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Lorenzo Amurri: la mia seconda vita

Paralizzato da un incidente, voleva suicidarsi, ma non sapeva come. Quando ha trovato il modo, ha scelto di vivere

Ven 01 Mar 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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A 27 anni, dopo un incidente, gli dissero che non avrebbe più camminato. E lui, che amava viaggiare, correre, suonare, vivere sull’orlo del precipizio per conoscere fino in fondo il sapore dell’esistenza e scoprirne le sue pieghe più segrete, di fronte alla parola tetraplegico ha deciso di reagire e di non intaccare quella vitalità. Ha impiegato giorni, mesi, anni a imparare questa nuova esistenza trascinata da una sedia a rotelle. E, dopo 16 anni, ha deciso di raccontare in un libro, “Apnea”, cosa significa vivere così, senza nascondere nulla, senza edulcorare, ma neanche con l’idea di farsi compatire. Raccontando le barriere architettoniche, le barriere del cuore, le sue barriere interiori, la voglia di amare, viaggiare, vivere, nonostante tutto.

Perché hai deciso di raccontare la tua esperienza?
«Prima di tutto per me. Credo che fosse venuto il momento di raccontare certe cose. A volte hai dei ricordi che, quando li metti nero su bianco, assumono un altro colore. Scrivendo, fai i conti con qualcosa che pensavi di aver risolto. E, invece, dovevi ancora risolverlo profondamente. L’ho scritto per la mia fidanzata di allora: non si è mai persa d’animo, ma c’erano delle cose che non le avevo mai detto, che erano rimaste nell’aria e che volevo che sapesse. E poi ho scritto per colmare l’ignoranza che c’è dietro una carrozzina: pochi  immaginano la fatica psicologica e fisica, le difficoltà che ci sono in famiglia, ciò che determina una situazione del genere. E i commenti della gente me lo confermano: molti mi dicono che non immaginavano la fatica in ospedale, la fatica della riabilitazione. E nessuno pensa che il premio in situazioni disperate come la mia è conquistare la carrozzina. Perché non necessariamente si sopravvive a certi incidenti. E volevo che si sapesse».

Ci è voluto coraggio?
«Non ci è voluto coraggio, ma sincerità. È stato faticoso, perché è stata una autoanalisi. Ci ho messo due anni e mezzo a finirlo: ogni tanto dovevo fermarmi e metabolizzare».

Sei più coraggioso rispetto a ieri?
«Sono stato sempre uno coraggioso in tutte le mie scelte e non ho mai avuto paura. Non so se sono diventato più coraggioso: forse è venuto fuori altro coraggio. Se penso a tutto ciò che mi è successo, a tutte le difficoltà, alle complicazioni… ne sono uscito fuori bene. Sicuramente mi viene da ridere quando sento la gente che ti dice: “è successo a te, perché hai la forza di sopportare ciò che ti è accaduto”. Non è così!».
 
Come ti ha cambiato l’incidente?
«Io mi sento cambiato in meglio, perché ho acquistato in sensibilità. Una persona con un minimo di cuore e intelligenza, dopo un incidente così capisce delle cose che prima non aveva capito, anche nelle relazioni con gli altri. Impari a comunicare meglio. Poi non è detto che questo accada a tutti. A volte ti cambia in peggio. Provi rabbia ed è legittimo, perché non sai dove aggrapparti».
Barriere fisiche: quante ne stai incontrando?
«Sono quasi ridicole per quante ce ne sono. Non c’è educazione civica nel nostro Paese. Non c’è una educazione mentale. E lo stesso problema lo hanno le donne con i passeggini. Basta pensare ai parcheggi occupati dalle macchine, alle discese dei marciapiedi con le macchine davanti. Ai marciapiedi con la discesa da una parte e dall’altra no. Pensa ai locali accessibili in modo discrezionale. Ai cinema che ti dicono accessibili, ma dove poi sei costretto a vedere il film in prima fila così che ti viene il torcicollo: ma solo lì puoi stare perché lì c’è spazio per la carrozzina...».

Barriere dell’anima ne hai incontrate?
«Di base c’è una voglia di aiutare. Ma c’è una cosa importante che bisogna imparare: a chiedere aiuto. Se stai per strada e ne hai bisogno, la gente si fa in quattro. La gente è pronta a darti una mano, ma molti hanno paura, non sanno come affrontare e allora si comportano in modi strani. Oppure mi capita che vado negli studi e la gente parla al mio assistente e non a me, come se la mia disabilità fisica mi rende inabile a comprendere. È come quando si vede la povertà per strada e ci si gira dall’altra parte, perché fa paura, perché si teme che sia contagiosa».

