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Una cultura drogata di violenza

Gli spettatori accusano gli autori e registi, che accusano i produttori, che accusano gli esecutivi delle reti, che accusano i pubblicitari, che accusano gli spettatori

Gio 31 Gen 2013 | di Manuela Senatore | New York

 Tutte le volte che in America avviene un massacro perpetrato da un folle munito di armi da fuoco si torna a parlare di violenza nei media e dei suoi effetti nel mondo reale. 

Dati della Media Education Foundation indicano che negli anni la violenza nei media è non solo aumentata, ma è diventata più esplicita e crudele. Prima di compiere diciotto anni, in media un ragazzo ha già visto 200.000 atti di violenza e 16.000 omicidi. Due terzi dei film di Hollywood ricevono la classificazione R dalla censura (sono vietati ai minori di 17 anni). Il 90% dei videogiochi più venduti presenta contenuti violenti. Circa il 75% delle scene violente che si vedono in televisione non riceve alcuna punizione o condanna. Le tinte forti prevalgono non solo nel genere di azione, ma quasi in ogni programma. Le soap opera e i talk show esibiscono situazioni ed emozioni estreme. I notiziari della sera sono spesso una sequela di omicidi e disastri giornalieri. Senza voler affermare che dietro la violenza reale ci sia quella che si vede nei media, è facile pensare che un pubblico costantemente esposto a immagini e suoni di sparatorie, esplosioni e stupri finisca con l’accettare la necessità della violenza. Il rischio vale soprattutto per i più giovani.
Douglas Gentile, professore dell’Università dell’Iowa, ha da poco condotto uno studio per identificare gli studenti più violenti: ha scoperto che l’esposizione alla violenza dei media è uno dei sei fattori di rischio alla base di comportamenti violenti. Un ragazzo che presenta uno o due fattori di rischio avrà un comportamento normale, mentre uno che ne presenta tre o quattro probabilmente avrà un comportamento violento. L’esposizione alla violenza dei media opera esattamente come gli altri fattori di rischio, ma almeno è più facile da controllare (basta spegnere il televisore).
Ma come mai è in crescita la violenza nei media? Dopo quarant’anni di dibattito non si riesce a trovare il colpevole. Gli spettatori accusano gli autori e i registi dei programmi; autori e registi dicono che i produttori chiedono violenza nei programmi per ottenere finanziamenti; i produttori accusano gli esecutivi delle reti che la vogliono per ottenere indici d’ascolto più alti. Gli esecutivi delle reti accusano i pubblicitari d’investire solo in base agli indici d’ascolto. I pubblicitari dicono che dipende tutto dagli spettatori. 
Alcuni invitano l’industria del divertimento a presentare la violenza come una delle scelte possibili e a fare della rinuncia alla violenza un merito; altri suggeriscono di abituare il pubblico a interpretare la violenza in modo più critico, ma per ora la cultura popolare è invariabilmente attratta dai personaggi accattivanti alla Tarantino o dai vari antieroi televisivi che raggiungono il loro status proprio grazie all’uso di un’estrema violenza. Alcuni osservano che, se i media fossero la causa principale di comportamenti violenti, allora il Giappone, i cui media sono altrettanto inclini alla violenza, dovrebbe avere lo stesso tasso di violenza degli Stati Uniti, mentre gli indici giapponesi sono molto più bassi in quasi tutte le categorie di crimini; altri osservano che, se fosse l’esempio dei media a provocare la violenza, allora milioni di spettatori e amanti di videogiochi commetterebbero omicidi tutti i giorni... Per ora è meglio consolarsi con i pochi segnali positivi, come le decine di videogiochi che si vincono senza ammazzare nessuno e i registi che fanno scelte più caute come scegliere i pugnali invece delle pistole per ammazzare qualcuno (nei film, si intende!).            

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