastevere non avresti la stessa possibilità di cogliere quelle tipologie?
«Dico la verità: qualcosa di interessante lo trovo nei vecchi trasteverini, ridotti ad un pugno di persone, anziane soprattutto, che hanno ancora una poesia da comunicarti, oltre che una risata su una filosofia di vita, sul modo di dire, su come sottolineare una certa cosa. C’è sempre quella battuta sarcastica, comica, un po’ cattiva che ha un sapore».                                   



CARLO!
Carlo Gregorio Verdone (17 novembre 1950) padre di due figli, attore, regista, sceneggiatore, è ricordato soprattutto per “Compagni di scuola”, “Maledetto il giorno che t'ho incontrato”; “Al lupo, al lupo”, “Viaggi di nozze”, “Il mio miglior nemico”, “Bianco, rosso e Verdone”, “Grande, grosso e Verdone”, “Un sacco bello”, “Viaggi di nozze”, “Posti in piedi in Paradiso”. Al Festival del Film di Roma ha presentato il documentario “Carlo!”. A febbraio, in occasione dei 10 anni dalla morte di Sordi, presenta un omaggio alla memoria e alla figura di Albertone, diretto da Luca Verdone.


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