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Addio consumismo addio

Avete case stracolme di oggetti superflui? Ecco a chi rivolgersi per disfarsene

Gio 31 Gen 2013 | Soldi

 Stanze affollate di carabattole, ripostigli stracolmi, armadi pieni. Siamo circondati di cose che non utilizziamo, sopraffatti dai doppioni, affogati in un'abbondanza che soffoca. Mentre il mondo corre verso una cultura sempre più multimediale ed impalpabile, viviamo in case sovraccariche di oggetti di cui spesso non sappiamo cosa fare. Cellulari seminuovi, ma giacenti, maglie ancora etichettate, elettrodomestici funzionanti ma inutilizzati, mobili, quadri, borse, scarpe, vecchi ricordi e regali non scartati, "roba" che non si sa dove mettere, a chi dare, cosa farne, eppure non si riesce a buttarla via.

Migliaia di tonnellate di beni da acquisto compulsivo accumulati nell'era delle vacche grasse e dell'edonismo, cimeli del benessere che fu. È per questo che nascono iniziative politiche e commerciali, movimenti e siti che cercano di dare una risposta, alcune nella direzione della conservazione razionale e intelligente, altre del riciclo, del baratto, o di una rottamazione che non danneggi l'ambiente.
Gli anglosassoni la chiamano "decluttering", liberarsi delle cose, e la considerano, se non proprio un’arte, un’attitudine da coltivare ed incoraggiare.

Borse e cravatte dimenticate
Una ricerca del 2012 condotta da TNS per E-Bay, e realizzata in otto Paesi europei, rivela che le famiglie posseggono in media 50 oggetti inutilizzati e agli italiani andrebbe la palma dei più conservatori, con più di 80 oggetti dimenticati in case e cantine. Più nel dettaglio, negli armadi delle donne sarebbero le borse l'accessorio più presente e più inutilizzato, con circa quattro di esse possedute inutilmente dalle signore; per i maschi primeggiano le cravatte: acquistate o regalate, oltre il 60% giace inesorabilmente disoccupata. 
Nessuno è immune dal virus: per capire lo spreco - continua il rapporto -, è sufficiente quantificare i vestiti che giacciono negli armadi di ciascuno di noi, abiti che ci ostiniamo a non indossare ma neanche buttare. Secondo il Conau, Consorzio nazionale abiti e accessori usati, ogni anno in Europa si acquistano 15-20 chili di abiti per abitante, (14-16 in Italia), vestiti che si accumulano e spesso non si mettono. L'Ente inglese Wrap (Waste & Resources Action Programme), ha calcolato che gli indumenti custoditi nelle case anglosassoni costituiscono uno spreco pari a trenta miliardi di sterline: circa il 30% dell'intero guardaroba non viene indossato almeno per un anno. Per decenni, continua l’Ente nella sua analisi, l'arte dello "shopping" ha sostituito il modestissimo "fare la spesa", così oneroso per le famiglie.

Il business dell’usato
Ma questa tendenza allo spreco è ormai al capolinea e l’inversione di tendenza palpabile. Il rapporto con gli oggetti è sempre più ambivalente e le cose accumulate sempre più spesso prendono direzioni diverse. Il consumismo è morto, o almeno moribondo, continua l’analisi dell’Istituto britannico, e nell'area dei paesi che più hanno celebrato i riti (e soprattutto i miti) del consumismo, spira il vento gelido della recessione. E gli astrologi dell’economia ci avvertono che non sarà una febbriciattola passeggera: torneremo ai livelli di vita di ieri e di ieri l’altro tra molti anni; c'è chi dice una decina, chi invece giura che saranno assai di più. Come fronteggiare i tempi bui? Sta crescendo il numero delle persone che vogliono vendere le cose che hanno in casa, sia per motivi economici che di spazio - spiegano da Rete Onu, network che riunisce gli operatori dell'usato -: nel 2011 è cresciuto del 10-15% il numero di negozi che vendono per conto terzi nelle reti del franchising; in alcuni casi c'è stata un'impennata tale da creare una microbolla virtuosa. Catene come il Mercatino, Mercatopoli, il Bazaar vedono affluire sempre più persone che portano oggetti in conto vendita, così come segnalano la crescita dei clienti che, caduto ogni pregiudizio, accedono all'usato: un mercato che diventa non solo luogo di vendita, ma anche di relazioni. Il seminuovo si va diversificando e specializzando: dai mercatini ai negozi vintage, ai rigattieri e agli ambulanti, fino ai rom che da soli permettono il riutilizzo di 10 milioni di oggetti l'anno. Secondo la Camera di commercio di Milano, nel 2011 i venditori di abiti usati in Italia sono aumentati del 5,6%: stanno nascendo nuovi modi di fare usato, perché le persone tendono a liberarsi con più facilità di ciò che hanno. Più merce in circolazione e più compratori perché ci sono forme di usato più pulito, più vendibile di un tempo, in negozi che possono benissimo competere con quelli del nuovo. Come spiega Fabio Marzella, sociologo dei consumi: «Aprono nuove tipologie di negozi che si collocano tra usato tradizionale e vintage, perché le persone non hanno più voglia di buttare via le cose, c'è una nuova voglia di risparmio».

Risparmio in piazza
«Sta succedendo qualcosa di simile a quello che è accaduto nei primi anni Novanta - gli fa eco il collega Vanni Codeluppi -, quando in coincidenza di una crisi economica, ma soprattutto per esigenze di liberazione dagli "eccessi" estetici degli anni Ottanta, si è passati a una fase di minimalismo». E gli esempi si moltiplicano: grosso successo nell’ottobre scorso per l’iniziativa “Io non rifiuto”, tenuta in piazza Santo Sepolcro di Cagliari. Abiti, scarpe, vecchi libri introvabili, dischi e giochi per bambini sono passati di mano in mano e nell’eco-box hanno avuto una nuova vita. I cittadini sono stati invitati  a lasciare ciò di cui non avevano più bisogno e prendere ciò che era stato lasciato dagli altri. Il progetto, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, Senato della Repubblica e Commissione nazionale italiana per l’Unesco, simbolicamente realizzato a due passi dalle vie principali dello shopping, ha voluto fornire un segnale al consumatore distratto con l’invito a utilizzare gli oggetti di seconda mano per offrire modelli alternativi di consumo riducendo gli sprechi. O, la scorsa Epifania, l’iniziativa realizzata a Termoli (Cb) e denominata “Giocattolo in movimento”: una manifestazione pensata per i più piccoli in cui ogni bambino può donare un giocattolo ‘vecchio’ ma ancora in buone condizioni e  riceverne un altro in cambio. Una sorta di baratto che si propone di far riflettere sull’importanza di un rifiuto critico e consapevole.
In altre parole sensibilizzare i piccoli e non, tramite il gioco e lo scambio, sulle problematiche dello spreco. Quello che per qualcuno è inutile, per qualche altro può diventare utile, soprattutto per chi ha disponibilità limitate. I giocattoli in eccedenza, infine, sono stati devoluti in beneficenza ai bambini più sfortunati.            

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