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Chiara Conti: Sono Chiara: La signorina no!

Da “Non è la rai” al cinema di qualità: un talento che sa dire no

Gio 31 Gen 2013 | di Manilo Dolinar | Interviste Esclusive
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Chiara Conti ti guarda sempre negli occhi. Vuole cogliere il senso di ogni tua parola, rispondere con tutta se stessa. Come quando recita e non si risparmia, magari interpretando il bel film di Toni D'Angelo “L'innocenza di Clara”, in cui è una moglie ed amante manipolatrice e ti inquieta per la bravura con cui sa raccontarla; pur combattendola, giudicandola severamente. «Lei non ama, vuole essere solo al centro dell'attenzione di tutti. In questo è quasi innocente, non sa il potere che ha, anche se è causa di dolore per chi le sta intorno, ha la colpa di trasformarsi a seconda dell'uomo che ha di fronte. Clara non pensa che gli uomini possano essere così profondi, Chiara, invece, lo spera». E sorride, con quella grazia che ti cattura. Ha un fascino sensuale, lineamenti aristocratici, ma la passione di chi morde la vita. 


Ha talento da vendere e lo ha portato al cinema, in teatro e tv. 
«Ma lavorare con Toni è stata un’esperienza unica, diversa: mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco con un ruolo bello ed affascinante. Mi ha lasciata libera, sapeva esattamente quello che voleva e come ottenerlo. Mi ha fatto improvvisare, ha rubato momenti in cui ero sola, persa nel mio ruolo. Mi ha guidata, lasciandomi sempre il mio spazio ed io mi sono affidata senza riserve al suo modo di essere e di dirigere. Un grande regista nonostante la giovane età. Mi ha fatto innamorare di nuovo del mio lavoro, in un momento in cui ero un po’ scoraggiata. Vorrei lavorare ancora ed ancora con lui». 

Come hai iniziato a fare l'attrice? Quando hai capito che non potevi fare altro? 
«Ho sempre avuto un carattere abbastanza aggressivo, da piccola mi chiamavano “la signorina no". Tiravo un calcio o un graffio se e quando mi facevano arrabbiare e non parlavo molto. Dissero a mia mamma che il teatro mi avrebbe aiutata ad incanalare le mie energie. Dopo qualche mese di un corso di improvvisazione, il mio insegnante, che continuava a mandarmi sul palco, lasciandomi là immobile e terrorizzata, mi disse: «Qui sopra puoi fare tutto quello che vuoi: ridere, urlare, piangere, saltare, spaccare tutto, dormire, sognare, correre... Sei libera!». Allora ho davvero capito che posto meraviglioso fosse quello ed ho cominciato a parlare ed a sentirmi meravigliosamente bene su quel palco. E non ho più smesso. E ancora adesso è meraviglioso emozionare attraverso le proprie emozioni, protetta da quelle del personaggio che si interpreta».

Non hai mai avuto paura di modificarti, dentro e fuori, per un ruolo. Come fai a trasformarti così? Metodo, istinto, forza di volontà? E fai fatica, poi, ad uscire dal ruolo? 
«È liberatorio immergersi in un personaggio, mi dà la possibilità di essere altro e di analizzare le mie ombre. Ogni parte mi aiuta a conoscermi, è una sfida continua e profonda. Sono una persona molto istintiva, quindi mi lascio guidare dalle sensazioni, dalle immagini che mi scatena il personaggio. Penso che il metodo serva, ma l'intuito completi. Mi affeziono a tutti i personaggi che interpreto ed ognuno resta un po’ dentro di me, perché mi ha aiutata, nel nostro percorso insieme, a capire ed accettare parti di me che non conoscevo. In questo senso posso confessare di essere in tutto e per tutto “una, nessuna, centomila”».

L'inizio con “Non è la Rai” poteva assicurarti facile fama. Ed invece hai studiato teatro, hai fatto film complessi. Cosa scatta in quei momenti, perché si sceglie la strada più difficile?
«“Non è la Rai” è stata un'idea geniale, una bella parentesi, una buonissima palestra, un gran divertimento e mi ha fatto capire il potere assoluto della televisione. Ma io volevo fare altro: non volevo essere Chiara di “Non è la Rai”. Volevo essere Nina, Anna Karenina, Camille Claudel, Madame Bovary, Giulietta, Medea, la pazza di Chaillot, Nora e mille altre meravigliose creature piene di sfaccettature, sofferenze, gioie, vite. Sarà stata, ed è, una strada difficile e mai sicura, ma percorrerla insieme a tutte loro è bellissimo. E spero di continuare a lungo ad avere il coraggio e la forza di scegliere, di riempire ed essere riempita da personaggi sempre più complessi e veri».
In un Paese così poco meritocratico, in un cinema così poco meritocratico, quanto è dura non scendere a compromessi? Cosa ti dà più fastidio di questo momento attuale della Settima Arte? 
«È triste crescere e vedere il declino. Sapendo che un tempo eravamo i migliori. Bisognerebbe ritornare al grande cinema, al coraggio nelle scelte, allo sforzo produttivo, ad una distribuzione più mirata, ad una tutela dell'arte e della cultura, alla scelta di attori, magari scomodi, ma validi, all'uso di buoni sceneggiatori e autori. E tutto ciò pensando alla qualità, non prendendo solo nomi “da cassetta”. Ora, peraltro, tutti vogliono fare gli attori, quindi c'è una grandissima offerta, ma pochissimo lavoro ed i professionisti diminuiscono a vista d'occhio. Molti, poi, sono disposti a tutto pur di entrare in questo mondo, non importa come e dove: a loro basta intrufolarsi. La mancanza della ricerca della qualità è la rovina di questi tempi, perché "tanto al pubblico va bene così" e "che meravi
glia, mio figlio va al Grande Fratello". Insomma, non è tanto il compromesso che è triste, ma il fatto che ci siano persone disposte a scendere a qualsiasi bassezza per fare, magari, la comparsa in una trasmissione. La qualità si è abbassata, l'aspirazione cancellata, i sogni ridimensionati. Per questo sono felice di fare fatica, di lottare, combattere e scegliere senza venire a patti con nessuno, tenendo integra la mia dignità, felice di guardarmi allo specchio stanca, a volte, ma fiera».

La bellezza è un'arma a doppio taglio?
«Non siamo ipocriti. La bellezza aiuta, soprattutto nel mondo di oggi. Sempre. Prima, però, pensavo che un bello dovesse dimostrare il doppio per essere accettato, adesso non ne sono più tanto convinta».           

 


CHIARA CONTI

Chiara nasce d'estate a Firenze, città che ama ed in cui si rifugia appena può. Inizia con “Non è la Rai”, ma il destino ha altro in serbo per lei. Il teatro, il cinema (ha fatto “L'ora di religione” di Bellocchio e i tre film del cantautore, poeta e musicista Franco Battiato) e la tv, in cui è la musa di Vittorio Sindoni e ha lavorato con Lizzani, Argento con “Ti piace Hitchcock?”, Piva e Manetti Bros. è stata una delle protagoniste del bello e sottovalutato “H2Odio” di Alex Infascelli, primo esperimento di film che esce direttamente in dvd, in edicola, con Repubblica. Vendite altissime, ma il sistema cinema mal digerisce la novità. Ha appena girato l'ottimo “L'innocenza di Clara”.

 


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