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Febbraio mese di Oscar, Febbraio mese d'America

Film conservatori, fantastici, storici e un solo intruso

Gio 31 Gen 2013 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema

 Febbraio mese di Oscar, febbraio mese d'America. Gli Stati Uniti si guardano dentro e i film più “cattivi” e lucidi li portano fino all'Academy. La conservatrice Bigelow, il “fantastico” Zeitlin, la straniera Nair, lo storico Spielberg ci raccontano luci e soprattutto ombre di questo grande Paese. L'unico intruso arriva dagli ex nemici, dalla Russia – raccontata da un inglese – di Anna Karenina.


Zero Dark Thirty
Kathryn Bigelow, la cattiva ragazza che ci ha fatto vibrare di nichilismo sentimentale e ribellione con “Point Break” e ci ha fatto vivere gli Strange Days di un futuro preoccupante, ora ha svoltato a destra. Questo, almeno, per chi ama inserire il cinema in recinti ideologici. La verità è che una delle più grandi registe del dopoguerra sa, meglio di chiunque altro, metterti nei panni che mai vorresti vestire. I soldati paranoici di Hurt Locker prima e l'agente che ha scovato Bin Laden poi. I primi sparavano a qualsiasi cosa con barba e/o lunghe vesti che si muovesse, la seconda per arrivare al re del terrorismo ha sfruttato tutti e tutto, tortura compresa. E tu, che li guardi, senti addosso la spiacevole sensazione che, guardandoli agire, provando i loro sentimenti, non li giustifichi, ma un po' li capisci. E questo ti mette a disagio. Una cosa che il grande cinema dovrebbe fare sempre. Se poi a una grande cineasta che ci racconta l'ultimo decennio dall'ottica di un'americana ossessionata dal suo lavoro in Pakistan aggiungiamo il talento e la bellezza di Jessica Chastain – e la presenza scenica di Jason Clarke – siamo di fronte a un grande film. Che vi coinvolgerà e farà arrabbiare. E vi lascerà senza respiro, anche se è un thriller di cui sapete il finale.

Re delle terre selvagge
Behn Zeitlin è un esordiente che è arrivato in cima al mondo. Si gioca l'Oscar con i più grandi partendo da un piccolo grande film che ha vinto premi a ogni latitudine, meritatamente, e che è una fiaba nera (in tutti i sensi) che va oltre ogni convenzione, etica ed estetica. Quvenzhanè Wallis è la piccola mattatrice – sei anni, quand'era sul set, e ora girerà anche per quel genio di Steve McQueen (il regista di “Hunger e Shame”) – di un fantasy con una tempesta molto simile a Katrina, una Vasca, regione immaginaria di neri reietti ma felici che tanto assomiglia alla zona più maltrattata di New Orleans, e di una serie di ispirazioni alla realtà che non ne turbano la poesia. La grandezza di Zeitlin è tutta qua: riuscire a raccontare i ma(ia)li di un mondo attraverso gli occhi di una bambina che lo scopre con dolcezza, stupore, straniamento; guardare il difficile rapporto tra un padre e una figlia vittime dell'emarginazione, ma anche determinate a combattere per proteggersi da tutto il resto, nonostante tutto; portarci in una zona favolistica e sentir dentro l'emotività che spesso dimentichiamo di avere. E allora quel coccodrillo contro il muro che divide bianchi e neri, ricchi e poveri, quegli animali che devastano ma riconoscono anche la sincerità negli occhi, quei freaks che sanno essere comunità ci entrano nel cuore. E lo sgrammaticato (cinematograficamente) Zeitlin diventa maestro. A modo suo, scovando uno stile originale in un mondo ormai schiacciato dal conformismo.

Anna Karenina
Joe Wright aveva già fatto “Espiazione”. Che è la parola che ti viene più in mente mentre guardi Anna Karenina. Precisamente ti chiedi: che avrò fatto di male per meritarmi questo? E vale, soprattutto, per l'ennesima performance tutta bustini e fremiti di Keira Knightley, che ormai viene scritturata solo per ruoli che siano al limite del manicomio, come insegna “A dangerous method”. Volete una piagnucolosa paranoica insopportabile amante, fidanzata, musa? Bene, chiamate quest'attrice inglese che riesce ad irritarti dopo pochi secondi sullo schermo, con le sue faccette isteriche, la voce tremante e pedante, la scucchia in bella evidenza. Tutto il resto lo conosciamo, siamo dentro una storia d'amore che fa sembrare Madame Bovary una tranquilla casalinga e Romeo e Giulietta due indolenti liceali. Wright sceglie, per mostrarcela, il solito stile barocco, sbaglia tutti i protagonisti maschili tranne Jude Law (eccellente nella sua ruvida abnegazione) e, dopo aver girato alla grande la scena del ballo iniziale – una sorta di composto Moulin Rouge –, si lascia andare a esercizi di stile, idee balzane e noia ben confezionata. Da evitare, come quei vestiti che ti soffocano solo a guardarli. 

