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Jean Venier: Altro che tirannia della normalità

Il filosofo sceso dal trono della conoscenza per aiutare gli ultimi

Gio 31 Gen 2013 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Leggere i suoi libri e partecipare alle sue affollatissime conferenze è molto coinvolgente, ma trovarsi di fronte a questo gigante buono dallo sguardo penetrante e dal sorriso illuminante fa sentire davvero… piccoli. Jean Vanier, filosofo e prolifico scrittore, fondatore dei movimenti di volontariato L’Arca e Fede&Luce, ha speso buona parte della sua esistenza per la difesa e l’accoglienza dei più deboli e dei disabili: oggi, a 84 anni, ha ancora molto da donare. Anche attraverso quest’intervista, arricchita da alcune sue testimonianze e da brani dei suoi scritti.  


Com’è iniziata la sua avventura?
«Sono di origine canadese, nato in una famiglia benestante. Mio padre era un diplomatico ed abitavamo a Parigi quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Riuscimmo a scappare appena in tempo: ero solo un bambino, ma le atrocità alle quali ho assistito sono rimaste impresse dentro di me, soprattutto quelle subite dai tanti deportati aiutati dai miei genitori. A tredici anni, ritornato in Canada, scelsi di andare in un collegio della Marina Militare, pensando di poter contribuire ad alleviare le sofferenze di tanta gente. Ma dopo una brillante carriera mi resi conto che stavo cercando qualcosa di molto più profondo». 

Come iniziò la sua nuova vita?
«A trentacinque anni, dopo aver abbandonato la carriera militare e aver ottenuto la cattedra universitaria in filosofia, cresceva in me il desiderio di un approfondimento spirituale. Nel 1963 andai vicino Parigi a trovare Thomas Philippe, un mio amico sacerdote che era diventato responsabile di un istituto di accoglienza per disabili, soprattutto mentali: rimasi molto colpito da quell’ambiente e nei mesi successivi visitai vari ospedali psichiatrici, scoprendo le disumane esistenze di tante persone abbandonate».

Che cosa provocò in lei quella scoperta?
«Con il tempo maturai la consapevolezza che da ognuna di quelle persone così disperate e spesso violente, sgorgava una forte richiesta di relazioni umane e di accoglienza; contemporaneamente, in quegli ambienti così difficili percepivo la presenza fortissima di Dio. Dopo un anno dal primo incontro, sostenuto dal mio amico sacerdote, comprai un vecchio appartamento nella sua zona e andai a viverci con Raphaël e Philippe, due disabili mentali che erano rimasti senza genitori. Non avevamo nulla e la casa, che chiamammo L’Arca, era fatiscente, ma ci divertivamo molto: ho creduto nella Provvidenza e l’unica cosa di cui ero certo è che non sarei tornato indietro nella mia scelta».

Da quel suo gesto in molte Nazioni sono nate tante comunità: circa 135 de L'Arca e oltre 1600 di Fede&Luce!
«Non credo di essere il fondatore di tutto questo incredibile movimento. Ripensando alla mia storia è evidente che, come succede a tante persone, Dio si è servito di me. Fin dall’inizio, molti giovani vennero a trovarci nella nostra piccola Arca e dopo poco tempo c’erano già altre comunità, anche in India tra musulmani e induisti! Poi nel 1971 organizzammo un pellegrinaggio a Lourdes, era il giorno di Pasqua e si presentarono dodicimila persone, molte disabili mentali, provenienti da tutto il mondo: nacque così l’esperienza di Fede&Luce! Ovunque ci sono sempre state tante persone discriminate; in particolare, i disabili sono i più oppressi in tutte le culture e addirittura oggi si vuole facilitare nei loro confronti l’aborto e l’eutanasia. La mia esperienza di accoglienza aprì la strada a un rinnovamento spirituale attraverso la relazione con i più poveri e indifesi». 

Cosa ha imparato dalle migliaia di persone disabili che ha sostenuto?
«Tantissime cose, come ad esempio il significato autentico della tenerezza e l’importanza di essere tenero con me stesso, senza pretendere troppo da me: io sono quello che sono, con i doni che Dio mi ha fatto e anche con le mie ferite. Ho acquisito anche la consapevolezza delle mie difficoltà nelle relazioni con gli altri e della violenza che c’era in me: tutti abbiamo paura e possiamo diventare violenti, entrare nell’odio, con il rischio di chiuderci in noi stessi o anche in un gruppo, magari facendoci i complimenti a vicenda».

Cos’è la tenerezza?
«Qualche mese fa nella mia comunità è morta Natalie, una donna non vedente con una grave disabilità mentale: in tanti anni vissuti insieme, lei mi ha insegnato molto sulla straordinarietà della tenerezza. Io e lo psichiatra che la seguiva, abbiamo capito che la tenerezza è un modo di essere con l’altro, di avvicinarsi senza possederlo o trattenerlo, donandogli sicurezza. La tenerezza è la vera maturità di un individuo ed arriva solo se si è trovata l’unità tra spirito e corpo: ci rivela che facciamo parte di una stessa umanità e che possiamo essere strumenti per far conoscere la tenerezza di Dio».

