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Giacomo Manzų: arte č amore

Incontro con inge manzų, moglie di uno dei pių grandi artisti di tutti i tempi

Ven 21 Dic 2012 | di Francesco Buda | Interviste Esclusive
Foto di 9

Un uomo bambino, artista per natura, tra i geni più creativi e fecondo del ’900: Giacomo Manzù. Le sue sculture sono opere somme dell'arte contemporanea. Abbiamo incontrato la moglie Inge, per 35 anni al suo fianco, innamoratissima oggi come allora, modella devota per le sue celebri sculture: è lei, immortalata nel “Passo di danza”, a ricevere chi entra nella sede Rai di viale Mazzini a Roma.
Un amore, ironia della sorte, scoccato proprio in quell’Accademia di Salisburgo dove Manzù parlò così agli studenti: “L’opera d’arte scaturisce unicamente e solo da un moto d’amore… La condizione essenziale per la vostra opera è che dal vostro intimo scaturisca un fuoco che investa la materia che non può restare semplicemente tale, perché sotto le vostre mani dovrà sublimarsi in spirito”.
La signora Inge ci accoglie sul Colle Manzù, tra Aprilia e Ardea, vicino Roma. Qui il grande Maestro creava i suoi capolavori, qui disegnava, forgiava, plasmava, fondeva. E qui passavano filosofi come Heidegger, poeti del calibro di Eugenio Montale, celebrità del cinema, capi di Stato. Venivano a trovare lo scultore che, come Michelangelo, entrò nelle sacre stanze del palazzo apostolico a ritrarre il Pontefice di Santa Romana Chiesa. L'amato Giovanni XXIII, che gli commissionò l'emblema del Concilio Vaticano II, per il pavimento del portico di San Pietro.
Venivano qui forse per incontrarsi con il segreto di quella sua semplicità, caparbia, vulcanica e irriducibile. “Io lavoro perché mi è una necessità indispensabile all'anima – è il pensiero di Manzù -. Per il resto, se vi è qualcosa da dire, penseranno i miei disegni e le mie sculture”. «Quando lo vidi – racconta Inge – mi colpì lo scintillìo dei suoi occhi». Un fuoco che non perse mai.
«Per me è come se non fossero passati questi 21 anni – confida Inge, gioiosa -, non li sento affatto. Lui è vivo per me. Ha deciso di chiudere i suoi begli occhi quel giorno, il 17 gennaio del 1991, quando scoppiò la guerra del Golfo (le truppe Usa invasero l'Iraq, ndr) e credo che abbia chiuso gli occhi per non vedere quello scempio, la guerra.  Lui che era un uomo di pace. Non saprei cosa direbbe oggi Giacomo, non capirebbe i politici e quello che accade».

Manzù realizzò il calco della mano di  Giovanni XXIII, quella mano che firmò la Pacem in Terris...
«Me la mostrò appena fatta, dentro un cesto, tornato triste dal Vaticano appena morto il papa: era la cera con il calco della mano che aveva firmato quell'enciclica. La sfiorai, era ancora calda. Per Giacomo è stato molto bello l'incontro con Papa Giovanni. Loro parlavano e si intendevano come due uomini semplici».

La vostra è la storia di un grande amore, nato da un colpo di fulmine. Come fu?
«Sì, nel lontano 1954 io ero al teatro di Salisburgo e lui teneva dei corsi all'Accademia di Salisburgo. Kokoschka (grande pittore austriaco, ndr) faceva pittura e lui scultura... e io arrotondavo facendo la modella per gli artisti. Giacomo è entrato ed uscito subito ed ho pensato che forse non andassi bene per lui. Dopo un po' torna Manzù con il direttore e mi fa dire: “il maestro ha detto che lei deve stare qui e non si muoverà per tutto il mese”. A dirmelo fu l'interprete, lui non parlava tedesco e all'inizio comunicavamo usando il vocabolario. Il giorno dopo mi ha portato un bellissimo mazzo di violette di prato, il mio primo omaggio floreale da un uomo. E questo mazzo di fiori gliel'ho restituito, gliel'ho messo tra le mani quando è morto».

Ha dei ricordi più cari?
«Sono così tanti... per esempio fu molto bello l'incontro con Picasso: aveva una carica enorme, aveva lo stesso spirito e gli stessi occhi come quelli di Giacomo quando l'ho incontrato la prima volta: scintillanti, pieni di energia, di fuoco, di passione, di tutto! C'era pure Guttuso con la moglie Mimise».

