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Canone Occulto

Paghiamo anche le tv locali. Quanto prende ognuna? «Non si può dire, c’è la privacy»

Ven 01 Mar 2013 | di Francesco Buda | Soldi
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Come per la carta stampata, c’è un flusso di soldi pubblici erogati a tv e radio locali dallo Stato italiano.  Una pioggia di aiuti e aiutini praticamente incalcolabile, a centinaia di emittenti che i cittadini italiani spesso nemmeno conoscono o non guardano. Un vero e proprio canone occulto che pochi conoscono, a parte gli addetti ai lavori. Ogni anno con decreto ministeriale viene ripartita la somma regione per regione. Ma c’è una cappa di omertà su quanto viene dato a ciascun beneficiario. È un mistero. Altro che comunicazione, trasparenza e informazione!  

SPARTIZIONE LIEVITATA
La fetta più consistente è quella dei contributi diretti dati a chi fa attività di informazione. Ma è concesso saepre solo l’ammontare complessivo del malloppo e la ripartizione tra le varie regioni. Questa pioggia di regali finora ha superato complessivamente 856 milioni di euro. è iniziata con la legge Finanziaria del 1999 (la 448/1998), con “soli” 12 milioni circa di euro.  Poi velocemente lievitati, raggiungendo anche somme che di quasi 162 milioni di euro nel 2008. Il regalo più recente è arrivato lo scorso dicembre: circa 96 milioni di euro per l'anno precedente. Una spartizione capillare, supervisionata dai politici regionali. Alla lista va aggiunto il bottino spartito tra le radio locali, ammesse anch'esse al banchetto con la legge finanziaria per il 2002. Sempre per le attività di informazione, nel periodo 2006-2011 si sono aggiudicate circa 99 milioni di euro. Poi nel 2004 i contributi sono stati estesi alle radio e tv organo di partito o movimento politico: più di 60 milioni e 600 mila euro alle emittenti radiofoniche e oltre 26 milioni di euro – dal 2004 al 2009 – ai canali satellitari Nessuno Tv poi divenuta Red Tv, del clan D'Alema, e Libera, dei postdemocristiani guidati dall'ex sindacalista Sergio D'Antoni. E poi c'è la pubblicità che i politici si fanno a spese dei cittadini: alle radio e tv locali viene dato un rimborso per ciascun messaggio autogestito dei vari partiti. Inoltre, ci sono i variegati sconti sugli abbonamenti alle agenzie di stampa sulle tariffe postali e i contributi per pagare le bollette telefoniche ed elettriche. Somme pressoché incalcolabili tra i meandri della burocrazia. Di certo c'è che si tratta di spese a carico dello Stato e gestite dalla politica. In ultima istanza, è questa che ha il vero potere anche su queste elargizioni.

OMERTÀ SUI NOSTRI SOLDI 
Come nel caso della carta stampata, questi aiuti di Stato dovevano favorire il pluralismo nell'informazione e nella cultura. Ma è inutile chiedere informazioni, il sistema è blindato. Motivo? La privacy. Questo l'impedimento che ti viene opposto se chiedi a chi di dovere quanto hanno dato a ciascuna radio o tv locale privata. “Si comunica che non è possibile fornire gli importi erogati a ciascun emittente, in quanto costituirebbe una violazione del decreto legislativo 196/2003 (il codice della privacy, ndr). Cordiali saluti. Il dirigente Dott. Giovanni Gagliano”. è la magra risposta del funzionario che si occupa di contributi pubblici a radio e tv locali al Dipartimento per le Comunicazioni e Ispettorati territoriali - Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica e di radiodiffusione presso il Ministero dello Sviluppo economico. Più lunga l'intestazione che la risposta. «Io più di questo non posso fare» ci ha detto il volenteroso dipendente ministeriale. Almeno qualcosa ha detto. L'altra dirigente che si occupa dei contributi alle emittenti, la dottoressa Marina Verna, tace totalmente. Eppure «ora in base alla nuova normativa, che parte dal primo gennaio 2013, loro sono tenuti a pubblicare tutto quanto si dà per i singoli beneficiari» spiegano ad Acqua & Sapone dal servizio Sostegno alle emittenti radiotelevisive e agli investimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, coinvolta anch'essa nel vaglio formale delle richieste di questi contributi a mo' di notaio. Stessa storia coi Co.Re.Com., i Comitati regionali per le comunicazioni. Sono questi gli organismi che preparano l'istruttoria su ogni emittente e stilano le graduatorie coi punteggi per stabilire quanto dare ad ognuna emittente che ne fa richiesta.