Hai mai pensato di farla finita?

«Ci ho pensato perché ero disperato. Perché credevo di non poter fare più niente da solo. Avevo perso tutto. Il suicidio è stato il primo pensiero. Ma io volevo fare questa cosa da solo, volevo decidere di farla finita, di non vivere questa vita, senza l’aiuto di nessuno. Ma nelle mie condizioni era difficilissimo. Ci ho messo tanto a trovare un modo. Perché, se non sei sicuro che il metodo sia efficace, rischi solo di farti più male. Alla fine ero arrivato alla soluzione: mi bastava un passo. Ed è stato quello il grilletto che mi ha fatto capire che volevo continuare a vivere. Quando lo fai, architettando con lucidità, ci vuole un bel coraggio. Trovarsi a mente fredda di fronte alla fine è dura».

Sapevi amare prima dell’incidente?
«Prima dell’incidente vivevo coscientemente: sapevo amare anche allora. Nonostante il rock, i viaggi, stavo con la mia ragazza da 4 anni. Ed avevo 24 anni quando ero andato a convivere. L’amore contava molto. E lo stesso oggi».

Cosa è cambiato?
«Devo stare attento: nella mia condizione va bene l’innamoramento, la felicità, il coinvolgimento. Ma se vuoi veramente che una storia vada avanti nel tempo, devi far capire esattamente dove la persona si sta infilando. Deve essere cosciente. E ci vuole tempo. Bisogna farlo con la testa, prima di lasciarsi andare».

Ti senti mai solo?
«Beh sì, ci sono momenti di solitudine. Quello è inevitabile. Mi piacerebbe tornare in piedi e tornare quello di prima. È normale che ci siano momenti di malinconia. Io li esterno scrivendo e condividendo».

Quando hai scoperto il valore terapeutico della scrittura?
«Sono sempre stato un grande lettore. Quache anno fa ho conosciuto, tramite il suo blog, Pulsatilla. Lei è una umorista fenomenale. Allora ho deciso di aprire anche io un blog, raccontando in chiave ironica ciò che succede ad una persona nelle mie condizioni. Ma in modo leggero. All’inizio era un gioco. Poi, pian piano, spinto dai miei fratelli, ho deciso di scrivere racconti. E dopo un po’, li ho mandati a lei che mi ha consigliato di pubblicare un romanzo! Ero terrorizzato e invece, capitolo per capitolo, sono arrivato alla fine».

Il vecchio Lorenzo è parte di te?

«Il vecchio Lorenzo fa parte del nuovo Lorenzo: è stato la base per ricostruire il nuovo me, che ha aggiunto cose migliori. Il vecchio Lorenzo era le fondamenta. Poi ho costruito il palazzo».

Viaggiavi moltissimo e viaggi ancora oggi: cosa rappresenta per te il viaggio?

«Libertà, spensieratezza, gioia, conoscere il nuovo, andare verso l’ignoto».

Il tuo primo viaggio dopo l’incidente?
«In Salento, ma non ero ancora pronto. Non me lo sono goduto. Il primo importante è stato il ritorno in India, in sedie a rotelle: era il capodanno del 2000. Quando sono andato lì avevo paura di trovarmi in un Paese completamente inaccessibile. Invece era super accessibile e la gente sempre al servizio, anzi, mi aiutavano in troppi! Rispetto al passato c’è solo una differenza: prima partivo da un giorno all’altro, ora devo organizzarmi». 
 
Quando hai sentito di essere tornato a vivere?
«Succede gradualmente. Come gradualmente devi ricostruirti. Io, dopo l’incidente, ero un foglio bianco, una tabula rasa: il mio carattere si era completamente azzerato. Ho dovuto ricordare come ero. Poi, gradualmente, mi è tornata la voglia di fare le cose, di toccare, vedere e sono tornato a vivere».




TRACCE DI RUOTE
Da 16 anni vive su una sedia a rotelle, in seguito ad un incidente sulla neve. Era un musicista e negli anni si è scoperto scrittore. A gennaio ha pubblicato il suo primo libro, “Apnea”, edito dalla Fandango.
Ma tutti i giorni lo trovate sul suo blog, tetrahi.blogspot.it


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