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Giornaliste minacciate

Storie di donne che mettono a rischio la propria vita per amore della verità

Gio 31 Gen 2013 | di Angela Iantosca | Attualità
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Sono giornaliste. Ma i loro nomi non li leggi sulle riviste patinate. Sono giornaliste e rischiano la vita ogni giorno solo perché non possono tacere di fronte a ciò che vedono. Non guadagnano migliaia di euro. Non c'è nessuno che le tutela. Non hanno diritti. Eppure hanno deciso di andare avanti. Nonostante le minacce, gli inviti a lasciar perdere suggeriti da parte di chi le dovrebbe tutelare, non perché donne, ma perché disposte a perdere il bene più prezioso in nome della verità. Ogni giorno si pongono domande e spesso trovano risposte, non sempre comode. Eppure loro continuano ad indagare e scrivere. E quando vengono abbandonate, trovano nuovi modi per farsi sentire. Perché a spingerle sempre più avanti è l'amore per la loro terra, per il loro lavoro, per la gente che non è capace di alzare la testa, a cui almeno loro devono dare speranza. 

Chi si sente colpito, allora, tenta di ostacolare il loro cammino, delegittimandole, minacciandole, cercando di andare a toccare i loro punti deboli. Dal 1° gennaio 2010 al 1° giugno 2012, i giornalisti minacciati sono stati 287: 257 minacce sono state rivolte a uomini e donne (minacce a singoli o collettive, ovvero a gruppi di giornalisti/e), 10 a operatori anonimi (per lo più cameraman e fotografi), 20 a intere redazioni. Le minacce contro le giornaliste, nel solo periodo gennaio-maggio 2012, sono state superiori all’intero 2011 (19 contro 17). Secondo i dati FSNI (2006) la divisione per genere degli iscritti all’ordine è composta dal 31,25% di donne e dal restante 68,75% di uomini: la suddivisione dei cronisti minacciati (escludendo anonimi e minacce di gruppo) è composta sull’intero biennio dal 16% di donne e dall’84% di uomini.                        



MARILENA NATALE
Giornalista della Gazzetta di Caserta, lavora fra Aversa e Casal di Principe: più volte è stata minacciata per aver denunciato episodi di malaffare che hanno portato, fra l’altro, allo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche

«Quando avrò collezionato 20 pallottole, farò una collana!». Comincia così il suo racconto: ridendo. Perché Marilena non ha paura. Chiamatela incosciente, folle, coraggiosa. Lei sa solo che ha una urgenza dentro di sé: raccontare la verità. «Non posso tacere, perché amo la mia terra. Nessuno parla, tutti assecondano chi comanda, tutti hanno paura e a tutti sta bene che le cose vadano così. Ma io non posso accettarlo. Mi viene da urlare e quando li incontro in un bar non resisto e, se posso, faccio commenti ad alta voce!».
Marilena è mamma di due ragazzi ed è diventata giornalista per caso. «Mi occupavo di tutt’altro. Poi, ho cominciato a scrivere dei rifiuti, del voto di scambio, di come la politica usa a proprio vantaggio i bisogni della gente disperata. Ciò che mi fa più male è che i più non la amano questa terra, anche chi non ci guadagna niente dal sostegno della camorra, anche chi, a causa della camorra, vede decimata la propria famiglia. E i camorristi secondo te la amano? Come avrebbero potuto permettere di deturparla in nome dei soldi se non l’avessero considerata solo merce di scambio? La chiamavano Campania felix e ora è una terra che produce morte. Non c’è una famiglia che non abbia un malato morto per cancro».
Il suo nome è finito in mezzo ad inchieste importanti, perché era ed è nel mirino della camorra. Le hanno bruciato la macchina, l’hanno picchiata, ha trovato fori di proiettile sul tetto della sua auto, ha trovato bossoli sul parabrezza, ma questo in lei non ha cambiato nulla: «Mi sento protetta, perché sono circondata da persone che mi amano. Da veri angeli custodi. Certamente sto attenta. Anche se non ho una scorta vera e propria, perché non l’ho voluta, ma le Forze dell’Ordine mi sono vicine. Certo, se pensano di mettermi a tacere si sbagliano di grosso!”. Lo dice con forza e con quel suo accento aversano. Con l’accento di di quella terra “amara”, che, tuttavia, sa donare anche tanti sorrisi, come mi racconta chi con lei ha deciso di salvarla con la solidarietà, i progetti e l’impegno.
Marilena non smette e non smetterà mai di cercare la verità, per questo rimarrà nella sua terra dove per 30 anni si è assistito al suicidio dello Stato: «Perché la camorra prolifera dove lo Stato manca e la camorra da agricola è diventata imprenditoriale. Io non me ne vado, malgrado la falda acquifera sia inquinata. Ci sono persone che la mattina si alzano per andare ad arare campi che non possono produrre più niente di sano. Ma io ho deciso di pormi come tramite per tutte quelle persone che hanno paura. Mi sono messa a disposizione dei miei concittadini per dare loro voce. Anche se è dura vivere qui».
Il tuo essere donna quanto ti ha ostacolata?
«All’inizio è stato difficile soprattutto perché sono una donna. Perché le donne nella nostra terra sono viste diversamente. Devono stare a casa. Se poi una donna giornalista dice di no ad un uomo sono guai. E se dice no ad un politico colluso è ancora peggio. I miei primi guai sono cominciati proprio quando ho cominciato a parlare della collusione tra politica e mafia, quando ho scoperto infiltrazioni mafiose nell’ambito dei servizi sociali». Eppure guai a parlare di Gomorra, perché anche qui, se si vuole vederli, ci sono tanti fiori: «Vengo dalle terre di Gomorra, ma in realtà io dico che vengo dalle terre di Don Diana. La mia terra non ha bisogno di essere militarizzata. La mia terra ha bisogno di altro. Le donne hanno bisogno di altro. Di far rinascere la speranza».                



