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Rosy Canale: Non cerco vendetta

Ridotta in fin di vita, affronta a viso aperto la ’ndrangheta e tutte le mafie

Ven 21 Dic 2012 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Rosy Canale è una donna solare, segnata dal dolore e dalla lotta, ma indomita. Dal suo sguardo fiero traspare la consapevolezza che per trovare la gioia e la pace è necessario combattere per la Verità e la Libertà, propria e degli altri. Il suo libro, "La mia 'ndrangheta" (ed. Paoline) sta svelando al mondo intero l’illegalità, la violenza e l’ipocrisia sempre più diffuse nel nostro Paese.
Com’è l’ambiente nel quale sei cresciuta?
«Sono nata a Reggio Calabria, una città che amo, ma che è soffocata da incuria, abusivismo edilizio e spazzatura. Un luogo immerso nella violenza: avevo quindici anni quando ho visto il primo uomo ucciso sotto casa, seguito poi da molti altri; da ragazzina con i miei amici leggevamo ogni giorno i giornali per vedere se riconoscevamo le foto degli ammazzati. Al tramonto scattava un coprifuoco spontaneo e dopo una sparatoria ci si chiudeva in casa aspettando la reazione dei clan rivali: lo Stato e i signori ’ndranghetisti ci hanno fatto crescere e vivere così. Fortunatamente, la mia famiglia mi ha sempre trasmesso il senso della dignità e della lotta: sia mio padre che mio nonno erano ferrovieri e hanno sempre combattuto contro ogni ingiustizia e violenza, fin da quella fascista del Ventennio».

Quando sono iniziati i tuoi problemi con la criminalità organizzata?
«Dopo la laurea e un matrimonio finito precocemente, aprii una mia attività commerciale nella ristorazione: con il passare del tempo il mio locale iniziò ad avere successo, ma dovetti scontrarmi molte volte con gli ambienti malavitosi che volevano impormi varie cose. In particolare, il male mi è venuto addosso violentemente quando mi sono opposta con fermezza al traffico di droga nel mio locale: dopo tante intimidazioni, invano denunciate alle Forze dell’Ordine, fui aggredita da due uomini che mi spararono e picchiarono, riducendomi in fin di vita».
Le tue condizioni risultarono subito gravissime…
«Ringrazio Dio per essermi salvata, anche se dovetti restare ben otto mesi in ospedale, ai quali sono seguiti tre anni di rieducazione necessari per tornare autosufficiente, ma anche per recuperare la possibilità di articolare le parole e di mangiare. Lo choc fu enorme e solo da poco sono riuscita a raccontare di quell’episodio: il capitolo dedicato all’aggressione del libro "La mia 'ndrangheta" è l’unico scritto interamente dalla giornalista Emanuela Zuccalà».

Come hai ricostruito la tua esistenza?
«Per vari mesi sono vissuta a Roma in una sorta di innaturale torpore, dal quale mi sono scossa improvvisamente il 15 agosto del 2007, di fronte alle immagini televisive della terribile strage che la 'ndrangheta ha compiuto a Duisburg, in Germania. Tre delle vittime erano originarie di San Luca, una località della Calabria tristemente nota per l’alta concentrazione di attività malavitose. Allora ho deciso di tornare nella mia terra e di trasferirmi in quel paese, per fare volontariato a fianco di mogli, madri e sorelle delle vittime della strage. Con quelle donne eccezionali, che rinunciarono alla vendetta chiedendo a tutti il perdono, è nata la bellissima esperienza del “Movimento delle donne di San Luca e della Locride”: in quattro anni abbiamo realizzato cose molto importanti dal punto di vista culturale ed economico, prima di bloccarci anche per la completa latitanza dello Stato».

Quale peso può avere l’impegno femminile nel rinnovamento della nostra società?
«Ho sperimentato che, anche al Sud, solo le donne possono sconfiggere l’illegalità e la violenza: noi madri possiamo testimoniare e trasmettere ai nostri figli i valori della Vita e della solidarietà. Purtroppo in Italia salgono spesso alla ribalta donne che sono la negazione della femminilità e della maternità: ormai sembra che essere una prostituta sia diventato un vanto! Una situazione davvero umiliante per me e per tanti altri italiani che si impegnano ad esprimere valori di pulizia, onestà, legalità e cristianità».