The Reluctant Fundamentalist
Ve lo diciamo subito, il racconto di Mohsin Hamid è decisamente più centrato e fluido del film di Mira Nair, che il didascalismo, sopratutto dopo l'11 settembre, lo ha introiettato in uno stile già troppo lineare. Ma quest'opera, al di là della qualità cinematografica non eccelsa, proprio nella sua semplicità, proprio nel suo essere elementare nel raccontare il conflitto di civiltà e religioni mettendo a confronto, dialetticamente, un professore arabo e un agente Cia, sa essere a suo modo illuminante. E allora vale la pena vederlo, perché in certi momenti storici forse la bellezza di un film va in secondo piano rispetto alla sua efficacia. Riz Ahmed, qui Changez Khan (e il nome di battesimo è già un segno), sa raccontare benissimo un fondamentalista riluttante che ama l'America e da lei si scopre odiato. Un uomo che abbraccia i valori occidentali per scoprire, nella persecuzione, ciò che subisce un'intera parte del mondo. La sua. E anche il finale – nonostante un errore grossolano - risulta un momento fondamentale di un ragionamento doloroso e rigoroso che Liev Schreiber sa “subire” con ottima capacità recitativa. Viviamo in un mondo ingiusto, crudele, folle e arrabbiato: due uomini, a un tavolo, ricostruendo lo stesso passato, ce lo dimostrano. Senza se e senza ma.

Lincoln
Dio ci conservi sempre Steven Spielberg. Perché potete idolatrarlo o sopportarlo a fatica, ma rimane uno dei più grandi narratori della storia, una sorta di Omero moderno che sa infilarsi nei meandri del genere come in quelli della Storia, ricostruendoli con maestria ed epicità. Qui, poi, si supera. Il presidente più amato, Lincoln, che riunì un Paese diviso dallo schiavismo, viene raccontato nella battaglia che fece per far approvare il Tredicesimo Emandamento, quello che liberava, in quel momento e per sempre, tutti i neri costretti a essere proprietà di altri uomini. Una battaglia politica, in alcuni momenti molto controversa, che si contrappone a quella citata e poco vista – se non in una lunga distesa di morti alla fine o nell'inizio alla soldato Ryan – tra Nord e Sud, in quei quattro anni di guerra di secessione che uccise 600.000 americani. Spielberg ci porta nella testa e nelle riunioni di questo colossale (in tutti i sensi) repubblicano che, un po' come la Chastain della Bigelow, per fare del Bene è disposto “anche a sporcarsi le scarpe di fango”. Tutto il resto, è grande cinema: Strathairn e Lee Jones sono da urlo, la sceneggiatura è perfetta, Daniel Day-Lewis di Oscar ne merita almeno due per quanto è bravo. E per questo vi consigliamo la versione originale: il doppiaggio, agghiacciante, qui è un delitto nei confronti delle grandi performance recitative.                      




I FANTASTICI QUATTRO (in DVD)

Senza freni – Premium Rush: una botta d'adrenalina pazzesca questo film di David Koepp. Trascinante, con un ottimo Joseph Gordon-Levitt, è un mistero perché esca solo in dvd. Da vedere.

Django: vi siete appena visti Django Unchained di Tarantino al cinema? Bene, allora comprate la versione blu-ray dell'originale di Sergio Corbucci. Vi regalerete un cult ingiustamente sottovalutato. Finora.

Marley: Feltrinelli Real Cinema esce con il documentario di Kevin McDonald sul re del reggae. Bello e per nulla scontato. Da guardare. Poi godetevi Franca la prima, di Sabina Guzzanti. La Valeri è raccontata dalla comica con amore, anche se con un po' troppa autoreferenzialità. 

Cosmopolis: Cronenberg, in blu-ray poi, va sempre visto. Anche quando, forse, fa un film poco riuscito come questo. E poi, non fidatevi: pochi altri lungometraggi hanno diviso tanto i critici.





I magnifici sette (in sala)

lincoln: doppiato all'inizio rischia di sembrare una parodia, in versione originale è uno dei più bei film di Spielberg. Volete sapere davvero cos'è l'America? Bene, guardate con attenzione Day-Lewis.

Zero Dark Thirty: Se la prima lezione sugli Stati Uniti non vi è bastata, allora guardate anche Jessica Chastain. Anche 150 anni dopo la libertà e la democrazia hanno un prezzo. Sempre molto, forse troppo alto.

Educazione siberiana: Gabriele Salvatores è impossibile non amarlo. E non solo come regista. Vincere l'Oscar e cercare sempre nuove sfide è proprio dei grandi. Qui, però, si supera. 

Re delle terre selvagge: il cinema aveva smesso di raccontarci favole che facessero volare cuore, testa e anche pancia. La piccola Wallis ci resterà dentro per come ci insegna che l'amore, semplicemente, non ha regole.

The Reluctant fundamentalist: America contro resto del mondo. Forse per capire cosa divide il pianeta a metà basta una chiacchierata a un tavolo. E la verità sale a galla, dura, feroce, dolorosa.

Anna Karenina: in Boris un'ottima Carolina Crescentini interpretava (senza esserlo) la cagna maledetta. Keira Knightley lo è davvero: una delle attrici peggiori del dopoguerra. In un film tutto sballato.

The Last Stand: l'ultima sfida di Arnold Schwarzenegger. L'ex governatore della California torna sul set, in uno dei suoi film più “coatti”. Ci mancava, anche se questi pensionati muscolari ci fanno impressione.

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