MARILÙ MASTROGIOVANNI
Giornalista di Casarano (Lecce), minacciata insieme ai suoi familiari per un’inchiesta in cui rivela come le imprese messe fuori gioco per sospetti collegamenti mafiosi riescono a rientrare nel giro degli appalti

«Sono una giornalista di provincia e ho deciso di svolgere la mia professione nel mio territorio dopo un percorso di studi a Milano. Ho deciso di farlo nella mia terra. È un progetto di vita e di lavoro. Ho cercato di portarlo avanti con il metodo che mi è stato insegnato. Il grande giornalismo c’è anche nei piccoli giornali: perché c’è solo un modo per fare il giornalista. Ho fondato il mensile d’inchiesta “Il tacco d’Italia” nel 2003 con un gruppo di giovanissimi colleghi che hanno sposato la missione laica di essere giornalisti al Sud. Abbiamo messo in conto di subire delle conseguenze, dalla banale telefonata minacciosa alle querele pretestuose. Ma ho sbagliato, perché non si dovrebbero mettere in conto queste cose. Perché prevederle significa considerarle normali. E questo non dovrebbe accadere in un Paese civile. Se, ogni volta che esce una inchiesta, ti danneggiano una porta della redazione, anche senza entrare, per ammonirti per ciò che hai osato fare, non è normale. Se tu fai una inchiesta sui rifiuti tossici all’interno delle discariche autorizzate dalla pubblica amministrazione e vieni minacciato, non è normale. Il mio ragionamento è semplicissimo. Se in Italia sono stati minacciati 300 giornalisti perché facevano il loro lavoro, vuol dire che ci sono almeno 300 notizie che non volevano che uscissero. E allora fare il giornalista diventa pericoloso».
Cosa avete fatto quando vi siete accorti che era in atto una strategia contro di voi?
«Ogni volta che pubblichiamo un articolo, noi pubblichiamo anche la fonte, i bandi, i documenti della pubblica amministrazione per far capire il lavoro che c’è dietro. Abbiamo dovuto far capire ai lettori che essere giornalista ha una forte valenza sociale. Questo lavoro lo abbiamo realizzato negli anni, mettendo nero su bianco fatti che erano evidenti a tutti, che però non venivano visti o letti, ma buttati lì». 
Quali danni avete subito?
«Tra i tanti anche il furto di computer. Una volta non hanno scardinato la porta, ma hanno sfondato il muro quasi a dire: “Per prendere quello che vogliamo, facciamo quello che vogliamo”. Solo un computer ci è stato restituito, quello meno interessante. Ultimamente, dopo l’inchiesta sui nuovi volti della Sacra Corona Unita, mi è arrivato un messaggio da un “imprenditore pulito”, che mi ha detto che non potevo prendere i documenti e pubblicarli. Io gli ho risposto che erano documenti ufficiali e sono stata accusata di rovinare le famiglie e le imprese. Ma se fare il proprio lavoro diventa in Italia pericoloso, fermiamoci a riflettere perché c’è una emergenza».            




ESTER CASTANO
La cronista 21enne querelata e diffidata formalmente dal Sindaco di Sedriano (Milano), poi arrestato per corruzione il 10 ottobre 2012

«La mia storia nasce a Sedriano, in provincia di Milano. Ad ottobre 2011 ho avviato la mia collaborazione con l’Altomilanese. Non conoscevo quasi niente della mia realtà e decisi subito di approfondire a studiare le carte, i piani, le delibere di giunta, tutti atti che la criminalità usa per infiltrarsi nei Comuni. E già il primo articolo mi costò una querela per diffamazione. Anche se, un anno dopo, il Sindaco del paese è stato arrestato per corruzione. Insieme a lui sono stati arrestati altri due loschi figuri legati alle cosche della ’ndrangheta, che si è ben radicata in quel territorio». 
È stato un anno duro per Ester, perché ad ogni suo articolo sono seguite querele per diffamazione. «Non potevo svolgere il mio lavoro, perché ad ogni tentativo di porre domande, mi sentivo rispondere che sarei stata denunciata e querelata. Sono stata accusata di condurre una campagna diffamatoria contro il Sindaco. Qualche tempo fa, poi, un assessore all’urbanistica, una donna, è arrivata anche all’aggressione fisica...». Giovane, donna, precaria, ma non sola. «A dicembre la Blu Edizioni ha interrotto la pubblicazione dell’Altomilanese. Ma il direttore e il vice hanno deciso di investire del proprio per mandare avanti il giornale. Abbiamo fondato l'associazione Libera Stampa nell'Altomilanese e aperto un conto corrente su cui poter versare delle donazioni libere e volontarie. Inoltre abbiamo dato vita all’abbonamento online. Le persone ci stanno vicine, stiamo davvero toccando con mano il risveglio civile. Per quanto riguarda la mia querela pluriaggravata, fondamentale è la vicinanza di Ossigeno per l'Informazione. Noi, comunque, resistiamo.

 


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