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Gabriele Salvatores: La mia nuova prima volta

Al cinema con la storia vera dello scrittore russo Nicolai Lilin

Gio 31 Gen 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Gabriele Salvatores, non lo diresti mai, è un ragazzo di 62 anni. Un napoletano di nascita e milanese d’adozione che vive da sempre tutto al massimo: dalla politica al teatro, dal cinema ai sentimenti personali. Uno come lui si incontra raramente: non lo raccontiamo perché non apprezzerebbe, ma vi basti sapere che la sua sensibilità e la sua generosità sono fuori dal comune. Voleva essere una rockstar, ha vinto un premio Oscar e a fine mese , il 28 febbraio, vedremo il suo nuovo film, “Educazione siberiana”, ispirato al bestseller edito da Einaudi di Nicolai Lilin in cui si raccontava una vicenda, vera, tra la gangster story e il bromance, il racconto di fratellanza e di amicizia tra due ragazzi. Noi lo abbiamo incontrato al Courmayeur Noir In Festival e ne abbiamo parlato con lui.


Non è mai sembrato così sereno dopo aver fatto un film: ne è particolarmente soddisfatto?
«Questo film si avvicina più di tutti gli altri al mio sogno di cinema di ragazzo. È il primo progetto che non è partito da una mia idea e lo dico in senso positivo. Mi motiva molto quest’aspetto. È il più importante che ho fatto dal punto di vista produttivo e dell’impegno artistico. Il primo che ho girato in inglese e, peraltro, senza nessuno dei miei amichetti attori a “proteggermi”. In tanti modi diversi, insomma, è un po' un nuovo esordio». 

Com’è avvenuto l’incontro con Lilin?
«Sono stato subito colpito dal suo libro. Quello che non potevo sapere è che anche lui mi conoscesse. Al nostro primo incontro mi raccontò una cosa che mi colpì molto: “Appena tornato dalla guerra – mi fa -, non capivo niente di dove vivevo, il mondo postsovietico mi disorientava. Un giorno di questi in cui cercavo di ritrovarmi, trovai un film in tv, “Mediterraneo”. Mi colpì molto e mi segnai il nome del regista, il tuo, perché avevi saputo raccontare, pur in un mondo tanto lontano dal mio e con persone così diverse, quella particolare situazione che anch’io vivevo allora”. So che Nicolai ha rifiutato tante proposte, perché voleva qualcuno che capisse la sua storia, davvero. Tutti leggevano il libro e lo pensavano come “La promessa dell'assassino di Cronenberg”. Bel film, ma non c’entra niente con lui: io gli dissi che lì si raccontava il vecchio mondo che crolla sotto il peso dell'arrivo del nuovo mondo. Ho capito subito che eravamo sulla stessa linea d’onda, lì ho trovato una persona per cui ora provo non solo stima, ma anche affetto». 

Non dev’essere facile piacere a Nicolai, vero?
«Non saprei, io so che mi ci sono trovato subito. E apprezzo anche il lavoro che lui fa su se stesso: quando l’ho conosciuto, si sedeva sempre spalle al muro e portava con sé una pistola. Pochi giorni fa, a cena, mi raccontava che era in analisi per togliersi questi due “vizi”, eredità di quella vita dura che ha avuto in precedenza. Si siede ancora come prima, ma non porta più armi. Quasi mai...».

Questo è un racconto di violenza, ma anche un film di formazione?
«Sì, secondo me il film va visto come passaggio dall’adolescenza all’età adulta, come un conflitto conradiano tra due personaggi che hanno lo stesso cuore ma che vengono strappati a se stessi. E sullo sfondo, certo, c'è anche un contesto politico e di violenza molto siginificativi». 

Ha girato con la neve, in condizioni improbe. È stata la sua opera più difficile?
«Di sicuro. Ho perso sei chili su questo set, e non è che il mio corpo ne avesse molti da perdere. Ricordo i muscoli a pezzi, il freddo che ci ha massacrato, le riprese in passo uno per non grippare il motore della macchina da presa, l’operatore che s'è giocato i polpastrelli un paio di volte. Ora posso dire, in tutta sincerità, di sapere perché inglesi e americani usano “to shoot” come verbo sia per dargli il significato sparare che per quello di girare!».

L’impressione è che un film di svolta così, forse, è stato, per lei, solo “Nirvana”. Ci sbagliamo?
«Assolutamente no, spesso facendo il film pensavamo a “Nirvana”: anche qui, infatti, abbiamo dovuto ricreare un mondo da zero, a partire dalle scritte cirilliche fino al pacchetto di sigarette russo anni '80. E dovevamo ricostruire l’universo di Lilin, pieno di regole precise, di un rapporto intensissimo con la religione – penso alla Madonna con le pistole, in fondo, facendo una provocazione, non così lontano dal nostro Gesù con la spada -, di questo linguaggio dei tatuaggi in cui il tatuatore è come un confessore che ti ridisegna la vita, secondo la tradizione e la sua interpretazione. Ma questo non mi ha mai fatto paura: rimettersi in gioco ogni volta è la cosa più bella. E poi anche qui abbiamo elementi comuni a tutto il mio cinema: dal tema dell’amicizia ai maestri, cattivi o buoni che siano. Certo, ho imparato più cose qui che in tutti i miei quattordici film precedenti». 

Ma John Malkovich è davvero così terribile come si racconta?
«Anche io su di lui avevo ricevuto notizie allarmanti e invece ho scoperto un uomo straordinario. Forse perché noi siamo partiti da una cosa molto intima, il passaggio dei 60 anni, che per un uomo, un maschio, è molto particolare: è deflagrante come il crollo del blocco comunista. E poi ci siamo riconosciuti nelle nostre storie molto simili: volevamo essere chitarristi e rockstar, poi ci siamo dedicati al teatro e infine al cinema».            





LIBRO DA CUI È TRATTO IL FILM
Nicolai Lilin, autore del libro “Educazione siberiana”, è vissuto in Transnistria fino all'età di 18 anni. Dal 2003 si è trasferito in Italia. Dal 2010 vive e lavora a Milano e scrive in lingua italiana.Nel suo romanzo d'esordio, racconta la sua crescita e formazione all'interno di una comunità criminale di origine siberiana (Urka Siberiani) stanziata in Transnistria, regione dell'ex Repubblica socialista sovietica moldava (oggi Moldavia) autoproclamatasi indipendente nel 1990, ma non riconosciuta da nessuno Stato. Il libro è stato pubblicato in 14 lingue, è distruibuito in 20 Paesi nel mondo.       



DA OSCAR
Nato a Napoli nel 1950, si trasferisce a Milano e, nel 1972 fonda il Teatro dell'Elfo. Nel 1989 passa al cinema con “Marrakech Express”. Vince l’Oscar con “Mediterraneo”. Seguono “Puerto Escondido”, “Sud”, “Nirvana”, “Denti” e “Amnèsia”. Nel 2003 dirige “Io non ho paura” che gli vale una nuova nomination all'Oscar. Del 2005 è “Quo vadis, baby?”. Nel 2008 è al cinema con “Come Dio comanda”. Nel 2010 esce “Happy Family”. A fine febbraio 2013 è al cinema con “Educazione siberiana”.              

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