SOTTO L’ALA DEI POLITICI
In tempi di libero mercato e pay per view, la tv a pagamento che ti fa vedere quello che vuoi pagando l'abbonamento, ancora succede questo: radio e tv dovrebbero andare avanti con propri capitali, con gli introiti da pubblicità. Per questo si chiamano tv commerciali. E così anche in questo caso si trucca la partita, si droga la sana competizione tra imprese. E come per la carta stampata,  si droga l'informazione. In sostanza, la dipendenza dalla mammella pubblica si traduce in dipendenza dalla politica che gestisce quella mammella. Non a caso i Co.Re.Com. sono infarciti di politica, con schiere di membri nominati dai Consigli regionali, spesso i soliti trombati alle elezioni in attesa di poltrone più in vista. E così si crea un incesto tra controllori e controllati. Un pericoloso collegamento tra chi dovrebbe vegliare sul potere – l'informazione – e il potere stesso.  Come può un editore televisivo sentirsi totalmente libero dai governi e da certe cordate di potere se sono proprio queste a decidere quanto, come, dove e a chi erogare i sussidi?
SUSSIDI PER VEDERE MAGHI,
STREGONI E HOT LINE
Tra i requisiti per ottenere questi contributi c'è proprio quella di fare informazione. Come fa un giornalista o un tg locale, ad esempio, a sentirsi veramente indipendente se chi foraggia la sua emittente è scelto dai politici o addirittura, come spesso capita, è proprio un politico! L'anno scorso è scoppiato il caso delle interviste a pagamento ai consiglieri regionali, spacciate come veri servizi giornalistici: la Guardia di Finanza ha perquisito 54 sedi di tv e radio in Emilia Romagna. Non è affato un caso isolato.
La lottizzazione della Rai si ripete al livello più piccolo, nelle realtà regionali. Ma almeno, nel caso della tv di Stato sappiamo quanti soldi pubblici le vengono dati. E non siamo martellati da televenditori, maghi, stregoni, cartomanti, ossessive televendite, imbonitori e pubblicità di linee telefoniche hard. Allo scandalo dell'omertà sulle somme che ogni anno lo Stato dà a ciascuna emittente locale, si aggiunge questo: coi soldi dei contribuenti vengono finanziati affabulatori e mercanti dell'indecenza a caccia di polli e guardoni depressi.                            
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quei 2 canali politici: nomi e cognomi

Un caso ancora più sfacciato è quello delle imprese televisive organi di partito, che la legge 112 del maggio 2004 ha cominciato a foraggiare. Sono i 2 canali satellitari che ci sono costati più di 26 milioni di euro, dal 2005 al 2009. Per queste siamo riusciti a ricostrutire i tesoretti che ha preso ognuna. Si tratta di “Nessuno Tv” (infatti non l’ha mai vista nessuno) poi divenuta “Red Tv”, voluta da Massimo D'Alema per diffondere le imprescindibili idee sue e della sua corrente, che ha preso oltre 17 milioni e 300mila euro. Naufragata ad agosto 2010, faceva capo al movimento politico Ulisse capeggiato dai parlamentari Pd Franco De Benedetti, fratello dell'editore de La Repubblica, Giorgio Tonini e Luigi Zanda. Interessante comprendere i motivi per cui la sede fosse Palazzo Grazioli: a casa di Berlusconi! C'è poi Libera (che non c'entra con l'omonima associazione contro le mafie di don Luigi Ciotti), del partito Democrazia Europea, di Sergio D'Antoni (ex segretario del sindacato CISL): quasi 8milioni e 800mila euro in 5 anni.


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