Cosa può fare concretamente ognuno di noi per sostenere le persone disagiate?
«Non si tratta di essere generosi verso le persone svantaggiate: l’importante è entrare in relazione con loro. È bellissimo scoprire che andando incontro alla persona sofferente o disabile ognuno di noi può donare Vita e che contemporaneamente la Vita cresce in noi: diventiamo fertili! Aiutare chi ha bisogno ci svela la nostra personale vulnerabilità e la potenza dell'Amore che abbiamo nel cuore. Amare non è fare delle cose per l’altro, ma vuol dire donargli rispetto e ascolto, rivelandogli quanto è importante. Dobbiamo però intraprendere personalmente un cammino lungo e graduale, chiedendoci dov’è la nostra ferita e com'è stata umiliata la nostra identità». 
Lei da tanti anni vive in comunità di accoglienza: è difficile coabitare con tante persone che hanno gravi disabilità anche mentali?
«Io lo considero un grande privilegio, anche perché incontro molte più difficoltà nelle relazioni con i cosiddetti normali; quando sono con una persona disabile, ho di fronte sempre una bellezza trasparente: non si può dubitare o scoraggiarsi davanti alla verità! Molte persone con handicap mentale sono autentici santi; con la semplicità, la sete di essere amati e l’apertura a Gesù essi confondono i grandi di questo mondo, coloro che cercano l’efficienza e il potere al di fuori dello spirito di servizio. Naturalmente, per aiutarli c’è bisogno anche di formazione, medicine e personale medico adeguato, ma soprattutto di uomini e donne disposti a liberarsi dalle falsità nelle quali siamo immersi».
Qual è il condizionamento peggiore del quale siamo vittime?
«È un problema sociale molto grave che io chiamo la “tirannia della normalità”! Fin da piccoli ci fanno credere che bisogna essere come tutti gli altri e riuscire come loro, intrappolandoci nell’individualismo, nella rivalità e nella competizione, facendoci dimenticare il diritto di essere noi stessi. Ognuno si porta dentro il bisogno di essere amato e la paura di non esserlo abbastanza: così impieghiamo le nostre energie a dimostrare qualcosa agli altri, nascondendoci dietro un ruolo per non far vedere la nostra fragilità. Per tornare ad essere noi stessi ed accettarci, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica “ti amo così come sei, non hai bisogno di essere quello che gli altri vogliono che tu sia”».

Come valuta i cambiamenti sociali ed economici che stanno investendo l’Occidente?
«Stiamo entrando in una fase nuova, nella quale vengono meno le nostre sicurezze, anche economiche, e aumenta il numero di persone sole ed emarginate. Di fronte ai poveri oggi siamo finalmente costretti a raggiungere il nostro cuore, scendendo dal trono della conoscenza e del potere che spesso ci fanno sentire superiori. La situazione attuale è un’occasione straordinaria anche per la Chiesa Cattolica che deve tornare testimone del vero messaggio di Gesù, quello della Compassione. Non dobbiamo evangelizzare i poveri, ma essere evangelizzati da loro, ricordando che Gesù è morto perché voleva mettere il povero nel cuore della comunità. Oggi il mondo ha bisogno di persone, famiglie e comunità vive e felici, di ogni cultura e religione». 

Con l’avanzare dell’età com’è cambiato il suo instancabile impegno?
«In passato ho viaggiato moltissimo, ma da quattro anni ho deciso di fermarmi nella mia comunità, anche perché mi accorgo che sto diventando più fragile. Ultimamente vivo con un ragazzo psicotico grave: rido molto insieme con lui ed ho scoperto che essere fragili è super! Auguro a tutti di invecchiare: ognuno di noi nasce fragile, un piccolo bambino, e anche Gesù lo è stato. Siamo nati per vivere e anche per morire: non possiamo avere paura della morte, milioni di persone l’hanno già fatto prima di noi, non è un problema! La mia vocazione è sempre stata quella di essere felice, camminando insieme con i poveri e i deboli di tutto il mondo».           



IL POVERO DISTURBA 
Il povero ci disturba perché ci chiede qualcosa che non vorremmo. Vivere un’alleanza con il povero significa mettersi in comunione con lui e diventare vulnerabili, significa perdere la propria libertà per acquistare una nuova libertà, quella dell’Amore. Il povero è pericoloso perché chiama al cambiamento, ad una trasformazione, ad una conversione radicale. (Estratto da “Lettera della tenerezza di Dio - Jean Vanier)


 
Il costruttore dell’Arca perduta
Jean Vanier nasce a Ginevra nel 1928, da una famiglia di diplomatici canadesi. Ufficiale della Marina Militare prima e docente universitario di Filosofia poi, nel 1964 fonda in Francia L’Arca, un focolare, una piccola casa famiglia per disabili mentali, che sarà seguita da molte altre in tutto il mondo. Da quel seme nasce anche il movimento Fede&Luce che conta oggi circa 1600 comunità, molte delle quali anche in Italia. Grande amico della Beata Madre Teresa di Calcutta, instancabile difensore dei diritti dei poveri di tutto il Pianeta, insignito di molte prestigiose onorificenze, ha pubblicato più di trenta libri. Ogni mese di agosto si ritira in un convento per meditare e pregare, mentre da quattro anni ha interrotto i suoi frequentissimi viaggi e risiede stabilmente nella sua comunità francese. Per info http://www.jean-vanier.org/

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