Da dove veniva questo fuoco?
«Penso dal loro lavoro, Giacomo non avrebbe mai fatto quello che non sentiva dentro di sé. Lui dall'interno tirava fuori questo. Non era, come dicono, un uomo rozzo col quale non si poteva parlare. Certo se lo offendevi, lui si offendeva. Non era un uomo da salotto. Siamo andati al cinema, al teatro, nei ristoranti, ma non nei salotti o nelle ambasciate».

E com'è la storia del bacio di Picasso?
«Prima lui ha detto: “Senti, Manzù, io vorrei fare un ritratto a Inge”, ma Giacomo non rispose e nessuno disse più niente, un silenzio di tomba. Poi quando siamo andati via, Picasso mi ha dato un bacio sulla bocca! Giacomo era terribilmente geloso, io sono diventata tutta rossa! Quando entrammo nel ristorante, tutti si dicevano “c'è Picasso”; e io mi dissi: “ehi, così devono fare anche con Giacomo”. E così accadde. Oggigiorno lo fanno solo se entra una soubrette... Quegli artisti davano la loro vita per l'arte».

Si è mai sentita all'ombra di questo gigante di umanità e di arte?
«No, lui non mi lasciava mai nell'ombra, anzi mandava sempre avanti me in giro per il mondo a rappresentarlo nelle mostre. Non gli piaceva viaggiare. Io ero innamorata folle di lui: quando una è innamorata, fa qualsiasi cosa. Io sono andata improvvisamente in Italia da lui in treno. Lui mi regalò una Fiat 600 e la patente, avevo 19 anni, e con mia madre andammo a trovarlo a Bergamo; feci pure un incidente sul lago di Garda, roba da matti! Quando si ama davvero si fanno tante cose. Credo che avrei fatto qualsiasi cosa, davvero».

Il vostro amore ha sfidato tante convenzioni, Giacomo era molto più grande di lei e aveva un matrimonio alle spalle. Cosa può dire a una donna sull'amore?
«Penso che una donna quando è veramente innamorata dovrebbe stare con il proprio uomo e dedicarsi a quell'uomo. È bello quando senti di essere veramente innamorata e devi stare con il tuo uomo».

Voi frequentavate gente importante e famosa, certo non per il gossip. Quando lei oggi sfoglia le riviste, come vede la realtà attuale?
«Si sente solo parlare di cantanti, attrici, politici. Ma fra 50 o 100 anni a chi penseranno? Questi passeranno, ma i veri artisti rimangono. Di Manzù, come anche di altri nostri scultori e pittori del '900, si sente parlare poco. Ma non passerà».

Parlando di Inge e Giacomo a cosa pensa prima lei: all'amore, all'arte, o era un tutt'uno?
«Era un insieme unico, l'amore e l'arte sua erano una cosa sola».

Cosa trovava il Maestro in lei?
«Ha fatto anche tante poesie su di me. Ricordo sempre quella che dice “l'incontro con Inge fu come una finestra aperta all'alba, con le promesse del giorno e della notte, come ogni donna sogna, senza tempo e senza fine”. Era una vita bella, veramente piena, con tanti incontri belli, in questa casa c'erano sempre grandi persone, attori, attrici, tanti artisti grandi, politici».

Chi ricorda con più piacere?
«Guttuso, ma anche Barnard, che venne qua subito dopo aver fatto il primo trapianto di cuore al mondo per l'inaugurazione del museo Manzù. E poi tanti scultori e pittori, Alberto Sordi, Dino De Laurentiis, la Lollobrigida, che era qui l'altro giorno, o Walter Chiari che era veramente spassoso, e poi Silvana Mangano e tanti altri... Anche grandi prelati, come monsignor Loris Capovilla (segretario di Papa Giovanni XXIII - ndr)».

Che differenza trova tra quel mondo lì e quello dei vip oggi?
«È difficile dirlo, è talmente differente che non puoi fare un paragone».

E com'è questa storia dei cardinali?
«Credo che dei cardinali a Manzù interessasse la forma, il trapezio. Statico».

Bloccato, forse?
«Sì... gli venne l'ispirazione vedendo due cardinali seduti a San Pietro, in Roma, mentre i cardinali in piedi gli ricordavano lo Sputnik, li chiamava missili».