Quali sono state le reazioni alla recente pubblicazione del tuo libro?
«Ricevo molti attestati di stima e incoraggiamento da chi comprende la mia testimonianza e la necessità di combattere la piaga della criminalità, anche di fronte alle autorità e alle Forze dell’Ordine che spesso non hanno aiutato né me, né il movimento delle donne di San Luca. Purtroppo, con l’uscita del libro l’esistenza mia e dei miei familiari è tornata in grave pericolo: dopo aver ricevuto molte minacce di morte, da alcuni mesi sono stata costretta a vivere sola e senza lavoro in una località segreta degli Stati Uniti, mentre mia figlia, rimasta in Italia, non ha potuto più frequentare la scuola. Ma con il mio libro voglio trasmettere un messaggio di speranza per un Paese migliore, un obiettivo che può essere raggiunto solo grazie al costante impegno di tutti gli italiani».

Cosa hai imparato dalle tue vicissitudini?
«Attraverso questa dolorosissima vicenda sto scoprendo la mia missione: impegnarmi affinché la mia sofferenza divenga dono per gli altri, fino a convertire la negatività in positività e arrivare ad amare. Non cerco vendetta, ma vorrei strappare alla mentalità mafiosa i nostri figli e la nostra bellissima Italia. Senza essere idealista, a San Luca abbiamo sperimentato che, solo cercando il bene condiviso, uscendo dal nostro materialismo e occupandoci di chi ci è vicino, potremo vivere meglio e salvarci dalle malattie».
 
Ti capita di avere paura?
«A volte, soprattutto per mia figlia che per il momento non può vivere con me; in realtà, sono i disonesti ad avere paura di me, perché ho sempre detto la verità. Mi sorprendo quando mi dicono che sono una donna coraggiosa: a me, invece, sembra strano il comportamento di chi, nelle varie e quotidiane situazioni dell’esistenza, mente o fa finta di non sapere. Quello che mi fa veramente paura è l’abbrutimento morale, culturale, politico e spirituale nel quale è piombato il nostro Paese».

Come trovi questa forza?
«La Fede è stata fondamentale: di fronte alle grandi sofferenze che sto affrontando, la Fede mi ha dato le risposte per poter essere strumento di un progetto più grande di me. Anche la rivoluzione che è avvenuta a San Luca è stata possibile solo attraverso la mano di Dio; il rapporto con Lui è l’unica cosa che mi dona sollievo e protezione. Non ho piani per l’avvenire e non mi aspetto nulla dalle persone; ogni mattina mi metto nelle mani del Signore: non so come, ma sicuramente solo con Dio questa mia difficile situazione potrà risolversi».                   



UNA DONNA IN MOVIMENTO   
Rosy Canale, quarant’anni, è divorziata ed ha un figlia appena maggiorenne. Imprenditrice nel campo della ristorazione a Reggio Calabria, nel 2004 è stata selvaggiamente aggredita per aver impedito lo spaccio di droga nel suo locale. Salvatasi miracolosamente, dopo tre anni di dura convalescenza e senza aver mai fruito di nessuna protezione, è tornata in Calabria per fondare il Movimento delle donne di San Luca e della Locride insieme a mogli, madri e sorelle di vittime della ‘drangheta. Utilizzando una villa confiscata ad un potente boss della ‘drangheta, le donne del Movimento, durato solo quattro anni anche per mancanza di sostegno da parte dello Stato, hanno portato una rivoluzione sociale, fondando una ludoteca e avviando vari corsi professionali e diverse attività economiche. La sua storia, raccontata nel libro "La mia ‘ndrangheta" (scritto con Emanuela Zuccalà, ed. Paoline) ha fatto scalpore all’estero, dove diversi importanti quotidiani le hanno riservato ampio spazio. Con la pubblicazione del libro sono tornate le minacce di morte, che l’hanno costretta a nascondersi negli Stati Uniti, mentre la figlia, rimasta in Italia, ha dovuto sospendere la frequenza della scuola.
                     


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