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Hunza, il popolo che non si ammala mai

Ultracentenari, fanno figli a 70 anni e stanno in pace

Ven 21 Dic 2012 | di Alberico Cecchini | Attualità
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Vita media dai 120 ai 140 anni, niente malattie nonostante digiuni lunghi anche un paio di mesi ogni inverno, solo cibi naturali autoprodotti, immersi in una natura dura ed estremamente esigente. Gli Hunza, tra le montagne pakistane al confine con la Cina, sono il popolo più sano del mondo. Forse grazie al loro isolamento millennario determinato dagli impervi sentieri a strapiombo su valli mozzafiato circondate da vette di oltre 7.000 metri.
La loro vita ci interpella: di cosa si nutrono veramente? E se fossero così longevi perché più vicini alla vera natura della persona, cioè libera, forte, indipendente? Da sempre lavorano la terra, ma a migliaia di metri di altezza. Vicini al cielo, lontani dagli altri uomini e dal ‘mondo sviluppato’. E difatti sono quelli che campano più a lungo sulla faccia del pianeta, con una tempra ignota a qualsiasi altro gruppo sociale, mantenendo pressoché inalterati udito, vista e denti, fanno figli anche a 70 anni ed oltre. Avvolti nella semplicità, non conoscono l'ansia né disturbi nervosi, ospiti di una vallata meravigliosa ma anche aspra e che centellina i frutti; hanno una straordinaria resistenza alla fatica e alla fame, specie d'inverno quando affrontano senza mangiare la penuria di derrate che ogni anno si presenta. Si arrampicano su per sentieri e rocce himalayane anche in tardissima età, camminando fino a 200 chilometri, dopo i 100 anni non è raro che coltivino ancora i loro fazzoletti di terra e allevino caprette, pecore, mucche e qualche gallina.
Sono circa 10 mila persone, secondo Ralph Bircher, tra i massimi esperti di questa civiltà ultracentenaria. Ad essa ha dedicato un libro dal titolo che è tutto un programma: “Gli hunza, un popolo che ignorava la malattia”. Non a caso pare che fosse proprio dalle loro parti Shangri La, il mitico luogo della gioventù eterna raccontato in “Orizzonte perduto”, il romanzo di James Hilton. Nelle fantasie del celebre scrittore, lì viveva una comunità che produceva solo lo stretto necessario per vivere in armonia ed aveva bandito le umane debolezze. Niente odio, né invidia, avidità, avarizia, violenza, ira, adulterio, adulazione o insolenza. Una specie di eden terreno. E questo spirito è forse il “segreto” degli Hunza, gente in carne ed ossa tuttora vivente. Poi l'alimentazione quasi totalmente vegetariana e naturalissima - si dice - magari insieme alla particolare acqua alcalina che bevono.
E ancora, la perfetta compatibilità del loro sangue coi cibi che mangiano, oltre alla distanza dalla civiltà industriale. Distanza che sta diminuendo e che come un contagio li sta staccando dalla loro natura.                                   




ANALFABETI, MA CHE CULTURA DI VITA!
L’arte e la letteratura risultano pressoché assenti tra gli Hunza. Lo studioso E.O. Lorimer notò che la religione e la preghiera venivano vissute intimamente. Diversamente dai popoli limitrofi, non hanno nessuna pratica esteriore, né rituali, né preghiere, né templi. Solo dopo tre mesi scoprì per puro caso che un contadino, per nulla distinguibile dagli altri, era una sorta di prete laico. Non esiste superstizione, malocchio, magia, come avviene invece per i popoli vicini, dai quali si distinguono ancor più per il fatto che le donne non portano il velo ed hanno parità di diritti. Nonostante la carestia gli Hunza rimangono un popolo legato e solidale, allegro, ospitale e generoso, esente da avarizia ed egoismo, forse queste caratteristiche unite alla loro intima spiritualità spiegano, più dell’alimentazione, la longevità e la salute di questi individui. Anche se queste eccezionali caratteristiche stanno attenuandosi con l’arrivo dello “sviluppo”, e dell’alfabetizzazione.


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