E il rapporto coi cardinali, quando si fermò nel lavoro alla porta di San Pietro?
«Grazie a Papa Giovanni terminò quella porta. Aveva complicazioni con la commissione cardinalizia che si metteva sempre in mezzo e gli diceva, ad esempio: “maestro, non così, lei deve fare Caino e Abele con un vestito di pelle”. E quindi lui disse: “non la faccio più”. Ma poi il papa gli domandò: “allora ‘scultore’ – così lo chiamava – come va la porta?”. E Giacomo: “Santità, non la faccio più”. E Giovanni gli disse: “Io la libero dalla commissione, e lei fa subito la porta. D'accordo?”. Dopo un anno la porta era finita. Un artista deve esprimere se stesso, la sua idea, non gli si può dire di fare questo o quell'altro».

Cosa alimentava l'espressione di Manzù?
«Credo che si ispirasse sul momento, sulle cose che vedeva: se vedeva una bella pianta, la natura, lui le disegnava subito. Dentro di sé sentiva che doveva farlo e lo faceva. Quando aveva un'idea, raramente mi domandava cosa ne pensavo, lui faceva quello che sentiva. Certe volte gli ho detto che non mi piaceva quel che aveva fatto e lui l'ha distrutto. Nel distruggere era grande! Questo ad esempio è un enorme bassorilievo bellissimo, alto 5 metri (ci mostra una foto dell'opera che non c'è più, ndr): “Ulisse che scopre Penelope”, del 1972... Bello, no? Lo ha distrutto, lo ha fuso. Negli ultimi mesi mi disse: “Se vado in studio e non riesco più a plasmare la creta, voglio morire”. Io lo capisco, perché un artista grande come lui che non può più creare, è come uno scrittore che non può più usare le parole o un pittore che non può più dipingere, dev'essere terribile». 

Cosa dovrebbe restare di lui, qual è il messaggio più grande che ci ha lasciato Manzù?
«La Pace, voleva solo questo. Credo che oggi sarebbe anche un po' dispiaciuto a vedere questa situazione».                       




Chi era Manzù
Giacomo Manzoni, in arte Manzù, nasce a Bergamo il 22 dicembre 1908. Dodicesimo di 14 figli dell'umile calzolaio Angelo e di Maria Pesenti. A 11 anni lascia i banchi di scuola per lavorare da un intagliatore. Le botteghe artigiane e la natura saranno la sua vera scuola. La storia e le opere di Manzù sono impregnate di amore per la vita, piene di partecipazione alla storia dell'umanità. Il suo spirito creativo, antico e attualissimo, esprime nei suoi capolavori una rara sensibilità verso la Pace, la libertà, la giustizia sociale, interprete della vitale freschezza dei bambini, dell'incontaminata femminilità, dei sentimenti e delle passioni umane. Contrastato dallo Stato fascista e da certa Chiesa, ha affermato una sana religiosità libera da schemi. In papa Giovanni XXIII trovò un amico e un grande testimone. Manzù ha saputo evocare la sofferenza e la dignità della persona contro la tirannia. Memorabili bassorilievi delle “Crocifissioni”, in cui simboleggia la resistenza alle brutalità della dittatura mussoliniana. Queste sculture finirono sotto accusa, ma non si fece imbavagliare. Nel 1954 conosce Inge Schabel, giovanissima ballerina, che ne diventa compagna e musa ispiratrice. Manzù ci ha lasciati il 17 gennaio 1991. Le sue opere continuano a vivere. Una su tutte: la Porta della Morte nella basilica di San Pietro, in Vaticano, realizzata in 13 anni di sofferto lavoro. 




Ulisse che scopre Penelope
Il bassorilievo qui accanto raffigura Ulisse (personaggio assai caro a Manzù) che scopre Penelope. Opera realizzata e poi distrutta dallo stesso Autore. «Ulisse è mio fratello – disse una volta Manzù –, di Ulisse mi affascina il continuo nutrirsi nella natura, al di fuori di qualsiasi speculazione; è inebriato dal mare, dai mostri, dal mistero, dalle tempeste, dalla sua isola, da tutto, vive in mezzo alla luce e allo spazio». La foto è concessa gentilmente dalla signora Inge Manzù alla rivista Acqua & Sapone.


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